Mentre i Paesi europei congelano i beni statali russi, in Bulgaria due delle proprietà più prestigiose del Cremlino nella capitale hanno cambiato proprietario. Gli edifici sono stati venduti per oltre 14 milioni di euro a Valentin Zlatev, storico ex amministratore di Lukoil Bulgaria, che ha acquistato a titolo personale. Il venditore è l’impresa statale russa “Goszagransobstvennost”, responsabile della gestione delle proprietà russe all’estero.
Secondo quanto riportato, i pagamenti sarebbero stati differiti fino a un’eventuale revoca delle sanzioni, mentre gli atti di vendita sono stati ufficialmente autenticati da un notaio e registrati nel catasto il 29 maggio. L’attuale regime sanzionatorio dell’Unione europea vieta le transazioni con entità statali russe, trasformando il caso in un possibile banco di prova sulla reale applicazione delle restrizioni europee in Bulgaria.
Valentin Zlatev, che ha guidato le attività di Lukoil in Bulgaria per vent’anni e oggi opera nel settore alberghiero, ha dichiarato in una nota ufficiale: «Le operazioni sono state realizzate nel pieno rispetto della legislazione bulgara ed europea, tenendo conto e conformandosi ai requisiti dei regolamenti e dei regimi dell’UE, nonché delle loro modifiche e integrazioni».
Un caso di prova per il regime sanzionatorio?
La vicenda emerge in un momento in cui la Bulgaria è già sotto pressione da parte della Commissione europea per l’attuazione delle sanzioni. Secondo il registro ufficiale EUR-Lex, Sofia non ha notificato alcuna misura nazionale relativa alla Direttiva 2024/1226, che impone agli Stati membri di criminalizzare la violazione e l’elusione delle sanzioni europee, comprese quelle adottate contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
A marzo, Bruxelles ha inviato alla Bulgaria un parere motivato per non aver informato la Commissione del recepimento della direttiva nel diritto nazionale. Insieme a Belgio e Slovenia, la Bulgaria è uno dei soli tre Stati membri giunti a questa fase della procedura d’infrazione. Se non agirà entro due mesi, la Commissione potrebbe deferire il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea e chiedere l’imposizione di sanzioni finanziarie.
La vicenda degli immobili russi si inserisce inoltre in un contesto di decisioni che hanno collocato la Bulgaria al di fuori della posizione prevalente dell’UE nei confronti della Russia. Sofia è stata tra i pochi Paesi membri a non aderire agli sforzi internazionali per creare un tribunale speciale sul crimine di aggressione russa contro l’Ucraina, una scelta criticata dall’opposizione ma difesa pubblicamente da Rumen Radev, oggi primo ministro.
Radev è stato uno dei più costanti critici delle sanzioni contro Mosca nella politica bulgara. Durante i suoi due mandati presidenziali ha più volte sostenuto che le restrizioni danneggiano maggiormente le economie europee rispetto al Cremlino. Recentemente, la ministra degli Esteri Velislava Petrova ha affermato che il futuro del regime sanzionatorio dovrebbe essere coordinato con gli Stati Uniti.
Dubbi sulla tempistica
Anche il momento in cui le transazioni sono state registrate ha suscitato interrogativi. Le vendite sono state inserite nel registro immobiliare una settimana dopo la sostituzione della direttrice esecutiva dell’Agenzia del Registro, Daniela Miteva, che guidava l’ente da cinque anni. Il 22 maggio è stata nominata al suo posto Eliana Ilieva, su proposta del ministro della Giustizia del governo Radev.
Ivaylo Mirchev, co-presidente del partito Sì, Bulgaria, parte della coalizione d’opposizione a Bulgaria Democratica, ha suggerito che la coincidenza temporale non sia casuale.
Entrambe le operazioni sono state autenticate dalla notaia Zornitsa Todorova, moglie di Anton Slavchev, recentemente rimosso dalla guida della ormai sciolta commissione anticorruzione. Sia Slavchev sia la commissione erano stati a lungo criticati dall’opposizione e dalla società civile per presunta dipendenza politica e applicazione selettiva della legge.
Dopo le notizie sulla vendita delle proprietà russe, il Ministero della Giustizia ha annunciato che il ministro Nikolay Naydenov ha ordinato “un’immediata verifica di tutti i fatti e le circostanze” relativi al caso che coinvolge l’imprenditore Valentin Zlatev.
Quanto valgono le proprietà russe
Il sito investigativo BIRD.bg ha rivelato che Zlatev ha acquistato l’edificio di quattro piani al numero 20 di via Shipka per 8,59 milioni di euro. Una seconda proprietà, al numero 11 di via Raiko Aleksiev, un edificio di cinque piani situato nel quartiere diplomatico della città, sarebbe stata venduta per 5,6 milioni di euro.
L’immobile di via Shipka, 3.371 metri quadrati complessivi, di cui due terzi costituiti da un ampio giardino, si trova in uno dei quartieri più costosi di Sofia, di fronte al Doctors’ Garden, dove il prezzo al metro quadrato supera ormai i 10.000 euro. Ai valori di mercato attuali, la proprietà varrebbe almeno quattro volte il prezzo concordato per la vendita.
Gli edifici furono donati dalla Bulgaria all’Unione Sovietica nel 1957. Per decenni hanno ospitato diplomatici e tecnici russi attivi nel Paese insieme alle loro famiglie. Negli ultimi anni erano rimasti vuoti.
Segnalazione alla Procura e ai servizi di sicurezza
Finora soltanto Bulgaria Democratica ha reagito formalmente. Il partito ha presentato una segnalazione alla Procura e all’Agenzia statale per la sicurezza nazionale (DANS) per possibile elusione delle sanzioni contro la Russia e potenziali rischi di riciclaggio di denaro legati agli immobili acquisiti da Zlatev.
Nessun altro partito rappresentato in Parlamento ha chiesto un’indagine. Particolarmente significativo è il silenzio del GERB, il cui leader Boyko Borissov intrattiene da tempo rapporti personali molto stretti con Valentin Zlatev. In passato Borissov aveva spiegato pubblicamente la loro amicizia dicendo che giocavano insieme a carte, aggiungendo scherzosamente che «Zlatev bara a carte».
Stabilire se le operazioni concluse dall’ex dirigente di Lukoil siano compatibili con il regime sanzionatorio europeo spetta ora alle istituzioni bulgare. Tuttavia, la posta in gioco va ben oltre due immobili nel centro di Sofia. Se un trasferimento di beni appartenenti allo Stato russo dovesse risultare legittimo, si aprirebbero seri interrogativi sull’uniformità dell’applicazione delle sanzioni dell’Unione contro Mosca e sulla capacità di Bruxelles di garantirne il rispetto in tutti gli Stati membri.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

