Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una nuova direttiva anticorruzione che armonizza a livello Ue i reati e le sanzioni contro le pratiche illecite, introducendo standard comuni per tutti gli Stati membri. Il testo, concordato con il Consiglio nel dicembre 2025, è passato con una larga maggioranza e punta a colmare le lacune nell’applicazione delle norme, soprattutto nei casi transfrontalieri.
Tra le fattispecie che dovranno essere riconosciute come reato in tutta l’Unione figura anche l’“esercizio illecito di funzioni pubbliche”, una definizione che di fatto ricomprende l’abuso d’ufficio. Ed è proprio su questo punto che si apre un fronte politico delicato per il governo guidato da Giorgia Meloni, che nel 2024 aveva abolito il reato nel quadro della riforma della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio.
Una direttiva che riapre il dossier italiano
Secondo la relatrice del testo, Raquel García Hermida-van der Walle, il mandato europeo è “molto chiaro” e obbligherà gli Stati membri a prevedere sanzioni per i funzionari pubblici che violano intenzionalmente la legge nell’esercizio delle loro funzioni. Un’impostazione che, se confermata nel recepimento, imporrebbe all’Italia di reintrodurre almeno alcune fattispecie riconducibili all’abuso d’ufficio.
Anche la presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola ha sottolineato che Roma ha sostenuto il testo in sede di Consiglio, lasciando intendere che l’adeguamento sarà inevitabile. Gli Stati membri avranno infatti due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale (tre anni per le disposizioni più strutturali su strategie e valutazioni dei rischi).
Maggioranza e opposizioni: scontro sulla lettura politica
Il voto europeo ha immediatamente riacceso lo scontro interno. Le opposizioni parlano di una “retromarcia obbligata” per il governo, sostenendo che l’abolizione dell’abuso d’ufficio sia ora incompatibile con il nuovo quadro Ue. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha rivendicato il risultato come una sconfitta politica dell’esecutivo.
Sulla stessa linea il Partito democratico, che chiede chiarimenti al ministro della Giustizia, parlando di rischio infrazione già segnalato durante i negoziati.
Di segno opposto la lettura della maggioranza. Nicola Procaccini, copresidente dei Conservatori europei, respinge l’idea di un obbligo automatico di reintroduzione del reato, sostenendo che la direttiva lascia agli Stati membri “piena libertà” nella scelta degli strumenti per contrastare la corruzione e che l’ordinamento italiano disporrebbe già di norme sufficienti.
Un quadro europeo più stringente
Al di là dello scontro italiano, la direttiva introduce un impianto più articolato di prevenzione e repressione. I Paesi dovranno dotarsi di strategie nazionali anticorruzione aggiornate, sistemi più solidi contro i conflitti di interesse e organismi indipendenti dedicati. Previsto anche l’obbligo di pubblicare dati annuali comparabili per rafforzare la trasparenza.
Sul piano operativo, viene rafforzata la cooperazione tra autorità nazionali e organismi europei come OLAF, Procura europea, Europol ed Eurojust, con l’obiettivo di migliorare lo scambio di informazioni e il coordinamento nelle indagini.
Il nodo politico resta aperto
Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, ma il passaggio è considerato una formalità. Il vero banco di prova sarà il recepimento nazionale.
Per l’Italia, la direttiva rischia di trasformarsi in un test politico oltre che giuridico: da un lato l’obbligo europeo di allinearsi a standard comuni, dall’altro la necessità per il governo di difendere una delle riforme simbolo della propria agenda sulla giustizia. Una tensione destinata a riemergere nei prossimi mesi, man mano che si avvicinerà la scadenza dei 24 mesi per l’adeguamento.

