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Il discorso d’insediamento del 47° Presidente USA, qualche giorno fa, prelude ad una stagione di conflitti ancora più marcati rispetto a quella, già preoccupante, degli ultimi anni. E spinge il mondo verso una situazione che rischia di divenire presto insostenibile.
Ma il documento che dovrebbe essere letto con attenzione è un policy paper pubblicato a dicembre 2024 dal think-tank Hudson Bay Capital a firma di Stephen Miran, già pubblicamente indicato da Trump a guidare il Council of Economic Advisers e quindi la linea di politica economica del Presidente per i prossimi anni. Non abbiamo dubbi che, venga o meno nominato in tale posizione, il suo contributo farà da guida alla linea strategica USA.
Il documento rappresenta una dichiarazione di guerra globale. Secondo l’analisi presentata, gli USA soffrono la concorrenza di paesi con una moneta sotto-valutata, derivante dal fatto che il dollaro viene usato come moneta di riserva e pagamenti internazionali e che quindi la sua domanda è stabilmente alta, anche se il paese è strutturalmente in deficit di bilancia commerciale (vero: peccato che sia stata una precisa scelta derivante dalla weaponization consapevole e dolosa del dollaro da parte del governo USA, unanimemente condivisa da democratici e repubblicani). Una situazione che deve essere sanata: con tariffe sulle importazioni e accordi multilaterali per svalutare il dollaro. Da qui la divisione del mondo in tre parti: gli amici, ossia coloro che accetteranno una rivalutazione delle loro monete e di subire dazi e tariffe; i paesi neutrali che non si schiereranno né a favore né contro queste misure; i nemici, che tenteranno di resistere, magari con azioni di rappresagli commerciali.
Il problema è che la Cina, unico effettivo competitor sul piano globale, ha tutto l’interesse ad una deriva della governance globale verso un G2 de facto, ossia ad una spartizione del mondo in due sfere d’influenza: da un lato gli USA, egemoni nel loro campo rispetto a potenze minori, come la UE e i paesi del G7 e neo-colonie alla periferia; dall’altro la Cina, alla guida dei BRICS+, anche in questo caso con sacche neocoloniali in Africa, Asia e America Latina.
Uno scenario sempre più probabile, che tuttavia rischia di avere esiti drammatici. Perché nel frattempo la domanda di beni pubblici globali sta crescendo e richiede uno sforzo cooperativo globale che contrasta con il ritorno ad una sorta di guerra più o meno fredda. Perché le ambizioni di crescita di varie parti del mondo si stanno consolidando e frustrarle facendole nuovamente rientrare in logiche bipolari rischia di scatenare conflitti locali e regionali di difficile soluzione.
L’unica speranza, in questo contesto, viene da due soggetti già potenzialmente in grado di agire (Europa e India) e da aree ancora troppo frammentate (Africa, America Latina, ASEAN), che potrebbero tuttavia consolidare le loro scelte regionali ed aiutare a ripristinare la via verso il multilateralismo, unica architettura capace di conciliare la crescita sostenibile con il mantenimento della pace.
In questo quadro, le responsabilità interne ed internazionali dell’Europa sono enormi. L’Europa ha un grado di integrazione di gran lunga più avanzato rispetto alle altre aree. Inoltre, essendo una regione povera di risorse primarie, ha bisogno del multilateralismo per crescere. Condizione necessaria, ma non sufficiente, come abbiamo visto negli ultimi decenni, quando i problemi di decisioni collettive affidate all’unanimità hanno reso impossibile che assumesse con tempismo delle scelte cruciali per la sua sopravvivenza, relegandola appunto a potenza di secondo livello ed a rischio costante di frammentazione.
Ursula von der Leyen, nel discorso a Davos, ha fatto bene a raccogliere il guanto di sfida, ed a ricordare i rapporti Letta e Draghi che mirano proprio ad un rafforzamento della statualità europea come attore globale. Il problema è politico, come al solito. Mentre gli altri grandi attori globali possono prendere decisioni immediate e scegliere rapidamente di varare un grande piano contro l’inflazione (l’IRA di Biden), invadere un paese (Putin e l’Ucraina), imporre tariffe che rischiano di bloccare il commercio mondiale (Trump), minacciare l’invasione di Taiwan (Cina), l’Europa è l’anello debole e, finche non si trasformerà in una forma statuale compiuta in pochi ma decisivi settori (difesa e sicurezza, politica estera, energia, innovazione) non potrà esercitare quell’effetto traino che le altre regioni del mondo si sono storicamente aspettate dal processo d’integrazione europea.

