Gli Stati Uniti stanno intensificando la loro campagna militare contro l’Iran attraverso l’Operazione Epic Fury, avviando discussioni ad alto livello con gruppi curdi che potrebbero far crescere significativamente il conflitto e mettere sotto pressione i rapporti con un importante alleato della NATO, la Turchia.
Mentre i bombardamenti aerei continuano a colpire le infrastrutture militari iraniane, gli sforzi segreti per armare e coordinarsi con le milizie curde segnalano un possibile passaggio verso operazioni di terra e verso un cambiamento di regime interno.
L’intervento guidato dagli Stati Uniti, iniziato il 28 febbraio con attacchi coordinati insieme a Israele, si è concentrato sullo smantellamento delle capacità missilistiche dell’Iran, delle difese aeree, delle risorse navali e delle strutture di comando. Il presidente Donald Trump ha descritto l’operazione come uno sforzo decisivo per eliminare le minacce provenienti dal regime iraniano, comprese le sue ambizioni nucleari e le reti di proxy. Le forze statunitensi hanno condotto attacchi precisi e schiaccianti, mentre i funzionari sottolineano che la missione resta estremamente mirata e non è destinata a espandersi indefinitamente.
Parallelamente a questi bombardamenti aerei, le agenzie di intelligence americane, in particolare la CIA, hanno perseguito canali diplomatici e operativi paralleli con fazioni curde. Recenti report di Reuters e CNN indicano consultazioni attive tra funzionari statunitensi e milizie curde iraniane che operano lungo il confine tra Iraq e Iran. Questi gruppi, che contano migliaia di combattenti e sono basati principalmente nella Regione del Kurdistan iracheno, sono stati contattati per lanciare attacchi terrestri contro le forze di sicurezza iraniane nell’Iran occidentale. L’obiettivo sembra essere molteplice: impegnare le truppe del regime, creare caos che costringa le risorse militari a disperdersi e creare le condizioni affinché civili iraniani disarmati nelle grandi città possano mobilitarsi senza affrontare una repressione immediata e schiacciante.
Il popolo curdo, che conta tra i 25 e i 30 milioni di persone ed è distribuito tra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia, rappresenta una minoranza etnica senza Stato, con una ricca diversità culturale, tradizioni prevalentemente musulmane sunnite e vari dialetti. Le loro aspirazioni a una maggiore autonomia o a maggiori diritti si sono ripetutamente intrecciate con la politica delle grandi potenze, spesso con risultati contrastanti.
Coinvolgimento curdo e calcoli strategici
Il presidente Trump ha personalmente interagito con leader curdi negli ultimi giorni. Domenica, secondo quanto riportato da Axios, ha parlato al telefono con importanti figure curde irachene, tra cui Masoud Barzani e Bafel Talabani, per discutere l’andamento dell’operazione militare statunitense in Iran e possibili aree di cooperazione.
Inoltre, secondo quanto riferito dalla CNN, Trump ha avuto una conversazione con Mustafa Hijri, presidente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDPI), uno dei gruppi recentemente colpiti da attacchi con droni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Queste interazioni evidenziano il tentativo dell’amministrazione di coinvolgere alleati regionali che potrebbero svolgere un ruolo decisivo sul terreno.
I gruppi armati curdi iraniani hanno diffuso dichiarazioni pubbliche dall’inizio del conflitto, invitando le forze iraniane a disertare e lasciando intendere azioni imminenti. Fonti informate sulle discussioni suggeriscono che queste milizie si aspettano un sostegno sostanziale da parte degli Stati Uniti e di Israele per una prossima operazione di terra nell’Iran nord-occidentale. Tale coinvolgimento potrebbe includere l’armamento dei curdi per conquistare e mantenere territori, potenzialmente creando una zona cuscinetto utile a Israele e al tempo stesso distogliendo l’attenzione iraniana da altri fronti.
La strategia si basa sulla storica dipendenza statunitense dalle forze curde. Per decenni la CIA e l’esercito statunitense hanno mantenuto stretti legami con le fazioni curde irachene, tra cui un avamposto vicino al confine iraniano e un consolato a Erbil. I curdi hanno svolto un ruolo cruciale nella lotta contro l’ISIS in Iraq e in Siria, sorvegliando centri di detenzione e sostenendo pesanti responsabilità nella campagna anti-ISIS. Tuttavia, collaborazioni passate hanno lasciato una persistente diffidenza: molti curdi si sono sentiti abbandonati dopo improvvisi cambiamenti della politica statunitense, come il ritiro delle truppe dalla Siria durante il primo mandato di Trump, che contribuì alle dimissioni dell’allora segretario alla Difesa Jim Mattis.
Gli analisti vedono l’attuale apertura come un tentativo di “innescare” un’insurrezione interna in Iran. Alex Plitsas, ex alto funzionario del Pentagono e analista della sicurezza nazionale per la CNN, ha osservato che armare i curdi iraniani potrebbe ispirare una resistenza più ampia, dato che la maggior parte degli iraniani rimane disarmata e si trova di fronte a servizi di sicurezza molto potenti.
Gli esperti avvertono tuttavia che il successo è tutt’altro che garantito. Le valutazioni dell’intelligence statunitense indicano da tempo che i gruppi curdi iraniani non dispongono dell’influenza diffusa né delle risorse necessarie per scatenare una rivolta nazionale. Inoltre queste fazioni restano frammentate, con ideologie concorrenti, tensioni storiche e motivazioni legate ai propri interessi che potrebbero non allinearsi pienamente con gli obiettivi americani.
Le preoccupazioni riguardano anche la sovranità regionale e le conseguenze a lungo termine. Jen Gavito, ex alta funzionaria del Dipartimento di Stato, ha evidenziato i rischi per la stabilità irachena, avvertendo che il rafforzamento di milizie non responsabili potrebbe liberare dinamiche imprevedibili lungo confini porosi.
Tensioni con la Turchia e implicazioni più ampie
Qualsiasi rafforzamento della partnership tra Stati Uniti e curdi comporta complicazioni immediate per i rapporti con la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, partner della NATO, considera molti gruppi curdi – in particolare quelli legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – come terroristi e minacce esistenziali. La Turchia conduce da tempo operazioni contro le basi del PKK in Iraq e contro le Forze Democratiche Siriane (SDF) in Siria, che Ankara associa al PKK.
I recenti sviluppi in Siria aggiungono ulteriori elementi di complessità. Dopo la caduta del precedente regime e l’ascesa di un nuovo governo a Damasco, le forze siriane, sostenute dalla Turchia, sono avanzate nelle aree controllate dai curdi nel nord-est. Gli Stati Uniti hanno modificato la propria postura, osservando che la loro alleanza con le SDF si è evoluta e sollecitando la loro integrazione nelle strutture statali. Erdoğan ha accolto con favore un accordo di cessate il fuoco e ha chiesto il pieno disarmo e lo scioglimento delle SDF per prevenire ulteriori spargimenti di sangue.
In un significativo cambiamento parallelo, lo stesso PKK ha annunciato nel maggio 2025 l’intenzione di disarmarsi e sciogliersi dopo un appello del leader imprigionato Abdullah Öcalan. Ciò ha fatto seguito a un cessate il fuoco unilaterale e ha segnato un potenziale punto finale a quattro decenni di insurrezione che hanno causato quasi 40.000 morti. Sebbene restino interrogativi sulle concessioni turche riguardo ai diritti curdi e sulla cessazione delle operazioni transfrontaliere, la mossa ha ridefinito le dinamiche nella regione.
Tuttavia, armare gruppi curdi iraniani potrebbe infiammare ulteriormente le sensibilità turche, soprattutto se il Kurdistan iracheno dovesse fungere da corridoio di transito o da base operativa per armi e operazioni. Erdoğan ha dialogato direttamente con Trump su questioni legate alla Siria, definendo i loro colloqui produttivi ma ribadendo la richiesta di disarmo curdo per evitare un’escalation.
Mentre gli Stati Uniti perseguono i propri obiettivi in Iran – distruggere le capacità offensive e allo stesso tempo esplorare vie per esercitare pressione sul regime – il coinvolgimento delle forze curde introduce sia opportunità sia pericoli. Il successo potrebbe accelerare un collasso interno a Teheran, ma al prezzo di alienare il prezioso alleato turco.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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