La frammentazione tra gli Stati membri dell’Unione europea comporta una perdita stimata di 120 miliardi di euro di investimenti ogni anno. È la conclusione di uno studio della European House-Ambrosetti (TEHA), realizzato in collaborazione con Amazon e presentato giovedì 24 settembre a Bruxelles. Secondo il rapporto la cifra riguarda soltanto gli investimenti diretti aggiuntivi e non include i benefici economici più ampi, per cui potrebbe sottostimare l’entità del fenomeno, come riferisce Euronews.
Lo studio colloca la stima nel quadro di un fabbisogno di investimenti dell’UE calcolato in circa 600 miliardi di euro l’anno tra il 2025 e il 2030, di cui 150 miliardi per le infrastrutture fisiche, 300 miliardi per l’energia e 150 miliardi per il digitale.
Gli afflussi di investimenti diretti esteri nell’Unione restano inferiori a quelli degli Stati Uniti dalla pandemia, mentre le economie del Golfo e dell’Asean sono diventate destinazioni sempre più rilevanti per gli investimenti greenfield. La tesi del rapporto è che la risposta europea non consista nel replicare modelli esterni, ma nell’estendere e collegare le esperienze nazionali che già producono risultati all’interno dell’Unione.
I costi della frammentazione
Il rapporto sostiene che il problema non è la scarsità di capitale, ma la capacità dell’Europa di trasformare le risorse esistenti in opportunità di investimento. Sul piano fiscale, le imposte nazionali sui servizi digitali possono portare ad aliquote effettive comprese tra il 10% e il 100%. Gli obblighi per lo streaming variano di 50 volte da uno Stato membro all’altro e il 58% degli investimenti nel settore si concentra in due soli Paesi. I tempi di definizione delle cause civili e commerciali differiscono di oltre sette volte tra gli Stati membri e il 37% delle imprese europee dichiara di non fidarsi dei meccanismi di tutela degli investimenti nel proprio Paese.
Sull’energia, le imprese europee hanno pagato l’elettricità circa 2,8 volte in più rispetto a quelle statunitensi nel primo trimestre del 2025, mentre una maggiore integrazione dei sistemi energetici nazionali potrebbe generare fino a 43 miliardi di euro l’anno entro il 2030. Nei trasporti, i servizi ferroviari transfrontalieri sono più lenti del 23,4% rispetto a tratte nazionali comparabili, nonostante siano trascorsi quasi quarant’anni dall’avvio della liberalizzazione del settore.
Sul mercato del lavoro lo studio prevede una carenza di quasi 30 milioni di lavoratori entro il 2050. Solo il 3,8% dei cittadini europei in età lavorativa risiede in uno Stato membro diverso dal proprio, mentre il 75% dei datori di lavoro segnala difficoltà nel coprire le posizioni aperte. Il quadro di riferimento è quello del rapporto Draghi del 2024, che aveva indicato la necessità di 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi l’anno per mantenere la competitività globale dell’Unione.
Le sei priorità per i decisori politici
Il rapporto chiede ai responsabili europei e nazionali di considerare l’attrattività degli investimenti come un quadro unitario e non come una somma di interventi isolati, valutando i pacchetti di riforme per l’effetto combinato su esecuzione dei progetti, costi operativi, disponibilità di competenze, certezza del diritto e capacità di crescita. Indica inoltre la diversità come fonte di specializzazione, purché energia, trasporti, dati, capitale e talenti possano circolare tra gli Stati membri, e il coordinamento come principio organizzatore, in particolare per reti transfrontaliere, servizi pubblici digitali e mobilità dei lavoratori.
Un altro punto riguarda l’armonizzazione normativa, che secondo il testo non basta quando l’attuazione diverge. Lo studio propone di ridurre il cosiddetto gold-plating, chiarire le responsabilità ed evitare che un quadro europeo si traduca in 27 regimi operativi diversi. Le ultime due priorità prevedono meccanismi sistematici per individuare e adattare le buone pratiche degli Stati membri e la costruzione di un ambiente europeo di investimento superiore alla somma delle sue parti.
Il comitato scientifico dello studio era composto da Debora Revoltella, capo economista della Banca europea per gli investimenti, Justus Haucap, direttore del Düsseldorf Institute for Competition Economics, e Isaac Baley, professore associato all’Universitat Pompeu Fabra. Revoltella ha affermato che il rapporto porta il dibattito “dalla diagnosi all’attuazione”. Haucap ha precisato che l’integrazione non deve significare uniformità e che la diversità costituisce un vantaggio quando gli Stati membri possono valorizzare i propri punti di forza all’interno di un mercato unico integrato. Baley ha osservato che gli investitori temono l’incertezza e la frammentazione più della diversità, perché in presenza di costi di aggiustamento elevati l’incertezza rende più conveniente attendere.
Le esperienze nazionali indicate come modello
Lo studio mappa le pratiche considerate efficaci: la concorrenza sull’alta velocità ferroviaria in Italia, i punti di forza della Spagna nell’energia competitiva e nella produzione di contenuti, la leadership francese nell’intelligenza artificiale, la formazione professionale tedesca, lo sviluppo della forza lavoro in Polonia, l’integrazione energetica dei Paesi nordici, le infrastrutture digitali dell’Estonia e il tribunale commerciale olandese, l’unico in Europa a operare interamente in inglese.
Diego Begnozzi, senior consultant di TEHA e autore dello studio, ha citato l’esempio italiano affermando che, con l’apertura dell’alta velocità alla concorrenza, i prezzi sono scesi del 15%. Secondo Begnozzi si tratta di casi che dimostrano ciò che potrebbe ottenere un’Europa più integrata e non di esperimenti isolati. James Waterworth, direttore per le politiche pubbliche Ue di Amazon, ha dichiarato che l’azienda investe in tutta l’Unione e osserva direttamente come le differenze in infrastrutture, regolamentazione, competenze e qualità istituzionale incidano sulle decisioni di investimento.

