La Spagna potrebbe tornare alle urne già alla fine di novembre. È lo scenario che si apre dopo la bocciatura da parte del Congresso dei Deputati dei due decreti sulla casa approvati martedì dal Consiglio dei ministri, sui quali il governo di Pedro Sánchez aveva concentrato buona parte della propria risposta alla crescente emergenza abitativa e alle proteste scoppiate nel Paese dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal.
Il primo dei due provvedimenti, il Real Decreto-ley 26/2026, è stato respinto con 172 voti a favore e 178 contrari. Determinanti sono stati i voti contrari di PP, Vox, Junts e UPN. È andata ancora peggio al secondo decreto, il Real Decreto-ley 27/2026, bocciato con 166 voti favorevoli e 184 contrari. In questo caso al fronte contrario si sono aggiunti anche altri gruppi che avevano invece sostenuto il primo provvedimento.
Junts, il partito dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, aveva chiesto al governo di ritirare entrambi i decreti e di negoziare un nuovo testo sulla base di una propria proposta. L’esecutivo ha deciso invece di sottoporli comunque al voto, nonostante la ministra della Casa Isabel Rodríguez avesse tentato fino all’ultimo di convincere il partito catalano, sostenendo che il primo provvedimento recepisse circa il 90% delle sue richieste.
Cosa prevedevano i due decreti
Il primo decreto conteneva la parte più ampia del pacchetto sulla casa. Tra le misure figuravano una limitazione temporanea, fino al 31 dicembre 2028, di determinate acquisizioni immobiliari; la proroga delle protezioni contro gli sfratti delle persone vulnerabili prive di un’alternativa abitativa; maggiori tutele per gli inquilini; nuove regole per accertare la condizione di grande proprietario e una serie di interventi fiscali sull’Irpef, l’Iva, l’imposta sulle società e le imposte immobiliari.
Il provvedimento puntava inoltre ad ampliare e proteggere il patrimonio pubblico di abitazioni e prevedeva misure per favorire la costruzione di alloggi a prezzi accessibili, compresa la creazione di un Fondo per l’edilizia abitativa a impatto sociale.
Il secondo decreto interveniva invece direttamente sulla durata dei contratti di locazione dell’abitazione principale. Una volta trascorsi almeno cinque anni di contratto, o sette nel caso in cui il proprietario fosse una persona giuridica, il rapporto sarebbe stato prorogato automaticamente per periodi successivi della stessa durata, salvo comunicazione contraria di una delle parti. Il termine di preavviso a disposizione del proprietario sarebbe inoltre passato da quattro a sei mesi.
In linea generale, il proprietario intenzionato a non prorogare il contratto avrebbe dovuto corrispondere all’inquilino un’indennità equivalente ad almeno dodici mensilità dell’affitto di un’abitazione con caratteristiche analoghe, fatte salve le eccezioni previste dalla norma.
Le proteste davanti al Congresso
La bocciatura dei provvedimenti ha immediatamente provocato la reazione dei manifestanti riuniti davanti al Congresso. Secondo El País, dalla piazza si sono levate grida di “vergogna” e richieste di uno “sciopero generale”. “I loro profitti, la nostra miseria”, hanno scandito alcune delle persone presenti, mentre centinaia di manifestanti provenienti dall’accampamento di Puerta del Sol hanno raggiunto l’area intorno alla Camera dei Deputati, presidiata dalle forze dell’ordine.
La crisi sulla casa ha assunto nelle ultime settimane una forte dimensione politica dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, l’87enne il cui caso ha alimentato le mobilitazioni nella capitale. I due provvedimenti sono stati per questo soprannominati dalla stampa spagnola “decreti Maricarmen”.
Venerdì, al termine del dibattito, lo stesso Sánchez è intervenuto dal podio del Congresso per chiedere ai deputati di votare pensando “al popolo”, accompagnando l’appello con parole che in Spagna sono state immediatamente interpretate anche alla luce delle indiscrezioni su possibili elezioni anticipate: “Fate la cosa giusta perché la storia vi giudicherà prima di quanto pensiate, e in modo più decisivo di quanto possiate immaginare”.
L’ipotesi delle elezioni anticipate
La doppia sconfitta parlamentare apre infatti un problema più ampio per il governo. Secondo quanto riferito da El País, esponenti di primo piano del PSOE, ministri e dirigenti vicini alla Moncloa ritengono che Sánchez potrebbe valutare uno scioglimento anticipato delle Cortes dopo il voto contrario ai decreti. Nel circolo del presidente, secondo il quotidiano, la possibilità che la Spagna torni alle urne prima della fine dell’anno viene ormai considerata molto concreta, anche se al momento Sánchez non ha annunciato alcuna decisione.
Finora il presidente del governo aveva indicato il 2027 come orizzonte naturale della legislatura. Il voto di Junts, sommato all’imminente ritorno in Spagna di Puigdemont, rischia però di modificare profondamente gli equilibri sui quali si è sostenuto l’esecutivo. Fonti vicine al governo citate dalla stampa spagnola ritengono che la combinazione dei due fattori possa avere un “effetto esplosivo” sulla maggioranza parlamentare.
Dal punto di vista costituzionale Sánchez potrebbe ricorrere all’articolo 115 della Costituzione spagnola. La disposizione stabilisce che il presidente del governo, dopo la deliberazione del Consiglio dei ministri e sotto la propria esclusiva responsabilità, possa proporre lo scioglimento del Congresso, del Senato o di entrambe le Camere. Lo scioglimento viene formalmente decretato dal Re e il relativo decreto fissa la data delle elezioni.
La disciplina dei tempi è contenuta nella Ley Orgánica del Régimen Electoral General, la cosiddetta LOREG. In caso di scioglimento anticipato, il decreto di convocazione viene pubblicato sulla Gazzetta ufficiale spagnola il giorno successivo alla sua emanazione ed entra immediatamente in vigore. Le elezioni devono quindi svolgersi il cinquantaquattresimo giorno successivo alla convocazione.
Se Sánchez decidesse di percorrere questa strada nei prossimi giorni, la prima data presa in considerazione negli ambienti socialisti e indicata dalla stampa spagnola sarebbe domenica 29 novembre. Per il momento resta però soltanto uno scenario: la doppia bocciatura dei decreti non comporta automaticamente né la caduta del governo né lo scioglimento delle Cortes e la decisione finale rimane nelle mani del presidente del governo.
[a cura di Simone Cantarini]

