La crisi in corso in Medio Oriente impone all’Europa e ai Paesi UE di agire con scelte strutturali che guardino al lungo periodo a partire dalla capacità di trasformare il risparmio privato in investimenti, di superare la frammentazione dei mercati finanziari e di rafforzare strumenti comuni in grado di sostenere innovazione, competitività e sovranità economica. È il messaggio emerso dal dibattito “Autonomia strategica Ue e Unione dei risparmi e degli investimenti”, organizzato a Roma dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, a cui hanno partecipato tra gli altri l’ex premier e autore del rapporto sul Futuro del Mercato unico europeo, Enrico Letta, il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, eurodeputati e rappresentanti del settore finanziario e assicurativo.

Nel suo intervento, Letta ha insistito sul fatto che la frammentazione dei mercati finanziari europei non rappresenta soltanto un limite tecnico o regolatorio, ma uno dei principali fattori di debolezza dell’economia dell’Unione. Il vero problema, nella sua lettura, è che l’Europa continua a presentarsi con 27 mercati finanziari distinti pur condividendo la moneta unica, “una tale contraddizione in termini” che produce “danni pesanti”. Per l’ex presidente del Consiglio, del resto, la lezione lasciata dalla Brexit è chiara: l’uscita di Londra dall’Unione non ha rafforzato una piazza continentale a scapito delle altre, ma ha avvantaggiato soprattutto Wall Street.

Secondo l’ex premier, l’Europa non sconta un ritardo nei settori chiave del futuro, a partire dall’intelligenza artificiale, per mancanza di talenti o competenze, ma perché non riesce a mobilitare capitali comparabili a quelli disponibili negli Stati Uniti. Per questo la Savings and Investments Union, nella sua impostazione, non è un dossier settoriale ma un tassello decisivo della capacità europea di crescere di scala, finanziare innovazione e trattenere valore economico e tecnologico all’interno dell’Unione. Non a caso, ha sostenuto, “la dimensione conta e la frammentazione è un problema”.

Letta ha lanciato un monito sulle risposte che si stanno preparando a livello europeo e di Stati membri per affrontare le conseguenze economiche derivanti dalla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, via d’acqua da cui passano il 20% delle forniture di petrolio e gas naturale a livello globale.

La guerra in Medio Oriente e il conseguente shock energetico, ha osservato, impongono inevitabilmente interventi immediati per contenere i prezzi e ridurre il rischio di recessione. Ma se l’Europa si limita ancora una volta a misure temporanee senza affrontare le scelte strutturali, dall’integrazione del mercato dell’energia a quella dei mercati finanziari e della connettività, il continente resterà esposto a una vulnerabilità permanente. “Se non si fanno le scelte strutturali, se non si integra il mercato dell’energia europeo in un unico mercato, se non si crea la Savings and Investments Union, se non si crea l’unione della connettività, noi alla fine ci ritroveremo” di fronte a crisi ricorrenti e a un senso di declino sempre più marcato, ha avvertito l’ex premier.

Su un piano più concreto, Letta ha indicato i due obiettivi di fondo dell’Unione dei risparmi e degli investimenti: migliorare i rendimenti dei risparmiatori europei e costruire un canale più efficace tra risparmio e investimenti.

In questo quadro ha richiamato il tema dei fondi pensione, oggi realmente sviluppati su larga scala solo in alcuni Paesi del Nord Europa, come una delle condizioni necessarie per convogliare capitali stabili verso investimenti di lungo periodo. Accanto a questo, ha anche valorizzato l’iniziativa della Commissione europea su EU Inc., collegandola alla sua proposta del “ventottesimo regime”, cioè a un quadro comune che faciliti l’attività d’impresa su scala europea.

Agire in fretta

A spingere sul fattore tempo è stato il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, che ha inquadrato il contesto in termini apertamente emergenziali. Secondo Patuelli, l’Europa si trova di fronte a “una situazione di emergenza internazionale, di emergenza economica, di emergenza sociale” e deve agire in anticipo, prima che l’inflazione e il rallentamento colpiscano in sequenza imprese, famiglie e banche. Per questo, ha sostenuto, l’Unione dei risparmi e degli investimenti non può essere affrontata con i tempi e i metodi ordinari dell’Unione. “Qui ci vuole uno spirito di emergenza”, ha affermato, aggiungendo che “noi abbiamo una emergenza economico-sociale da sventare. E la dobbiamo sventare in anticipo”.

Patuelli ha lanciato una dura critica al vincolo dell’unanimità che blocca il sistema europeo. Secondo il presidente dell’ABI questo meccanismo non sia più adeguato per portare avanti decisioni di tale portata e ha indicato nella cooperazione rafforzata la via più realistica: “Chi ci sta ci sta, chi non ci sta è libero di non starci, ma chi ci sta è libero di starci e non è penalizzato”. Nel suo ragionamento, l’euro stesso costituisce il precedente più evidente di un’integrazione che non sarebbe mai nata se si fosse atteso il consenso pieno di tutti fin dall’inizio.

Una UE che fatica a finanziarie la propria innovazione

La prospettiva della Commissione europea è stata portata da Lauro Panella, membro del gabinetto della commissaria Maria Luís Albuquerque, che ha ricondotto il dibattito all’evoluzione del quadro regolatorio costruito dopo la crisi finanziaria del 2008-2009. Panella ha ricordato che per quindici anni il “mood europeo” è stato segnato dalla priorità della stabilità e della prudenza nel settore bancario, assicurativo e finanziario. Il prezzo pagato, però, è stato una crescente difficoltà a finanziare l’innovazione, cioè la componente più rischiosa ma anche più decisiva per la produttività e la competitività. “Il prezzo da pagare di questa scelta è che il continente europeo ha fatto sempre più fatica a finanziare l’elemento più rischioso che c’è nel sistema economico che è l’innovazione”, ha spiegato.

Da questo punto di vista, Panella ha insistito sul fatto che la Savings and Investments Union non è soltanto una nuova etichetta per la vecchia Capital Markets Union. L’aggiunta della parola “investimenti”, ha spiegato, vuole essere “un messaggio chiaro” sul fatto che non basta guardare al risparmio, ma bisogna rafforzare “la capacità e gli incentivi che ci sono perché questo possa arrivare all’economia reale e agli investimenti in Europa”. Per Bruxelles, dunque, la sfida consiste nel reintrodurre una maggiore disponibilità ad assumere rischio senza compromettere la stabilità complessiva del sistema. In questo senso, Panella ha affermato che “noi dobbiamo reintrodurre” un sistema “capace di gestire il rischio in una maniera un po’ più sostanziale rispetto a quanto fatto finora”, pur “salvaguardando” quanto costruito in termini di stabilità.

Panella ha anche richiamato alcuni dossier già sul tavolo, dalle cartolarizzazioni ai savings and investment accounts, dal tema delle pensioni fino alle assicurazioni e al pacchetto MISP sulla revisione della supervisione, del trading e delle infrastrutture di mercato. Il messaggio di fondo è che l’Europa dispone già delle risorse necessarie per agire: secondo i dati citati, nel continente ci sono circa 55 mila miliardi di capitale finanziario in varie forme, di cui 12 mila miliardi fermi tra conti correnti e depositi. Il nodo, ha osservato, non è quindi la scarsità di mezzi, ma la capacità di mobilitarli in un contesto ancora troppo segmentato, aggravato anche da competenze nazionali su pensioni, fiscalità e pratiche di gold plating che continuano a frammentare il mercato unico. “Abbiamo tutti gli strumenti per poter fare tutto quello che abbiamo disposto oggi”, ha detto, avvertendo però che “Bruxelles in questa partita da sola non basta”.

[a cura di Simone Cantarini]

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