Nel corso della serata di gala per l’80° anniversario della testata tedesca Die Zeit, ad Amburgo il 20 aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha cercato di presentare l’allargamento dell’Unione europea come una mossa geopolitica decisiva e lungimirante.
Tuttavia, il suo tentativo di sostenere la causa di un’Unione più ampia è stato oscurato da una singola frase provocatoria. Quell’osservazione ha da allora innescato un forte scontro diplomatico con la Turchia, un Paese che resta al tempo stesso un partner vitale della NATO e un candidato di lunga data all’adesione all’UE.
Nel suo intervento, von der Leyen ha sottolineato che l’obiettivo principale dell’UE deve essere il “completamento” del continente europeo. Ha sostenuto che soltanto un’Europa pienamente integrata potrebbe mettersi al riparo dalle pressioni esterne e dalle influenze politiche esercitate da Russia, Cina e Turchia. Accostando questi tre Paesi, ha segnalato uno spostamento nel modo in cui la Commissione guarda alle potenze vicine, indipendentemente dal loro status ufficiale rispetto al blocco europeo.
La presidente ha invocato un cambiamento profondo nel modo di pensare europeo, esortando i leader ad adottare una mentalità geopolitica più aggressiva. Ha affermato che i precedenti pilastri della prosperità europea — in particolare la dipendenza dall’energia a basso costo proveniente dalla Russia, dal lavoro industriale a basso costo dalla Cina e dall’ombrello militare protettivo fornito dagli Stati Uniti — non sono più sostenibili. A suo avviso, l’epoca in cui si faceva affidamento su queste garanzie esterne è finita, rendendo necessario un passaggio verso una piena sovranità europea.
Questa svolta strategica, però, ha provocato un’immediata reazione negativa proprio per la sua formulazione. Inserendo la Turchia — alleato formale nell’Alleanza atlantica e Paese candidato all’UE — accanto a rivali globali come Russia e Cina, il discorso di von der Leyen è stato subito segnalato dagli osservatori internazionali. I media turchi, guidati dall’agenzia statale Anadolu, hanno reagito con dure critiche, interpretando quel passaggio come un’esclusione deliberata e un affronto al peso geopolitico di Ankara.
Alla fine, quello che voleva essere un manifesto ispiratore a favore dell’integrazione dei Balcani occidentali ha invece messo in luce le frizioni profonde tra Bruxelles e Ankara. L’episodio evidenzia una sfida persistente per l’Unione europea: la difficoltà di conciliare i propri obiettivi interni di allargamento con le complesse realtà diplomatiche di un mondo multipolare, in cui la distinzione tra “rivale strategico” e “alleato difficile” diventa sempre più sfumata.
Dopo le reazioni negative, la Commissione europea ha diffuso un chiarimento formale, ribadendo che la Turchia continua a essere un partner “indiscutibilmente vitale” per il blocco europeo.
Un portavoce della Commissione ha richiamato il ruolo essenziale svolto da Ankara in settori critici, citando in particolare il suo contributo alla gestione della migrazione, alle sinergie economiche e ai grandi progetti infrastrutturali come il Corridoio di Mezzo transcaspico. La dichiarazione ha inoltre ricordato in modo esplicito il duplice status della Turchia, ossia quello di membro della NATO e di Paese ufficialmente candidato all’adesione all’UE.
La Commissione ha poi spiegato che le precedenti osservazioni della presidente erano intese a riferirsi a dinamiche geopolitiche di ampia portata, e non a suggerire che la Turchia venga considerata allo stesso modo degli altri Paesi menzionati.
La Commissione ha quindi cercato di attenuare le ricadute diplomatiche con una dichiarazione mirata a correggere la gaffe di Ursula von der Leyen.
Tuttavia, le implicazioni negative delle osservazioni di von der Leyen vanno oltre il semplice fatto di aver provocato una tensione diplomatica tra la Turchia e l’Unione europea. Collocando la Turchia — attraverso la voce della sua massima rappresentante istituzionale — accanto a Cina e Russia in una categoria di Paesi percepiti come potenzialmente dannosi per l’Europa, l’UE ha involontariamente fornito a Recep Tayyip Erdoğan e al blocco politico al potere che egli guida un vantaggio sul piano narrativo.
I regimi autoritari tendono a costruire grandi “narrazioni”. Queste narrazioni vengono rafforzate da sviluppi politici minori e quotidiani. I seguaci di un leader autoritario interpretano gli eventi attraverso la lente di questa cornice narrativa più ampia, che a sua volta facilita la legittimazione del leader e rende più semplice per i sostenitori percepirlo come nel giusto e giustificato in quasi ogni circostanza.
Una caratteristica distintiva di tali narrazioni è il loro affidarsi a una distinzione binaria tra “noi” e “l’altro”, offrendo così agli individui un quadro identitario chiaro. Questo senso di appartenenza influenza in modo significativo la visione del mondo e gli atteggiamenti politici della base di consenso del regime.
All’interno di questa cornice, Erdoğan e i suoi alleati nazionalisti presentano la Turchia come una potenza globale emergente e come un centro di attrazione e stabilità nella propria regione. Lo stesso Erdoğan viene raffigurato come il vero leader del mondo musulmano, uno statista che ha elevato il rango della politica estera turca e una figura eroica dedita a servire la nazione su tutti i fronti.
Al contrario, “l’altro” in questa grande narrazione — pur non essendo sempre definito in modo esplicito e pur cambiando periodicamente — comprende in generale la civiltà occidentale e Israele.
La retorica di questi attori esterni, collocati nel ruolo dell’“altro”, finisce spesso per rafforzare ulteriormente la narrazione del governo Erdoğan. In questo senso, il ruolo di Benjamin Netanyahu e della sua coalizione di governo di estrema destra è stato particolarmente rilevante negli ultimi anni. Le dichiarazioni di esponenti politici israeliani che dipingono la Turchia come un nuovo avversario hanno contribuito, forse involontariamente, a consolidare la base di consenso interna di Erdoğan e a rafforzare l’allineamento degli elettori attorno a lui.
In questo contesto, le osservazioni di Ursula von der Leyen possono essere descritte come un passo falso diplomatico che si è abbattuto con notevole forza sull’agenda politica turca. Arrivate in un momento in cui le relazioni tra l’Unione europea e la Turchia avevano iniziato a migliorare — soprattutto nell’ambito della cooperazione in materia di sicurezza — le sue dichiarazioni hanno finito per rafforzare involontariamente la narrativa di Recep Tayyip Erdoğan, nella quale l’Europa viene collocata nel campo dell’“altro”.
Inoltre, i commenti di von der Leyen hanno rafforzato una percezione molto diffusa nella società turca: la convinzione che, a prescindere dalle sue azioni, la Turchia sarà comunque esclusa dall’adesione all’UE a causa della sua identità musulmana.
Le dichiarazioni hanno anche suscitato una forte delusione tra i gruppi di opposizione in Turchia, che hanno bisogno di un sostegno democratico da parte dell’Europa e della più ampia comunità internazionale. Questa reazione è stata particolarmente marcata in un momento in cui alcuni segmenti dell’opposizione erano stati incoraggiati da sviluppi come la sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria.
L’Unione europea resta un punto di riferimento indispensabile per il rilancio della democrazia in Turchia e per invertire la traiettoria autoritaria del Paese. Per questo è di fondamentale importanza che i leader europei agiscano con piena consapevolezza di questa realtà.
Dal Trattato di Parigi del 1856, attraverso il quale l’Impero ottomano fu formalmente riconosciuto come parte del sistema statuale europeo, la Turchia si è orientata in larga misura verso l’Europa sia sul piano politico sia su quello economico. Alla luce di questo retroterra storico, rappresentare la Turchia — come nelle osservazioni di von der Leyen — accanto a Paesi come Cina e Russia, e quindi alienarla, difficilmente produrrà benefici costruttivi.
Bahadır Çelebi è caporedattore di Daktilo1984, progetto editoriale del think tank turco D84 che rende accessibile al grande pubblico il dibattito accademico e politico.

