L’accordo raggiunto il 22 luglio tra Arabia Saudita e Stati Uniti per dare il via a un programma nucleare civile rappresenta uno mutamento radicale del panorama geopolitico in Medio Oriente, mentre il conflitto con l’Iran ha ormai travalicato il Golfo e lo Stretto di Hormuz, portando i prezzi del petrolio nuovamente sopra i 100 dollari al barile dopo due mesi.

Come sottolineato da diverse analisi, l’accordo sul nucleare civile tra Riyad e Washington apre al Regno saudita l’accesso alla tecnologia americana, ma rischia allo stesso tempo di ridisegnare gli equilibri strategici del Medio Oriente.

L’accordo è stato firmato il 22 luglio dal segretario americano all’Energia, Chris Wright, e dal ministro dell’Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, ed avrà una durata prevista di trent’anni. L’accordo, non ancora reso pubblico, crea la base giuridica per il trasferimento di tecnologia, materiali e competenze nucleari statunitensi a Riyadh e potrebbe aprire, dopo uno studio congiunto, alla costruzione di un impianto di arricchimento dell’uranio in territorio saudita.

L’ipotesi dell’arricchimento ha alimentato le critiche in Israele, dove diversi esponenti politici temono l’avvio di una corsa regionale agli armamenti e l’acquisizione da parte saudita di una capacità nucleare potenzialmente convertibile a fini militari.

Finora, il premier Benjamin Netanyahu e i suoi ministri della Difesa e degli Esteri non hanno finora commentato l’accordo. Tuttavia, sul tema si sono espressi diversi esponenti politici di spicco come l’ex premier Naftali Bennett e l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman.

“L’accordo sul nucleare che si sta concretizzando con l’Arabia Saudita, a scapito di Israele, è un grave fallimento strategico che mette in pericolo la nostra sicurezza”, ha dichiarato l’ex Primo Ministro Naftali Bennett, che potrebbe figurare tra gli sfidanti di Netanyahu alle elezioni di ottobre.

“L’arricchimento nucleare sul suolo saudita potrebbe portare a una corsa agli armamenti nucleari regionale e a una pericolosa perdita di controllo”, ha aggiunto Bennetti in una nota rilanciata da The Times of Israel.

Parlando all’emittente pubblica israeliana Kan, l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha affermato che “il programma nucleare civile dell’Arabia Saudita si concluderà con la produzione di armi nucleari e porterà a una folle corsa agli armamenti in tutto il Medio Oriente”. Israele, che si ritiene possieda l’unico arsenale nucleare della regione, deve opporsi all’accordo e fare pressione sul Congresso per bloccarlo, ha affermato.

Trump chiede che Riyadh entri negli accordi di Abramo

Nel tentativo di contenere le opposizioni israeliane e ottenere consenso a Washington, il presidente Donald Trump ha però legato politicamente l’attuazione dell’accordo all’ingresso dell’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo e alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

“L’accordo sul nucleare civile (non ci sarà alcun arricchimento di materiale!) in fase di definizione tra il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, che riguarda esclusivamente usi non militari come quelli già in vigore in Iran e negli Emirati Arabi Uniti (e in altri paesi), sarà approvato, ma è totalmente subordinato all’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo, molto rispettati e di grande successo”, ha scritto Trump sul suo social network Truth, aggiungendo che “gli Stati Uniti non sono contrari agli impianti nucleari civili (non destinati all’arricchimento)”.

Trump cerca di dare seguito agli accordi del 2020, che hanno ampliato il numero di Stati arabi con relazioni diplomatiche con Israele. Gli esperti di non proliferazione hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’accordo non includa misure di salvaguardia volte a impedire l’arricchimento dell’uranio a livelli utilizzabili per scopi militari.

Hormuz bloccato e petroliere saudite attaccate nel Mar Rosso

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita giunge mentre lo scontro con l’Iran non accenna a fermarsi, minacciando la navigazione anche nel Mar Rosso.

I ribelli sciiti del gruppo Ansar Allah (meglio noti come Houthi), stretti alleati dell’Iran hanno dichiarato giovedì di aver attaccato due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, accusando gli equipaggi di aver violato il blocco navale imposto dal gruppo nel Mar Rosso. Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira le petroliere con diversi missili balistici e da crociera, nonché con droni, incendiando una delle imbarcazioni.

A seguito degli attacchi il prezzo del petrolio è risalito sopra i 100 dollari al barile per la prima volta in due mesi dopo aver raggiunto mercoledì i 95 dollari al barile.

A seguito degli attacchi lanciati dal gruppo sciita, secondo Al Jazeera, almeno 10 navi che tentavano di attraversare lo stretto di Bab el-Mandeb sono state costrette a dirottare verso il Canale di Suez, affrontando un viaggio molto più lungo intorno all’Africa passando per il Capo di Buona Speranza. Due delle navi prese di mira erano dirette in India e in Cina.

Gli Houthi hanno lanciato nei giorni scorsi la loro partita nella guerra tra Stati Uniti e Iran, legando le loro azioni alla richiesta della revoca del blocco imposto all’Arabia Saudita alle aree del nord dello Yemen sotto il controllo del gruppo sciita. Sempre secondo l’emittente qatariota, i funzionari Houthi hanno affermato di voler intensificare le operazioni per colpire petroliere e navi saudite anche quando non attraversano Bab el-Mandeb, il che significa che le imbarcazioni che cambiano rotta attraverso il Canale di Suez potrebbero comunque essere a rischio. Inoltre, i ribelli sciiti hanno minacciato di colpire anche gli impianti petroliferi di Aramco se il blocco sullo Yemen non verrà revocato.

[a cura di Simone Cantarini]

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