Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sul nuovo Regolamento rimpatri, che sostituisce la Direttiva del 2008 e introduce procedure più rapide e uniformi in tutto lo spazio Schengen.

L’intesa, basata sulla proposta della Commissione europea del marzo 2025, segna una svolta dopo quasi vent’anni di norme considerate frammentate e scarsamente efficaci. Secondo i dati della Commissione, il tasso di rimpatrio effettivo è salito al 28% nel 2025, il livello più alto degli ultimi dieci anni, ma il divario tra decisioni emesse e allontanamenti eseguiti resta ancora troppo ampio per considerare il sistema funzionante.

Al centro del nuovo sistema vi è l’obbligo, per i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio, di cooperare con le autorità e lasciare il territorio dell’Unione immediatamente o entro un termine stabilito. In caso di mancata cooperazione, rischio di fuga o pericolo per la sicurezza pubblica, è prevista la possibilità di detenzione amministrativa fino a 24 mesi, prorogabili di ulteriori sei in presenza di nuove circostanze, nuove informazioni o di un miglioramento della cooperazione con il Paese terzo interessato. Se il soggetto si sposta in un altro Stato membro e sussistono motivi di trattenimento, un nuovo periodo di detenzione potrà decorrere da capo.

La misura deve essere disposta da un’autorità amministrativa o giudiziaria sulla base di una valutazione individuale. In alternativa alla detenzione, gli Stati possono ricorrere a garanzie finanziarie, sorveglianza elettronica o obbligo di residenza in un luogo designato, nonché all’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità. La detenzione è ammessa anche per minori non accompagnati e famiglie con bambini, ma soltanto come misura di ultima istanza e per il periodo strettamente necessario, tenendo conto del superiore interesse del minore.

Le varie disposizioni

Una delle novità più discusse riguarda i cosiddetti “return hubs”: centri situati al di fuori dell’Unione europea dove potranno essere trasferiti i migranti irregolari soggetti a una decisione di rimpatrio, sulla base di accordi conclusi da singoli Stati membri con Paesi terzi disposti ad accoglierli.

I Paesi coinvolti dovranno rispettare i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non-refoulement, che vieta agli Stati di espellere, rimpatriare o trasferire una persona verso un Paese dove rischierebbe persecuzioni, torture, trattamenti inumani o degradanti, o una minaccia grave alla propria vita e libertà.

Gli Stati membri sono tenuti a informare preventivamente la Commissione e gli altri partner prima che tali accordi entrino in applicazione. I minori non accompagnati sono esplicitamente esclusi da questo meccanismo.

Il testo introduce inoltre l’Ordine europeo di rimpatrio, uno strumento inserito nel Sistema d’informazione Schengen (SIS) che permetterà a qualsiasi Stato membro di riconoscere ed eseguire una decisione di allontanamento emessa da un altro Paese dell’Unione, ponendo fine all’attuale frammentazione.

Uno Stato membro potrà scegliere se riconoscere e applicare direttamente la decisione altrui oppure emettere una nuova decisione nazionale. La Commissione dovrà valutare entro due anni il funzionamento del meccanismo e potrà proporre norme che rendano obbligatorio tale riconoscimento su base europea.

Il regolamento prevede disposizioni specificamente rafforzate per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza, al fine di garantirne l’identificazione e il rimpatrio in tempi più rapidi. Il rimpatrio forzato diventa obbligatorio quando il soggetto interessato rappresenta una minaccia per la sicurezza, non coopera, si sposta irregolarmente verso un altro Stato membro o non lascia volontariamente l’Unione entro il termine stabilito.

Il relatore del Parlamento europeo Malik Azmani (Renew Europe, Paesi Bassi) ha parlato di riforma attesa da troppo tempo, sottolineando che dopo quasi due decenni le norme europee erano pronte per essere aggiornate e che l’obiettivo era costruire un sistema “efficace, equo e praticabile”. Azmani ha anche rivendicato il risultato sull’entrata in vigore, definita dal Parlamento una priorità assoluta: per l’Eurocamera era essenziale che le nuove regole producessero effetti il prima possibile, e su questo punto ha detto che “abbiamo combattuto duramente”.

Dalla Commissione europea è arrivato il plauso della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, che ha definito l’accordo “un passo decisivo in avanti” verso una politica di rimpatri credibile ed efficace, parte integrante di un sistema di gestione della migrazione “ben funzionante”. Virkkunen ha ribadito che le nuove norme garantiranno procedure più rapide e semplici “nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali”.

Più diretto il commissario per gli Affari interni Magnus Brunner, che ha letto l’accordo come un segnale di controllo ritrovato: con le nuove regole, ha detto, l’Unione europea ha “più controllo su chi può venire, chi può restare e chi deve andarsene”, aggiungendo che è esattamente quello che i cittadini europei si aspettano dalle istituzioni.

Alcune disposizioni, tra cui quelle sui return hubs, la valutazione dell’età dei minori e la dimensione esterna dei rimpatri, entreranno in vigore immediatamente dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Le restanti misure, che richiedono adeguamenti preparatori da parte degli Stati membri, si applicheranno dodici mesi dopo l’entrata in vigore. L’accordo deve ora essere formalmente adottato da Parlamento e Consiglio.

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