Gli alleati europei temono che un team negoziale statunitense inesperto stia spingendo per un accordo quadro rapido e mediaticamente efficace con l’Iran, che rischierebbe però di consolidare i problemi anziché risolverli, secondo diplomatici con esperienza nei rapporti con Teheran.
La preoccupazione è che Washington, desiderosa di ottenere un successo diplomatico per il presidente Donald Trump, possa siglare un’intesa superficiale sul programma nucleare iraniano e sull’alleggerimento delle sanzioni, per poi affrontare mesi o anni di negoziati tecnicamente complessi. Diplomatici di Francia, Regno Unito e Germania – che avevano avviato i negoziati con l’Iran già nel 2003 – affermano di essere stati messi da parte.
Tra il 2013 e il 2015, questi Paesi avevano lavorato con gli Stati Uniti per concludere un accordo volto a limitare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni, noto come Joint Comprehensive Plan of Action. Trump si ritirò dall’accordo – il principale risultato di politica estera del suo predecessore Barack Obama – nel 2018, durante il suo primo mandato, definendolo “terribilmente sbilanciato”.
Dopo 40 giorni di attacchi aerei, negoziatori statunitensi e iraniani hanno avviato colloqui a Islamabad all’inizio di questo mese, concentrandosi nuovamente sul consueto scambio tra restrizioni nucleari e alleggerimento economico.
Secondo i diplomatici, la profonda sfiducia reciproca e stili negoziali molto diversi aumentano il rischio di un accordo fragile, difficilmente sostenibile politicamente da entrambe le parti. “Ci sono voluti 12 anni e un enorme lavoro tecnico”, ha dichiarato Federica Mogherini, che coordinò i negoziati tra il 2013 e il 2015. “Qualcuno pensa davvero che si possa fare in 21 ore?”
Un accordo di alto livello, ma povero di dettagli
Secondo i diplomatici, un’intesa minima potrebbe essere raggiunta, articolata in un pacchetto nucleare e uno economico. Tuttavia, il nodo nucleare resta di gran lunga il più controverso.
“Gku statunitensi pensano che basti accordarsi su tre o quattro punti in un documento di cinque pagine, ma sul dossier nucleare ogni clausola apre la porta a una dozzina di nuove dispute”, ha affermato un diplomatico europeo.
I colloqui si concentrano sulle scorte iraniane di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale che, se ulteriormente raffinato, potrebbe essere utilizzato per produrre diverse armi nucleari.
L’opzione preferita è il “downblending” all’interno dell’Iran sotto la supervisione della International Atomic Energy Agency. Un’altra possibilità è un approccio ibrido, con una parte del materiale trasferita all’estero.
Tra le possibili destinazioni sono stati citati Turchia e Francia. Trasferire il materiale negli Stati Uniti sarebbe politicamente difficile per Teheran, mentre la Russia è vista con sospetto da Washington. Anche queste opzioni richiederebbero negoziati lunghi e complessi su recupero del materiale, verifica delle quantità e trasporto sicuro.
Oltre alle scorte, resta la questione fondamentale del diritto dell’Iran ad arricchire uranio. Trump ha chiesto pubblicamente l’azzeramento totale dell’arricchimento, mentre Teheran rivendica il diritto a fini civili e nega di voler sviluppare armi nucleari.
Un possibile compromesso potrebbe essere una moratoria temporanea seguita da una ripresa a livelli molto bassi sotto condizioni rigorose.
I diplomatici europei sottolineano che un ruolo centrale dell’AIEA, con verifiche intrusive e accesso illimitato, è essenziale. “Un negoziato con l’Iran è meticoloso e sottile: ogni parola conta”, ha affermato Gérard Araud. “Non è qualcosa che si possa affrettare”-
Revoca delle sanzioni e necessità di “salvare la faccia”
Il versante economico riguarda la revoca delle sanzioni e lo sblocco degli asset iraniani. Nel breve periodo, Teheran vuole accedere a fondi congelati all’estero. Una revoca più ampia delle sanzioni richiederebbe il consenso europeo, dato che il commercio con l’Europa è considerato strategico nel lungo termine.
Secondo diversi funzionari, Washington starebbe nuovamente separando un accordo di principio dalla sua complessa attuazione, un approccio che rischia di fraintendere la cultura politica iraniana.
“Questi negoziati non sono un affare immobiliare concluso con una stretta di mano”, ha osservato un diplomatico regionale, riferendosi al background dei negoziatori principali Steve Witkoff e Jared Kushner. “Richiedono sequenze precise, revoca delle sanzioni e passi nucleari reciproci”.
La guerra ha irrigidito la posizione iraniana, dimostrando che il Paese può resistere alle pressioni pur cercando sollievo economico. La richiesta principale di Teheran è una garanzia di non aggressione, dopo gli attacchi subiti da Stati Uniti e Israele durante precedenti fasi diplomatiche.
Gli alleati degli Stati Uniti condividono alcune preoccupazioni: gli Stati del Golfo vogliono affrontare anche i missili balistici iraniani e le attività dei proxy regionali, mentre Israele spinge per vincoli massimi.
L’Iran, al contrario, considera le proprie capacità missilistiche un deterrente essenziale.
Europa ai margini, ma ancora rilevante
I funzionari europei riconoscono di essersi in parte autoesclusi, ad esempio spingendo per il ripristino delle sanzioni ONU e designando i Guardiani della Rivoluzione come organizzazione terroristica.
Tuttavia, sottolineano che la loro scelta di restare fuori dal conflitto non è passata inosservata a Teheran. “Non c’è abbastanza competenza in questo team statunitense”, ha affermato un funzionario europeo, ricordando che circa 200 esperti parteciparono ai negoziati del 2015. “Noi lavoriamo su questo dossier da vent’anni”.
Un funzionario della Casa Bianca ha replicato che rappresentanti del Consiglio di Sicurezza Nazionale, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Difesa sono presenti ai colloqui e restano coinvolti.
Incidente con una nave cargo
Le preoccupazioni sono aumentate lunedì, quando gli Stati Uniti hanno annunciato il sequestro di una nave cargo iraniana che avrebbe tentato di violare il blocco navale, mentre Teheran ha promesso ritorsioni.
Gli sforzi per costruire una pace duratura nella regione appaiono fragili: l’Iran ha dichiarato che non parteciperà a un secondo round di negoziati previsto prima della scadenza del cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti mantengono il blocco dei porti iraniani, mentre Teheran ha alternato la sospensione e la reintroduzione del blocco sul traffico nello stretto di Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.
L’esercito statunitense ha dichiarato di aver aperto il fuoco contro una nave battente bandiera iraniana diretta al porto di Bandar Abbas. Trump ha scritto sui social: “Abbiamo il pieno controllo della loro nave e stiamo verificando cosa c’è a bordo”.
Secondo fonti iraniane, la nave proveniva dalla Cina. Le forze armate di Teheran hanno definito l’episodio “pirateria armata” e promesso una risposta imminente.
I prezzi del petrolio sono saliti e i mercati azionari hanno mostrato volatilità, mentre cresce il timore che il traffico nel Golfo resti fortemente limitato.
I media statali iraniani riferiscono che Teheran ha respinto nuovi colloqui di pace, citando il blocco in corso, la retorica minacciosa e le “richieste eccessive” di Washington.
“Non si possono limitare le esportazioni petrolifere iraniane aspettandosi sicurezza gratuita per gli altri”, ha scritto il primo vicepresidente Mohammadreza Aref. “La scelta è chiara: o un mercato del petrolio libero per tutti, o il rischio di costi significativi per tutti”.
Trump aveva precedentemente avvertito che gli Stati Uniti avrebbero distrutto infrastrutture chiave iraniane in caso di rifiuto delle sue condizioni, proseguendo una recente linea di dichiarazioni minacciose.
L’Iran ha risposto che, in caso di attacchi contro infrastrutture civili, colpirebbe centrali elettriche e impianti di desalinizzazione nei Paesi arabi del Golfo.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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