Il Montenegro è favorevole all’introduzione di nuove garanzie europee per evitare che i futuri Stati membri possano arretrare sul rispetto dello Stato di diritto e degli standard democratici dopo l’ingresso nell’Unione europea. Tuttavia, Podgorica chiede che questi strumenti siano basati su criteri oggettivi e non si trasformino in un sistema che crei membri dell’Unione di seconda categoria.
A spiegarlo è stato Petar Marković, ambasciatore del Montenegro presso l’Unione europea, in un’intervista a Euronews. Il Paese balcanico è oggi il candidato più avanti nel processo di adesione e punta a diventare il 28° Stato membro dell’Unione nel 2028. Il suo percorso, però, potrebbe essere influenzato dal dibattito in corso sulla riforma delle regole dell’allargamento europeo.
La questione nasce dalla volontà di alcuni Stati membri di rafforzare i controlli sul rispetto dei valori fondamentali dell’Unione anche dopo l’adesione di un nuovo Paese. Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo – che con l’Italia hanno avviato il processo che ha portato all’attuale Unione europea – hanno infatti chiesto maggiori garanzie per evitare fenomeni di “arretramento democratico”.
Il riferimento principale è l’esperienza dell’Ungheria di Viktor Orbán, più volte criticata dalle istituzioni europee per le riforme considerate lesive dello Stato di diritto. Il Montenegro non si oppone a nuovi strumenti di controllo, ma chiede che siano applicati secondo regole precise.
“Il Montenegro ha interesse a introdurre garanzie che permettano di mantenere gli standard dell’Unione europea”, ha dichiarato Marković, sottolineando però che eventuali violazioni dovrebbero essere valutate “caso per caso” sulla base di criteri oggettivi.
Secondo Podgorica, non dovrebbe essere sufficiente una valutazione politica generica per intervenire contro un nuovo Stato membro, sarebbe invece necessario dimostrare l’esistenza di un arretramento sistematico rispetto agli impegni europei.
Il punto più controverso riguarda l’ipotesi di introdurre un periodo transitorio dopo l’adesione durante il quale alcuni diritti, come quello di voto nelle istituzioni europee, potrebbero essere limitati. Si tratta della cosiddetta “integrazione graduale”, sostenuta dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, affinché i Paesi candidati ottengano alcuni benefici dell’appartenenza all’Unione europea prima che avvenga il loro ingresso ufficiale.
Il Montenegro considera rischiosa tale proposta perché potrebbe creare una differenza tra vecchi e nuovi membri dell’Unione. Per Marković, eventuali nuove regole devono essere definite prima dell’ingresso nell’Unione e non possono diventare uno strumento per ridurre il peso politico dei futuri Stati membri dopo l’adesione.
Dopo 14 anni di negoziati, cambiare il sistema proprio alla vigilia dell’adesione potrebbe penalizzare il Montenegro, che è stato il primo Paese ad applicare l’attuale metodologia. “Non si tratta di ciò che meritiamo, ma di una scelta razionale”, ha spiegato l’ambasciatore, sostenendo che una nuova metodologia dovrebbe essere pensata soprattutto per quei Paesi candidati che con il sistema attuale non hanno ottenuto risultati.
Allo stesso tempo, il Montenegro riconosce che maggiori garanzie potrebbero rendere più semplice il processo di ratifica dell’adesione nei Parlamenti nazionali degli Stati membri. In alcuni Paesi europei, infatti, l’aumento dello scetticismo verso nuovi allargamenti e lo spostamento verso posizioni politiche più critiche nei confronti dell’integrazione europea potrebbero rendere più difficile ottenere il consenso necessario.
È tuttavia necessario distinguere tra il rischio di arretramento democratico e il momento dell’adesione. Le recenti esperienze ungherese e polacca dimostrano infatti che il deterioramento dello Stato di diritto non è stato una conseguenza automatica dell’ingresso nell’Unione, ma il risultato di precise scelte politiche dei governi successivi.
Nel caso ungherese, ad esempio, Orbán è tornato al potere nel 2010, sei anni dopo l’adesione di Budapest all’Unione europea nel 2004. L’indebolimento di alcune garanzie democratiche non è quindi derivato dal fatto che l’Ungheria fosse già diventata membro dell’Unione, e quindi non più sotto osservazione, ma dalla successiva volontà politica del governo di modificare alcuni equilibri istituzionali interni.
Il nodo centrale riguarda piuttosto la difficoltà dell’Unione europea nel sanzionare efficacemente gli Stati membri che violano i suoi principi fondamentali. L’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea prevede un meccanismo di sospensione dei diritti di uno Stato membro, compreso il diritto di voto in seno al Consiglio, ma richiede che per essere attuato vi sia l’unanimità degli altri Paesi membri.
Proprio questa condizione ha reso il meccanismo difficilmente applicabile. Il cosiddetto “veto incrociato” tra Stati accusati di violazioni simili – come avvenuto tra Ungheria e Polonia durante le rispettive procedure – ha sempre impedito di arrivare a conseguenze concrete.
La vera sfida dell’Unione, quindi, non riguarda soltanto come garantire che i futuri membri rispettino gli standard democratici prima dell’adesione, ma soprattutto come dotarsi di strumenti più efficaci per difendere quei valori anche dopo che un Paese è entrato a far parte della famiglia europea.

