L’Unione Europea è una bestia strana. Mezza federale e mezza confederale. La prima è spesso meno visibile, ma agisce e risponde alle sfide e alle crisi. La seconda è al centro dell’attenzione, ma è capace quasi solo di rinvii e paralisi. Tutto ciò è emerso con chiarezza nelle ultime settimane e nella Conferenza sulla sicurezza di Monaco.
L’ordine mondiale crolla. Gli USA abbandonano il loro ruolo di leader del mondo libero, e di àncora di stabilità, e molti nel mondo vorrebbero capire se l’UE prenderà la leadership del mondo libero e cercherà di contribuire alla stabilità o alla costruzione di un nuovo ordine mondiale.
L’UE risponde solo sul piano monetario e commerciale, competenze esclusive dell’UE, in cui agisce già in modo federale. Con gli accordi con Mercosur e India e gli altri che la Commissione sta negoziando. Con il lavoro della Banca centrale europea e del Parlamento europeo sull’euro digitale. Con la decisione della BCE di prestare Euro alle altre banche centrali del mondo accettando come collaterali di alta qualità denominati in Euro (solitamente titoli di Stato dell’eurozona) e la richiesta di emettere Eurobonds per avere un safe asset europeo alternativo ai Treasury bonds americani. La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha spiegato a Monaco il significato politico della decisione della banca centrale dell’area euro di diventare sostanzialmente il prestatore di ultima istanza mondiale, in modo da rafforzare il ruolo internazionale dell’Euro. Questo arriva dopo che la stessa Lagarde aveva invitato a creare piattaforme di pagamenti europee autonome da quelle americane, e dopo pochi giorni 16 banche europee (con 130 milioni di clienti) avevano lanciato un’iniziativa in tal senso, che entro il 2027 permetterà pagamenti digitali in tutta l’UE su una piattaforma europea.
All’efficacia della metà federale dell’UE, guidata dalla Commissione e dalla BCE fa da contraltare l’inazione della metà confederale dell’UE, guidata dai Capi di Stato e di governo dei 27 riuniti nel Consiglio Europeo. Cioè la politica estera, di sicurezza e di difesa resta confederale, e continuiamo ad essere divisi e impotenti. Così tocca al Canada di Mike Carney – nonostante la sua maggiore debolezza economica e vulnerabilità verso gli USA – ergersi a difesa dei valori dell’Occidente, e proporre di costruire un nuovo ordine mondiale più coerente con essi. Mentre i “nostri” si dividono di fronte all’offensiva diplomatica di Rubio, che in modo gentile ribadisce tutti i punti di contrasto tra USA ed Europa. C’è chi riconosce la frattura transatlantica (il cancelliere tedesco Friedrich Merz); chi invita a rimanere attaccati agli USA (il segretario generale della NATO Mark Rutte); chi ricorda di essere sempre sotto lo scacco di Trump (la premier danese Mette Frederiksen); chi auspica un esercito europeo (il premier spagnolo Pedro Sanchez); chi continua a fare grandi discorsi, ma nei fatti difende sempre la sovranità francese (il presidente francese Emmanuel Macron); chi resta agganciata al carro di Trump, tanto da voler partecipare come osservatore al Board of peace, cui è impossibilitata ad aderire per palese incostituzionalità (la premier italiana Giorgia Meloni).
Tocca alla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, provare a fornire una bussola sul da farsi per realizzare l’indipendenza e l’autonomia strategica. A partire dal rendere pienamente operativo l’art. 42.7 del Trattato che prevede una clausola di assistenza reciproca in caso di attacco a uno Stato membro in termini molto più forti dell’art. 5 della NATO: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”.
E intanto l’implementazione dei Rapporti Letta, Draghi e Niinisto sta circa al 10% per le resistenze dei governi nazionali, che non si accordano sugli strumenti necessari per raggiungere gli obiettivi che a parole anche il Consiglio europeo informale del 12 febbraio ha rilanciato: completamento del mercato unico, recupero del gap tecnologico, transizioni ecologica e digitale, creazione di un sistema europeo di difesa. Alcuni degli Stati che frappongono più ostacoli al mercato unico via regolamentazioni nazionali (goldplating) – come l’Italia e la Germania – si presentano come i campioni della semplificazione e del mercato unico, proponendo però l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, che distruggono e non rafforzano il mercato unico. I cosiddetti “leader” europei rimandano sempre, come sul sostegno finanziario all’Ucraina: non si sono accordati sull’utilizzo dei beni russi congelati, ma hanno attivato una cooperazione rafforzata per emettere debito comune per finanziare l’Ucraina nell’ultimo momento utile prima che Kyiv finisse le risorse.
Eppure, il leader del Partito popolare europeo (PPE), Manfred Weber, ha recentemente proposto la fusione delle Presidenze della Commissione e del Consiglio Europeo per rafforzare il potere esecutivo dell’UE e garantire una leadership interna e esterna adeguate. Il Manifesto della delegazione del PD al Parlamento Europeo “Verso gli Stati Uniti d’Europa. Ora” mostra che anche nel gruppo S&D c’è chi coglie l’urgenza del momento, sottolineata anche dal Gruppo Spinelli nel Manifesto “The European Moment is Now”.
Ecco perché Draghi chiede un “federalismo pragmatico”, in cui “l’unità non precede l’azione: è forgiata dall’azione”. Cioè bisogna rendere federale anche la metà attualmente confederale. Se qualcuno non ci sta, si vada avanti con un’avanguardia sui punti cruciali: politica estera, difesa, fiscalità. Perché agendo uniti si creano i nuovi strumenti della sovranità europea per rispondere alle crisi. Ma questo pone il tema di un centro di decisione politica legittimo, cioè democratico, per decidere in futuro del loro utilizzo.

