Chiedete ai tre principali candidati alla presidenza bulgara cosa dovrebbe accadere in Ucraina e parleranno tutti di pace. Chiedete loro che aspetto dovrebbe avere quella pace e il consenso si sgretolerà.

Dietro la stessa parola “pace” si nascondono infatti due politiche incompatibili nei confronti della guerra che ha sconvolto la sicurezza europea: l’aggressore deve essere contenuto, oppure la sua responsabilità deve essere cancellata e le sue condizioni accettate.

La differenza tra queste due posizioni sarà uno dei principali temi in gioco nelle elezioni presidenziali del 25 ottobre, in uno Stato membro dell’Unione europea affacciato sul Mar Nero e situato sul fianco orientale della NATO.

In corsa per il ballottaggio

Il voto del 25 ottobre mette di fronte un presidente uscente, un ex primo ministro e un leader nazionalista, le cui posizioni sulla Russia rappresentano l’intero spettro della politica bulgara.

Iliana Iotova, esponente di lungo corso del Partito Socialista Bulgaro (BSP | S&D) ed ex eurodeputata, ha assunto la presidenza all’inizio del 2026, dopo che Rumen Radev ha lasciato l’incarico per conquistare il potere esecutivo. Al suo fianco c’è Kiril Valchev, direttore generale dell’agenzia di stampa statale BTA. L’anno scorso era stato rieletto all’unanimità per un secondo mandato alla guida della BTA da tutte le forze politiche presenti in Parlamento.

Il suo principale rivale, Andrey Gurov, è un ex primo ministro ad interim ed ex vicegovernatore della Banca nazionale bulgara, la cui carriera politica è iniziata nel partito europeista Continuiamo il Cambiamento (PP | Renew). Da primo ministro ha visitato Kyiv, firmato con il presidente Volodymyr Zelensky un accordo decennale sulla sicurezza e sostenuto la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina.

Iotova ha definito l’accordo “inadeguato”; Gurov lo ha difeso come un contributo alla sicurezza non solo dell’Ucraina, ma dell’Europa. Il suo candidato alla vicepresidenza, Georgi Kandev, è un ex segretario generale del ministero dell’Interno.

Il terzo ticket è quello proposto dal partito nazionalista e filorusso Rinascita (V | ESN). Il suo leader, Kostadin Kostadinov, è uno dei più costanti oppositori degli aiuti militari a Kyiv. Il suo candidato alla vicepresidenza, Petar Volgin – ex conduttore radiofonico ed eurodeputato – difende la stessa posizione a Bruxelles.

La linea di frattura tra i tre può essere riassunta in tre dichiarazioni. “Qui abbiamo davvero un aggressore: la Russia, che ha attaccato il suo vicino”, afferma Gurov. Secondo Iotova, invece, non ha più senso stabilire chi sia l’aggressore, perché nella guerra “ci sono due parti”. Kostadinov si spinge oltre: “La Russia non è responsabile di questa guerra, la Russia non è un aggressore”.

La linea di Radev senza Radev?

Iotova affronta la campagna elettorale da favorita. Un sondaggio di Global Metrics le ha attribuito la posizione di partenza più forte e, a luglio, Alpha Research l’ha indicata come la politica con il più alto livello di consenso nel Paese. Il suo vantaggio non deriva soltanto dalla carica presidenziale. Ha infatti ereditato anche la linea politica di Rumen Radev, che si era opposto all’invio di armi all’Ucraina.

Radev sosteneva che la guerra non avesse una soluzione militare, che più armi significassero più vittime e distruzione e che l’Europa fosse arrivata tardi sulla via della diplomazia. Iotova ripete la stessa posizione: la guerra deve finire il prima possibile, la Bulgaria non deve partecipare a coalizioni che forniscono armi e dovrebbe promuovere una “coalizione per la pace”.

Ma su un punto è andata oltre Radev, arrivando a cancellare di fatto la questione della responsabilità, dichiarando priva di significato la domanda su chi sia l’aggressore.

La pace di Iotova, conveniente per il Cremlino

Come esempi di occasioni mancate per la pace, Iotova cita due episodi: gli accordi di Minsk del 2014-2015 e i negoziati tra Russia e Ucraina a Istanbul nella primavera del 2022. Mosca li presenta come la prova che la guerra avrebbe potuto essere evitata o conclusa se Kyiv e l’Occidente avessero accettato le condizioni russe.

Gli accordi di Minsk del 2014-2015 avrebbero dovuto fermare i combattimenti nel Donbas, ma posero una vera e propria mina politica sotto l’Ucraina. Kyiv avrebbe dovuto tenere elezioni e concedere uno status speciale alle parti occupate delle regioni di Donetsk e Luhansk prima di recuperare completamente il controllo del confine con la Russia. Mosca contava sul fatto che quei territori, dipendenti da essa, diventassero una leva permanente sulla politica di Kyiv, compreso il suo avvicinamento all’Unione europea e alla NATO.

I negoziati di Istanbul nella primavera del 2022 raggiunsero un quadro comune, ma non un trattato di pace. L’Ucraina discusse la rinuncia alla NATO e l’adozione di una neutralità permanente in cambio di garanzie di sicurezza internazionali, mantenendo al contempo il proprio percorso verso l’Unione. Restavano irrisolte la questione dei territori, le dimensioni e l’armamento dell’esercito ucraino e, soprattutto, chi avrebbe protetto il Paese e in che modo in caso di un nuovo attacco.

Nella bozza russa, le garanzie internazionali avrebbero potuto essere attivate soltanto con il consenso di tutte le parti garanti, inclusa la Russia stessa.

Per Gurov, la pace comincia dalla deterrenza

Andrey Gurov parte dalla tesi opposta: la pace senza deterrenza non ferma la guerra, ma prepara quella successiva. Per lui, gli aiuti militari devono dare all’Ucraina la possibilità di negoziare senza capitolare alle condizioni di Mosca.

Secondo Gurov, una vittoria russa costituirebbe una minaccia per la sicurezza europea. Il presidente bulgaro non determina da solo la politica estera e non rappresenta il Paese nel Consiglio europeo, ma può influenzare la posizione nazionale e orientare il dibattito sugli aiuti all’Ucraina. Con Gurov, a Sofia si discuterebbe di quanto e come aiutare Kyiv, non se la Russia sia o meno un aggressore.

La posizione del suo candidato alla vicepresidenza è meno netta. Kandev ha riconosciuto che l’Ucraina è stata attaccata, che sul suo territorio sono presenti truppe russe e che il Paese ha il diritto di difendersi, ma nel programma «Off Air» ha evitato di definire esplicitamente la Russia un “aggressore”.

I nazionalisti scelgono la pace senza colpe per la Russia

Per Kostadinov e Volgin, la pace corrisponde esattamente alla narrazione del Cremlino: la Russia non è un aggressore, il “collettivo Occidente” alimenta la guerra e gli aiuti all’Ucraina devono cessare prima che l’esercito russo si sia ritirato. Secondo la loro posizione, lo Stato aggredito è quindi tenuto ad accettare i risultati dell’aggressione.

La pace si rivela così il nome di due politiche incompatibili: la Russia deve essere contenuta oppure sono le sue condizioni a dover determinare la fine della guerra – in modo più sfumato con Iotova e senza giri di parole con Kostadinov.

La guerra non sarà decisa a Sofia. Ma il 25 ottobre la Bulgaria deciderà da che parte stare mentre l’Europa cerca di fermarla. Il prossimo presidente potrà mantenere il Paese tra gli alleati che cercano di contenere Mosca, oppure dare al Cremlino un’ulteriore voce all’interno dell’Unione europea.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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