L’Unione Economica Eurasiatica (UEE), guidata dalla Russia, ha iniziato a esercitare pressioni sull’Armenia prendendo in considerazione una sua sospensione entro la fine dell’anno, sostenendo che il percorso di avvicinamento di Erevan all’Unione europea rappresenti un rischio per la sicurezza economica del blocco. Una mossa che richiama da vicino le tattiche utilizzate da Mosca contro l’Ucraina più di un decennio fa.

Al termine di un vertice ad Astana, in Kazakistan, i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno diffuso una dichiarazione congiunta invitando l’Armenia a organizzare “il prima possibile” un referendum popolare per decidere se proseguire il percorso verso l’adesione all’Unione europea oppure rimanere all’interno dell’organizzazione dominata da Mosca. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan era significativamente assente all’incontro, avendo dichiarato di essere impegnato nella campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno.

Il presidente russo Vladimir Putin, parlando dopo il vertice, ha affermato che l’UEE sarà costretta a “ridimensionare praticamente tutto il lavoro svolto con l’Armenia nei processi di integrazione economica”. Ha aggiunto che, pur esistendo una “relazione speciale2 tra Russia e Armenia, la decisione finale spetta al popolo armeno.

Pressioni economiche e rischi immediati

Una sospensione dall’UEE rappresenterebbe un duro colpo per l’economia armena. La Russia assorbe circa il 35% del commercio estero dell’Armenia e il Paese dipende dalle forniture russe per circa l’82% del proprio fabbisogno di gas naturale.

Mosca ha già iniziato a esercitare pressione, introducendo restrizioni temporanee alle importazioni di prodotti agricoli armeni e minacciando di ridurre le forniture di gas e di prodotti petroliferi a prezzi agevolati.

Il governo di Pashinyan ha perseguito con decisione un riavvicinamento all’Occidente, arrivando lo scorso anno ad approvare una legge che avvia formalmente il processo di adesione all’Unione europea. Parallelamente, Erevan ha espresso critiche sempre più esplicite nei confronti della Russia, soprattutto riguardo alla gestione delle garanzie di sicurezza nel Caucaso meridionale dopo le vittorie dell’Azerbaijan nel conflitto del Nagorno-Karabakh.

Gli echi dell’Ucraina del 2013

L’episodio ricorda molto da vicino quanto accadde in Ucraina alla fine del 2013. Allora il presidente ucraino Viktor Yanukovych, sottoposto a forti pressioni economiche e politiche da parte della Russia – tra cui minacce di interruzioni commerciali e offerte di consistenti prestiti – sospese improvvisamente i preparativi per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione europea.

La decisione provocò massicce proteste filo-europee nella Maidan Nezalezhnosti di Kyiv, che si trasformarono rapidamente nella Rivoluzione della Dignità. Yanukovych fuggì poi in Russia nel febbraio 2014, aprendo la strada all’Annessione della Crimea da parte della Russia e all’inizio del conflitto nell’Ucraina orientale.

In entrambi i casi, Mosca ha utilizzato l’appartenenza a strutture economiche da essa guidate come strumento per ostacolare l’integrazione occidentale dei Paesi interessati, presentando la scelta come binaria ed esistenziale. La richiesta dell’UEE di indire un referendum in Armenia include esplicitamente l’opzione di restare nel blocco eurasiatico, richiamando l’approccio a somma zero adottato nei confronti di Yanukovych.

L’Armenia a un bivio alla vigilia delle elezioni

A pochi giorni dalle elezioni, i sondaggi indicano il partito Contratto Civile di Pashinyan in testa con oltre il 30% dei consensi, anche se le forze di opposizione filorusse continuano a rappresentare un attore significativo.

L’orientamento occidentale dell’Armenia si è rafforzato progressivamente tra il 2020 e il 2023, man mano che cresceva la delusione di Erevan nei confronti della Russia come garante della sicurezza regionale.

Pashinyan verso la riconferma nelle elezioni in Armenia, ma si rafforza l’asse filo-russo

Secondo diversi analisti, sebbene una possibile sospensione dall’UEE possa provocare nel breve periodo forti contraccolpi economici – in un Paese il cui PIL pro capite resta circa la metà di quello russo – un arretramento forzato rispetto alle ambizioni europee potrebbe generare proteste interne simili a quelle che caratterizzarono il Maidan ucraino.

Finora Pashinyan ha cercato di mantenere una cooperazione sia con l’Unione europea sia con il blocco eurasiatico, ma l’ultimatum dell’UEE lascia sempre meno spazio a una politica di equilibrio.

La posizione geografica dell’Armenia complica ulteriormente la situazione. Il Paese non ha sbocchi al mare e dipende fortemente dalle rotte di transito che attraversano la Georgia, il cui governo è spesso considerato sempre più vicino agli interessi russi. Ciò limita notevolmente la capacità di Erevan di resistere alle pressioni economiche e logistiche provenienti da Mosca.

La revisione prevista per dicembre sullo status dell’Armenia nell’UEE potrebbe quindi trasformarsi in un nuovo momento di forte pressione politica, mettendo alla prova la capacità di Erevan di resistere alla diplomazia economica russa senza ripercorrere il travagliato percorso seguito dall’Ucraina.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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