Mentre in Europa si intensifica il dibattito sulla riforma del sistema ETS, dal settore del Waste-to-Energy arriva un allarme sulla possibile inclusione dei termovalorizzatori nel carbon pricing europeo. In un position paper, Utilitalia, la federazione italiana che rappresenta le imprese dei servizi pubblici locali nei settori acqua, ambiente/rifiuti, energia elettrica e gas, chiede all’Italia di sostenere in sede europea l’esclusione permanente degli impianti Waste-to-Energy dal sistema ETS, il mercato europeo delle quote di emissione. Secondo l’associazione, l’eventuale inclusione dei termovalorizzatori rischierebbe di produrre un aumento significativo dei costi per Comuni, cittadini e imprese, senza garantire benefici ambientali proporzionati.
Il dossier si inserisce nel quadro della Direttiva UE 959/2023, che prevede l’estensione del sistema ETS al settore dei rifiuti. Gli impianti WtE sono già soggetti al monitoraggio delle emissioni dal 2024, mentre la loro possibile inclusione nel sistema ETS potrebbe partire dal 2028, con opzione di rinvio al 2030. La decisione dipenderà anche da una relazione di fattibilità che la Commissione europea dovrà predisporre entro il 31 luglio 2026.
Attivo dal 2005, l’ETS è stato il primo grande mercato internazionale della CO₂ e resta lo strumento centrale della politica climatica europea, basato sul principio “cap and trade”: un tetto alle emissioni e lo scambio di quote tra imprese. Il rialzo dei prezzi dell’energia dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la nuova crisi in Medio Oriente hanno però rafforzato le richieste di una revisione del sistema, soprattutto per ridurre la volatilità dei prezzi e attenuare gli effetti sulla competitività industriale.
Intervenendo mercoledì 20 maggio alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, nel dibattito dedicato alla riforma dell’ETS, il commissario europeo al Clima, Wopke Hoekstra, ha indicato tra le opzioni della revisione attesa a luglio anche il possibile inserimento dei “rifiuti”, delle “emissioni negative” e dei crediti internazionali di carbonio. Il commissario ha collegato la revisione anche alla necessità di garantire “parità di condizioni” per le imprese all’interno dell’ETS e del CBAM.
Il position paper di Utilitalia si concentra su una tesi precisa: i termovalorizzatori non possono essere trattati come gli altri settori industriali già coperti dall’ETS. Nei comparti energetici e manifatturieri, il prezzo della CO₂ può incentivare il cambio di combustibile o l’adozione di tecnologie meno emissive. Nel caso del Waste-to-Energy, sostiene invece la federazione, questa leva sarebbe molto più debole, perché gli impianti trattano rifiuti residuali non riciclabili, svolgono una funzione di servizio pubblico essenziale e non decidono direttamente la composizione dei flussi in ingresso.
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Il nodo dei termovalorizzatori: servizio pubblico, emissioni marginali e rischio discarica
Rispondendo alle domande di Focus Europe, Utilitalia ha chiarito il ruolo che il Waste-to-Energy svolge nel sistema italiano ed europeo di gestione dei rifiuti non riciclabili. “È essenziale ricordare una cosa che molti tendono a trascurare: il Waste-to-Energy (WtE) è insostituibile per la chiusura del ciclo dei rifiuti e per garantire l’autosufficienza territoriale”. Secondo la federazione, “questi impianti svolgono un servizio ambientale e igienico-sanitario di pubblica utilità”. Il loro compito specifico è “trattare la frazione non riciclabile dei rifiuti, per i quali non esiste alcuna alternativa tecnologica valida, eccetto il conferimento in discarica”.
In questo contesto, secondo Utilitalia, “i dati dimostrano chiaramente che solo gli Stati membri che hanno investito sia nel recupero di materia sia nel WtE si stanno avvicinando ai target europei di riduzione del conferimento in discarica”. Inoltre, precisa la federazione, “la stessa filiera del riciclo si serve dei termovalorizzatori per trattare i propri residui di lavorazione”. È evidente che “senza termovalorizzatori non possiamo avere una vera “circular economy”. Inoltre, “le emissioni del comparto sono del tutto marginali rispetto ai grandi settori industriali: in Italia incidono per meno del 2% sulle emissioni nazionali e a livello europeo si attestano intorno al 4%”.
La federazione segnala anche un possibile effetto paradossale. L’inclusione dei termovalorizzatori nell’ETS, se non accompagnata da un quadro analogo per le discariche e da adeguate misure contro le distorsioni, potrebbe spingere parte dei flussi verso soluzioni ambientalmente peggiori. Utilitalia avverte infatti che “l’eventuale export verso Paesi extra UE dei rifiuti per lo smaltimento, con livelli di garanzie ambientali inferiori a quelli comunitari, rischierebbe di portare al paradosso per cui una misura introdotta per ridurre le emissioni finisca, di fatto, per aumentarle”.
Il nodo, secondo Utilitalia, è che gli impianti WtE non dispongono degli stessi margini di adattamento di altri settori industriali. Alla domanda sul contributo che il settore può offrire in una fase di crisi energetica e di rafforzamento dell’autonomia energetica europea, la federazione ha risposto: “Il settore WtE rappresenta un tassello importante, sia assicurando una corretta gestione dei rifiuti residuali e sia contribuendo alla sicurezza energetica nazionale. Per mantenere questo contributo, però, è fondamentale comprendere fino in fondo la natura del settore: a differenza delle centrali elettriche tradizionali, gli impianti WtE non possono fare ‘fuel switching’ o ‘technology shifting’, poiché la composizione dei rifiuti è determinata dai consumi e dai sistemi di raccolta locali.
Per Utilitalia, “l’input è costituito da ciò che gli operatori ricevono” e “non c’è una reale possibilità di scegliere le caratteristiche del “combustibile”. Infatti, per decarbonizzare efficacemente il settore senza ostacolare l’economia circolare, occorre agire contemporaneamente a valle e a monte del ciclo. A valle, l’adozione di soluzioni tecnologiche in ambito CCUS (Cattura, Trasporto, Utilizzo e Stoccaggio della CO2) è a oggi l’unica via percorribile per contenere le emissioni dirette degli impianti. Secondo la federazione, affinché questa strada sia praticabile, vista l’elevata onerosità economica, “serve un forte supporto normativo con incentivi mirati su CAPEX e OPEX, uniti allo sviluppo di infrastrutture condivise e a un equo accesso alle reti di trasporto della CO2”. A monte, dato che una quota sostanziale delle emissioni dei WtE deriva dalle plastiche non riciclabili, “la vera soluzione è incentivare i produttori a commercializzare beni più facilmente gestibili a fine vita”. Pertanto, per la federazione, “servono meccanismi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) più stringenti, con una modulazione delle tariffe in funzione della riciclabilità”.
Il position paper di Utilitalia insiste anche sull’impatto economico dell’eventuale inclusione nel sistema ETS. Secondo la federazione, partendo da una tariffa media al cancello degli impianti WtE di 120 euro a tonnellata, l’obbligo di acquistare quote ETS potrebbe generare un incremento di circa 45 euro a tonnellata. La tariffa di conferimento salirebbe così a 165 euro a tonnellata, con un aumento del 37,5%. A livello nazionale, l’onere aggiuntivo potrebbe arrivare fino a 350 milioni di euro l’anno, a seconda del prezzo delle quote ETS e della quota biogenica considerata.
Per la federazione, questo costo finirebbe per trasferirsi sui Comuni e sugli utenti del servizio di gestione dei rifiuti urbani, attraverso la TARI. Il position paper stima, per un Comune di 80 mila abitanti, un maggiore costo annuo di circa 500 mila euro. Le categorie più esposte sarebbero famiglie a basso reddito, microimprese e, sul piano della competitività, anche le imprese più esposte alla concorrenza internazionale.
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Una proposta pragmatica per chiedere strumenti realmente efficaci
Utilitalia distingue però la propria posizione da una richiesta di sospensione generalizzata del carbon pricing europeo. Alla domanda sul dibattito italiano relativo a una sospensione complessiva dell’ETS, la federazione ha risposto: “La nostra non è una richiesta di arretramento complessivo sul carbon pricing europeo, ma una proposta pragmatica basata sulla necessità di adottare strumenti che siano realmente efficaci”.
Secondo Utilitalia, il sistema ETS, così come pensato oggi, “non può essere applicato al settore WtE perché esso è strutturalmente inefficace: l’applicazione a questi impianti si tradurrebbe in una mera tassazione di un’attività “end of pipe”, senza stimolare alternative immediate. Come già spiegato, infatti, il cambio di combustibile non è tecnicamente applicabile e, ai valori attuali dei costi unitari, in Italia, l’applicazione del carbon pricing genererebbe un extracosto stimato fino a 350 milioni di euro all’anno.
Per la federazione “questo onere finirebbe inevitabilmente per scaricarsi sulle tariffe di conferimento agli impianti, con rincari previsti di circa 45 euro a tonnellata, e, a cascata, sui bilanci dei Comuni e sulle bollette TARI, colpendo le famiglie a basso reddito e le microimprese”. Inoltre, “si creerebbe il pericoloso paradosso di rendere lo smaltimento in discarica economicamente più vantaggioso, in violazione della gerarchia europea dei rifiuti, mettendo a forte rischio gli investimenti infrastrutturali in corso per superare l’attuale squilibrio territoriale italiano”. Per questo motivo, precisa Utilitalia, “riteniamo essenziale sviluppare politiche dedicate alla decarbonizzazione del settore, esterne al meccanismo ETS”.
Quali alternative?
L’alternativa indicata da Utilitalia è la costruzione di strumenti dedicati alla decarbonizzazione del settore rifiuti. Il position paper richiama in particolare la cattura, il trasporto, l’utilizzo e lo stoccaggio della CO₂ — CCUS — come principale soluzione tecnologica oggi percorribile per ridurre le emissioni dei WtE, pur riconoscendo costi elevati: da circa 100 euro per tonnellata di CO₂ in presenza di hub consolidati e tecnologie mature, fino a oltre 500 euro per tonnellata nei casi più complessi.
Sul piano politico, la federazione propone una linea in tre passaggi: rinviare ogni decisione sull’inclusione dei WtE nell’ETS fino al completamento del Circular Economy Act; avviare successivamente un processo formale per confermare l’esclusione permanente dei termovalorizzatori dal sistema ETS; promuovere politiche dedicate per la decarbonizzazione del settore, fondate su CCUS, efficienza energetica, responsabilità estesa del produttore e rafforzamento del riciclo.
Utilitalia chiede infine al governo italiano di assumere un ruolo proattivo nei negoziati europei, costruendo coalizioni con altri Stati membri. Nel documento vengono citati Spagna, Grecia, Portogallo, Polonia e Francia come Paesi con cui aprire contatti bilaterali e definire una posizione comune. La proposta finale è rafforzare la responsabilità dei produttori attraverso meccanismi EPR eco-modulati, legando i contributi alla riciclabilità dei prodotti e destinando una quota dei proventi a fondi per compensazioni, innovazione, selezione avanzata, riciclo delle plastiche difficili e stabilizzazione tariffaria.

