Centinaia di groenlandesi hanno manifestato giovedì davanti al nuovo consolato statunitense ampliato a Nuuk, protestando contro il persistente interesse del presidente Donald Trump per un maggiore controllo americano sull’isola artica, strategicamente cruciale.
L’episodio ha messo in evidenza una crescente resistenza locale proprio mentre Washington cerca di rafforzare il proprio coinvolgimento diplomatico nella regione.
Il trasferimento del consolato statunitense da una modesta struttura in legno alla periferia della città a una sede più grande nel centro di Nuuk era stato pensato per segnalare un impegno americano rafforzato nei confronti della Groenlandia. I funzionari statunitensi lo hanno descritto come un passo verso una cooperazione più profonda sul piano diplomatico, economico e della sicurezza. Per molti groenlandesi, però, rappresenta un simbolo visibile di una pressione indesiderata da parte di Washington.
Il governo della Groenlandia ha dichiarato lunedì che sono stati compiuti progressi nei delicati colloqui sul futuro del territorio, nel contesto delle minacce statunitensi di annessione, aggiungendo che la gigantesca isola appartiene al suo popolo e non sarà mai in vendita.
Sventolando la bandiera rosso-bianca della Groenlandia e mostrando cartelli con scritte come “USA, stop it” e “Greenland belongs to the Greenlanders”, i manifestanti hanno scandito “No means no” davanti al consolato. Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen e diversi ministri hanno volutamente rifiutato gli inviti alla cerimonia inaugurale, riflettendo il disagio delle autorità locali.
Le rinnovate ambizioni artiche di Trump
Il presidente Trump considera da tempo la Groenlandia – territorio autonomo della Danimarca con appena 57.000 abitanti – essenziale per la sicurezza nazionale statunitense. Ha più volte sottolineato la sua posizione strategica per contrastare l’influenza russa e cinese nel rapido riscaldamento dell’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte commerciali e opportunità legate alle risorse naturali. Gli Stati Uniti mantengono già la base aerea di Thule, una delle loro installazioni militari più settentrionali.
All’inizio del 2026, la Casa Bianca aveva ipotizzato opzioni che andavano dagli incentivi economici a misure più controverse, compresa la possibilità di esercitare pressioni militari, prima di orientarsi verso un approccio diplomatico. Questo ha allarmato la Danimarca e più in generale gli alleati europei, che vedono tale retorica come una sfida alla sovranità europea e all’ordine transatlantico costruito dopo la Seconda guerra mondiale.
Il governo groenlandese ha ripetutamente affermato che l’isola “non è in vendita” e appartiene al suo popolo, pur riconoscendo progressi nei colloqui in corso con gli Stati Uniti finalizzati ad allentare le tensioni.
Implicazioni transatlantiche
Questo episodio rivela crescenti linee di frattura nelle relazioni transatlantiche durante il secondo mandato di Trump. Mentre gli Stati Uniti presentano la propria spinta nell’Artico come una risposta necessaria alla competizione tra grandi potenze – in particolare all’assertività della Russia e al crescente interesse della Cina per le infrastrutture polari – molti partner europei la percepiscono come un eccesso unilaterale che mina la coesione tra alleati.
La controversia groenlandese mette alla prova la resilienza della NATO e dei rapporti tra Unione europea e Stati Uniti. La Danimarca, membro leale della NATO, si trova intrappolata tra la stretta partnership di sicurezza con Washington e le proprie responsabilità costituzionali nei confronti della Groenlandia.
La situazione rischia di alimentare una più ampia narrativa europea sull’imprevedibilità americana, accelerando potenzialmente gli sforzi dell’Unione per rafforzare la propria autonomia strategica in materia di difesa e politica estera.
Allo stesso tempo, le proteste evidenziano una tensione più profonda tra le tradizionali alleanze occidentali e le crescenti richieste di autodeterminazione indigena. I groenlandesi stanno affermando la propria voce con maggiore forza sulla scena internazionale, diffidando dal diventare una pedina nella rivalità tra grandi potenze.
Per gli Stati Uniti, il nuovo consolato rappresenta un investimento nell’influenza a lungo termine. Per la Groenlandia e per l’Europa, è il promemoria che una diplomazia transazionale comporta costi politici reali. Con l’intensificarsi della competizione nell’Artico, colmare queste divergenze – rispettando l’autonomia locale e affrontando al tempo stesso le comuni preoccupazioni di sicurezza – sarà fondamentale per evitare un’ulteriore erosione della fiducia transatlantica.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

