L’Unione europea e la “nuova” Siria guidata dal controverso Ahmad al Sharaa hanno compiuto un ulteriore passo avanti nella loro cooperazione dopo che il Consiglio UE ha adottato la decisione che pone fine alla sospensione parziale dell’accordo di cooperazione tra la Comunità economica europea e Damasco introdotta nel 2011.

La decisione del Consiglio UE giunge mentre a Bruxelles si tiene il primo Dialogo politico di alto livello tra UE e Siria copresieduta dall’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, e dal ministro siriano degli Affari esteri e degli Espatriati, Asaad al-Shaibani.

La sospensione parziale, introdotta nel 2011 e prorogata nel 2012, aveva riguardato specifiche disposizioni commerciali dell’accordo in risposta a gravi violazioni dei diritti umani da parte del regime di Bashar al-Assad. Comprendeva disposizioni volte a eliminare le restrizioni quantitative sulle importazioni di taluni prodotti siriani, tra cui petrolio, prodotti petroliferi, oro, metalli preziosi e diamanti.

Secondo il Consiglio UE, a seguito della caduta del regime di Assad nel dicembre 2024 e delle successive decisioni del Consiglio di revocare le sanzioni economiche dell’UE nei confronti della Siria nel maggio 2025 (a eccezione di quelle basate su motivi di sicurezza), le condizioni che hanno giustificato la sospensione “non sussistono più”. In questo contesto, la cessazione della sospensione dell’accordo risulta “coerente con la più ampia politica dell’UE di sostegno a una transizione pacifica e inclusiva in Siria e di agevolazione della ripresa socio-economica del Paese”, inviando “un chiaro segnale politico dell’impegno dell’UE a riprendere il dialogo con la Siria e a sostenere la sua ripresa economica”.

Una “giornata storica” secondo la Commissione UE

La commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, ha parlato di una “giornata storica” per le relazioni tra Damasco e Bruxelles, assicurando che l’UE sta lavorando per sostenere la Siria nel suo percorso di ricostruzione. “Con il primo dialogo politico ad alto livello e con il ripristino del nostro accordo di cooperazione, abbiamo compiuto un importante passo politico verso la reintegrazione della Siria come partner dell’Unione europea. È anche un giorno per riaffermare il nostro sostegno al popolo siriano e per stare al fianco della Siria nel suo percorso verso la ripresa, la ricostruzione e la stabilità”, ha affermato Šuica al termine del Forum di coordinamento del partenariato con la Siria, co-presieduto insieme al ministro degli Esteri e degli espatriati del governo di transizione siriano, Asaad Hassan al-Shaibani.

L’UE, ha spiegato Šuica, sta lavorando alla creazione di un centro di assistenza tecnica da 15 milioni di euro, per rafforzare le capacità delle istituzioni siriane che fungerà da “punto di riferimento unico per le competenze tecniche, consentendo un supporto più rapido, meglio coordinato ed efficace alle autorità siriane”.

La commissaria UE ha assicurato che l’accordo sarà firmato “molto presto”, annunciando al contempo un contributo dell’UE di 14 milioni di euro per la riabilitazione dell’ospedale Al-Rastan di Homs. L’Ue, ha aggiunto, sta poi lavorando a un ulteriore stanziamento di 280 milioni di euro per il 2026 e il 2027.

Secondo la commissaria UE, la ripresa della Siria “non riguarda solo la ricostruzione di ciò che è andato perduto, ma la creazione” di “un futuro più inclusivo, più resiliente e pieno di speranza per tutti i siriani”.

La Siria di Al Sharaa un nuovo partner per i Paesi UE?

Dopo la caduta del regime di Bashar al Assad l’8 dicembre 2024, con la presa di Damasco da parte delle forze ribelli guidate da Ahmad al-Sharaa, la Siria ha intrapreso un nuovo e delicato percorso di riposizionamento geopolitico.

Dopo la sua nomina a presidente ad interim il 29 gennaio 2025, Al-Sharaa, ex leader del gruppo jihadista Hayat Tahrir al Sham, ha sospeso l’assetto costituzionale baathista e adottato una Dichiarazione costituzionale transitoria che prevede un periodo di transizione di cinque anni. Nel marzo 2025 è stato formato un governo transitorio, presentato come inclusivo, ma su cui però pesano ancora pesano la frammentazione del Paese, l’integrazione delle milizie, la questione curda, e, soprattutto il trattamento delle minoranze religiose ed etniche, oltre alle richieste di giustizia per i crimini commessi durante e dopo il conflitto.

Il tema dei diritti umani e della protezione delle minoranze resta uno dei principali banchi di prova del riavvicinamento tra Bruxelles e Damasco. Diversi rapporti pubblicati negli ultimi mesi segnalano che la transizione siriana continua a essere attraversata da violenze identitarie, impunità e fragilità istituzionale.

La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha documentato le violenze del luglio 2025 a Suwayda, a maggioranza drusa, con oltre 1.700 morti e quasi 200.000 sfollati, indicando possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Human Rights Watch, nel suo World Report 2026, ha richiamato anche le uccisioni su base identitaria di civili alawiti e drusi nel marzo e nel luglio 2025, mentre Amnesty International continua a denunciare detenzioni arbitrarie, sparizioni e gravi criticità nei centri di detenzione.

Il nodo non riguarda solo la sicurezza interna siriana, ma anche la politica europea: un’inchiesta Reuters ha segnalato l’aumento dei respingimenti delle domande d’asilo di siriani appartenenti a minoranze, mentre le stesse linee guida europee riconoscono rischi specifici per alawiti, drusi e curdi, da valutare caso per caso.

Durante nella conferenza stampa congiunta sia il ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan al-Shaibani, che la commissaria europea Dubravka Šuica ha mantenuto una linea prudente sulla questione dei rifugiati e sulle tensioni interne.

Rispondendo alle domande dei giornalisti in merito alla reale sicurezza di coloro che intendono rientrare in Siria, la commissaria UE ha legato il ritorno dei rifugiati a condizioni precise: “Se è sicuro, se è volontario e se è dignitoso, possono tornare a casa”.

La commissaria ha inoltre precisato che l’Unione europea “non sta spingendo nessuno” e che la posizione di Bruxelles resta quella di un rientro “sicuro, dignitoso e volontario”.

Sulla questione delle minoranze, Šuica ha ribadito che “il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato” e ha invitato “tutti ad astenersi da qualsiasi escalation”.

Più netta la risposta del capo della diplomazia siriana, secondo cui in Siria non vi sarebbero “minoranze”.

Il ministro ha rifiutato la parola “minoranza”, definendola discriminatoria e aggiungendo che nel Paese esiste “un solo popolo siriano” e che “tutti i cittadini sono protetti dalle nostre leggi” sulla base “del diritto internazionale e del diritto siriano”. Quanto ai rifugiati, il ministro ha ringraziato i Paesi europei per averli ospitati “durante questi 14 anni”, affermando che Damasco sta lavorando alla ricostruzione e che, “se i siriani che vivono all’estero riterranno che le condizioni siano presenti per il loro ritorno, allora potranno tornare”.

Il ritorno dei rifugiati siriani

Il nuovo assetto delle relazioni tra Unione europea e Siria giunge mentre i Paesi europei stanno rivedendo il proprio approccio verso i rifugiati siriani, passando dalla protezione quasi automatica a politiche più orientate al ritorno. Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia hanno lanciato una serie di misure che vanno dagli incentivi economici per il rimpatrio volontario alla revisione o revoca dello status di protezione, fino alla cooperazione con Damasco. Berlino ospita la comunità siriana più numerosa, con circa 700-800 mila siriani protetti o richiedenti asilo, mentre nei Paesi Bassi vivono oltre 150 mila persone di origine siriana, in Svezia quasi 200 mila e in Austria circa 100 mila rifugiati siriani.

Il Paese che più si sta spendendo per un ritorno dei rifugiati è la Germania. Il governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz ha adottato una linea più dura nei confronti di rifugiati e migranti, in seguito al forte aumento del sostegno al partito di estrema destra anti-immigrazione AfD.

Lo scorso 30 marzo, parlando dopo un incontro a Berlino con Al Sharaa, il cancelliere tedesco Merz ha espresso l’auspicio che l’80% dei siriani residenti in Germania possa tornare in patria nei prossimi tre anni. Secondo Merz a più di un anno dalla fine della guerra, la situazione in Siria è “cambiata radicalmente” e che “la necessità di protezione deve quindi essere rivalutata”.

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