Péter Magyar ha vinto le elezioni parlamentari ungheresi con un ampio margine e Viktor Orbán lascia la guida del governo dopo quindici anni. Per Andrej Babiš ciò significa perdere un alleato chiave. Solo due anni fa, Babiš e Orbán condividevano il palco annunciando un nuovo progetto per la politica europea.
“Il nostro programma è sovranità e sicurezza, lotta all’immigrazione illegale e revisione del Green Deal”, dichiarò il 30 giugno 2024 Babiš durante una conferenza stampa con Orbán e il leader dell’estrema destra austriaca Herbert Kickl.
I tre politici fondarono allora una nuova fazione al Parlamento europeo, Patrioti per l’Europa. Era subito dopo le elezioni europee, quando i partiti populisti e di estrema destra sembravano in ascesa: in Francia vinse il partito di Marine Le Pen, in Repubblica Ceca quello di Babiš, in Ungheria quello di Orbán e in Austria quello di Kickl. Complessivamente, la nuova fazione si classificò terza.
Tuttavia, quelle stesse elezioni europee del 2024 segnarono anche l’inizio della fine per Orbán. Furono infatti le prime a vedere la partecipazione del nuovo partito di opposizione ungherese Tisza, che si piazzò al secondo posto dietro Fidesz.
Il successo elettorale spinse Magyar a lanciare una lunga e intensa campagna per sconfiggere il suo ex leader, riuscendoci nell’aprile di quest’anno.
La perdita di un alleato chiave
Babiš e i suoi alleati politici avevano sostenuto apertamente Orbán nelle elezioni ungheresi. Il ministro degli Esteri ceco Petr Macinka si era recato personalmente a Budapest per esprimergli supporto, definendo il suo sistema di governo un modello per la Repubblica Ceca.
Secondo l’analista Martin Vokálek dell’istituto Europeum, Babiš si trova ora in una posizione difficile: “Non si tratta solo della perdita di un alleato fondamentale nel Consiglio europeo e della figura più rappresentativa dei Patrioti, ma anche di un segnale politico più ampio”.
Il segnale riguarda le prestazioni dei governi populisti: in contesti economici e di sicurezza complessi, il mancato rispetto delle promesse può portare a dure sconfitte. Inoltre, emerge una debolezza strutturale: a livello europeo, questo fronte fatica a funzionare come un blocco coeso, poiché i leader privilegiano spesso interessi nazionali ristretti.
Rischio isolamento sul piano geopolitico
Babiš deve ora affrontare una sfida cruciale: evitare l’isolamento tra i partner europei, come accaduto al premier slovacco Robert Fico, e cercare invece una collocazione nel mainstream europeo.
Tuttavia, i rapporti con il futuro governo ungherese saranno probabilmente difficili, proprio a causa del suo legame con Orbán. Secondo Vokálek, le relazioni tra Magyar e Babiš potrebbero essere “fredde e prudenti”.
Nel suo discorso di vittoria, Magyar ha annunciato che la sua prima visita all’estero sarà a Varsavia e che lavorerà per rilanciare la cooperazione del gruppo di Visegrád. Anche questo rappresenta una sfida per Babiš.
Un possibile riavvicinamento tra Polonia e Ungheria potrebbe rafforzare nuove dinamiche di cooperazione in Europa senza un ruolo centrale della Repubblica Ceca. Varsavia guarda soprattutto a Berlino e Parigi, mentre Magyar punta ad ampliare la cooperazione anche verso sud.
Secondo l’analista, esiste il rischio che si formi un nuovo asse – ad esempio Parigi-Varsavia-Budapest-Vienna – che potrebbe aggirare in parte Repubblica Ceca e Slovacchia se queste non si inseriranno attivamente.
Nuovi alleati per Babiš?
Nel Consiglio europeo, dopo il cambio di governo ungherese, Babiš resterà probabilmente l’unico rappresentante della fazione dei Patrioti. Tuttavia, la situazione potrebbe evolvere.
Nei prossimi due anni si terranno elezioni importanti in diversi Stati membri dell’Unione europea, che influenzeranno la composizione del Consiglio europeo: in Svezia, Lettonia, Slovacchia e, nel 2027, in Francia.
In Slovacchia i sondaggi favoriscono i liberali, in Svezia i socialdemocratici. In Lettonia cresce il partito LPV, vicino ai Patrioti, mentre in Francia il partito di Marine Le Pen è in forte ascesa.
Recentemente si sono tenute elezioni anche in Bulgaria, vinte dall’ex presidente Rumen Radev, la cui nuova formazione politica non appartiene ancora a una famiglia europea ma esprime posizioni critiche verso l’Unione.
Secondo Vokálek, eventuali successi dell’estrema destra non porteranno necessariamente a un cambiamento radicale degli equilibri europei. Piuttosto, si assisterà a uno sviluppo diversificato: in alcuni Paesi gli elettori continueranno a sostenere queste forze, mentre in altri potrebbe emergere una disillusione.
Le elezioni ungheresi segnano quindi non solo la fine dell’era Orbán, ma anche una fase di ridefinizione degli equilibri politici europei, in cui la posizione di Babiš appare oggi più incerta che mai.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da update-eu disponibile qui.

