Resta sotto osservazione del Quirinale la norma più controversa contenuta nel decreto Sicurezza del governo, quella che prevede un incentivo economico — stimato intorno ai 615 euro — per gli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario, nel caso in cui i loro assistiti decidano di rientrare nel Paese d’origine. Secondo quanto filtra da fonti istituzionali, il presidente Sergio Mattarella starebbe monitorando da vicino il dossier, in attesa che dal Parlamento arrivi una soluzione che superi le criticità emerse.

Gli uffici legislativi del Colle avrebbero preso atto del fatto che anche all’interno della stessa maggioranza si sia aperta una riflessione sulla necessità di correggere la norma. Nonostante la scadenza ravvicinata — il decreto deve essere convertito entro il 25 aprile per evitare la decadenza — il capo dello Stato, viene riferito, preferirebbe che l’intervento arrivi direttamente dalle Camere.

Resta tuttavia sul tavolo l’ipotesi che il Quirinale possa non procedere alla firma qualora la disposizione non venga “sterilizzata” in modo inequivocabile.

Un incentivo che divide maggioranza e giuristi

La misura, introdotta con un emendamento al decreto, prevede che agli avvocati venga riconosciuto un compenso economico legato all’esito positivo della procedura di rimpatrio volontario assistito. Si tratta di uno strumento già previsto dalle politiche migratorie italiane, che consente ai cittadini stranieri di tornare nel proprio Paese con il supporto organizzativo ed economico dello Stato.

È proprio il legame tra compenso e risultato a sollevare le principali obiezioni. Secondo numerosi giuristi e rappresentanti dell’avvocatura, la norma rischia di alterare un principio cardine della professione forense: l’obbligazione di mezzi e non di risultato. In altri termini, l’avvocato è chiamato a tutelare gli interessi del proprio assistito in piena autonomia, non a perseguire un obiettivo predeterminato.

Le critiche sono arrivate anche dal Consiglio nazionale forense, che ha sottolineato di non essere stato coinvolto nella definizione della misura e ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio ruolo nell’erogazione degli incentivi. Sulla stessa linea l’Organismo congressuale forense e l’Unione delle camere penali, che hanno parlato apertamente di una norma incompatibile con i principi costituzionali e deontologici.

Le tensioni politiche e il pressing delle opposizioni

Sul piano politico, la disposizione ha aperto una frattura anche all’interno della maggioranza. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, ha annunciato la presentazione di un ordine del giorno per intervenire sulla norma, assicurando che non entrerà in vigore senza regole attuative chiare. Una soluzione che, tuttavia, non sembra al momento sufficiente a dissipare le perplessità del Quirinale.

Le opposizioni hanno colto l’occasione per attaccare duramente il governo. Alleanza Verdi e Sinistra e Partito democratico hanno chiesto la sospensione dei lavori parlamentari per evitare un possibile conflitto istituzionale, citando le indiscrezioni sulle riserve del Colle. La segretaria del PD, Elly Schlein, ha accusato l’esecutivo di voler “costringere gli avvocati a farsi esecutori della volontà politica”, mettendo in discussione il diritto alla difesa.

Critiche analoghe sono arrivate anche dai gruppi parlamentari dem in Commissione Giustizia, che hanno denunciato il rischio di trasformare l’avvocatura in uno strumento di attuazione delle politiche migratorie del governo. Un’impostazione giudicata “profondamente distorsiva” e incompatibile con l’autonomia della professione.

Tempi stretti e margini limitati di intervento

Il nodo resta ora politico e temporale. Il decreto Sicurezza, già approvato al Senato, dovrà essere convertito in legge entro il 25 aprile. I margini per modifiche sostanziali appaiono ridotti, anche a causa dei tempi compressi e della natura stessa del decreto-legge, che entra immediatamente in vigore e viene spesso utilizzato dall’esecutivo per intervenire rapidamente su dossier sensibili.

Negli ultimi giorni la maggioranza ha accelerato l’iter parlamentare proprio per evitare la decadenza del provvedimento, limitando di fatto lo spazio per un confronto approfondito sulle norme più controverse. Tuttavia, il crescente pressing politico e istituzionale sulla disposizione relativa agli avvocati potrebbe costringere il governo a un intervento correttivo in extremis.

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