La Turchia ospiterà ad Antalya a partire dal prossimo novembre la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2026, la COP31, proiettando il Paese nel novero delle nazioni chiamate a contribuire direttamente all’azione globale contro il cambiamento climatico. L’appuntamento arriva in un momento di grandi stravolgimenti geopolitici, con la crisi in Medio Oriente e le tensioni sul fronte energetico che hanno rilanciato in tutta la regione il dibattito sulla necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Ankara, del resto, ha approvato soltanto nel luglio 2025 la prima legge sul clima del Paese, che stabilisce le basi giuridiche per un sistema nazionale di scambio di quote di emissioni, introducendo anche un quadro di riferimento per la governance climatica, gli assetti istituzionali e i meccanismi di finanziamento. Un passaggio rilevante, ma che secondo Selim Yıldırım, PhD Candidate alla TOBB University of Economics and Technology e ricercatore presso Daktilo1984, va letto senza facili entusiasmi.

“L’adozione di una legge sul clima in Turchia può, di per sé, essere considerata una soglia importante”, osserva Yıldırım. Per chi ha seguito da vicino questo processo, spiega, “è chiaro che generare una simile motivazione politica lungo l’intero spettro degli attori decisionali, compresi il governo, i partiti di opposizione e gli ambienti burocratici di alto livello, non è stato affatto semplice”. In questo senso, aggiunge, “la sola esistenza della legge indica una fase significativa, seppure tardiva, dell’istituzionalizzazione della politica climatica in Turchia”.

Il punto, però, è capire fino a che punto questa legge rappresenti davvero una svolta climatica. Su questo Yıldırım è molto più cauto. “Nella sua forma attuale, la legge sul clima appare progettata principalmente per stabilire le basi giuridiche e istituzionali di un sistema di scambio di quote di emissioni”, spiega. La motivazione principale, aggiunge, sembra essere “la tutela delle relazioni commerciali della Turchia con l’Unione europea, che resta il suo più importante mercato di esportazione, e la mitigazione dei potenziali costi derivanti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere”. Per questo, conclude, “la legge appare quindi meno come una risposta complessiva alla crisi climatica e più come uno strumento regolatorio adattivo plasmato da pressioni economiche esterne”.

È qui che si concentrano le principali debolezze del nuovo impianto normativo turco. Secondo Yıldırım, “l’assenza di obiettivi intermedi chiaramente definiti, la mancanza di un meccanismo indipendente di supervisione scientifica o tecnica e le persistenti incertezze riguardo alla capacità di attuazione costituiscono tutte debolezze rilevanti del quadro attuale”. Nonostante ciò, precisa, “la creazione di una base giuridica resta comunque importante nella misura in cui riconosce formalmente la politica climatica come un ambito legittimo di governance pubblica e di azione istituzionale”.

Le lotte di potere hanno messo in secondo piano la politica climatica

Nell’analisi del ricercatore di Daktilo1984, il contesto politico interno è decisivo per comprendere i limiti dell’attuale traiettoria climatica turca. “La traiettoria sempre più marcatamente autoritaria intrapresa dalla Turchia nell’ultimo decennio costituisce anch’essa un importante contesto strutturale per comprendere lo sviluppo della politica climatica”, afferma. Con il passaggio al sistema di governo presidenziale, prosegue, “lo spazio pubblico, la burocrazia, la magistratura, i media e gli strumenti culturali sono diventati sempre più centralizzati, mentre la competizione politica è diventata sempre meno in grado di funzionare su basi paritarie”. In questo contesto, “l’intensificarsi delle lotte per il potere politico e l’aumento dei costi sociali di una cattiva governance economica hanno spinto la politica climatica in una posizione secondaria nell’agenda nazionale”.

La prospettiva di ospitare la COP31 ha certamente contribuito a rimettere il dossier climatico sotto i riflettori. Yıldırım riconosce infatti che “la prospettiva di ospitare la COP31 ha generato un certo grado di attenzione e slancio in questo campo”. Ma resta aperta la domanda cruciale sulla profondità di questa dinamica. “Resta però incerto se questo interesse riuscirà a diffondersi in segmenti più ampi della società e a evolvere in una duratura appropriazione pubblica dell’agenda climatica”, avverte.

Il ruolo dell’Unione europea come modello

Nell’intervista emerge poi con forza il ruolo dell’Unione europea come fattore di pressione e trasformazione. “L’influenza trasformativa dell’Unione europea sulla Turchia va evidenziata in particolare nel campo della politica climatica”, sottolinea Yıldırım. A suo avviso, “il recente slancio della governance climatica in Turchia non può essere attribuito soltanto ai processi COP; al contrario, è più direttamente legato alla pressione esterna e all’orientamento politico generati dal Green Deal europeo”. In questo quadro, “il Green Deal Action Plan firmato dal presidente nel 2021 ha costituito una concreta espressione istituzionale di questo cambiamento”.

Anche qui, però, il motore appare soprattutto economico e commerciale. “La motivazione principale era chiaramente quella di evitare interruzioni nelle relazioni economiche e commerciali della Turchia con l’Unione europea”, spiega il ricercatore. Tuttavia, aggiunge, “questa pressione esterna ha anche aperto un nuovo spazio politico in Turchia e reso la governance climatica più visibile e politicamente rilevante”. Un ruolo importante, osserva ancora, è stato svolto anche dal dibattito sul mercato del carbonio: “Anche le discussioni sul sistema di scambio di quote di emissioni hanno svolto un ruolo catalizzatore importante in questo processo”.

Più sfumato è invece il giudizio sull’impatto della crescita delle destre e dell’estrema destra in Europa. Secondo Yıldırım, “l’ascesa dei partiti di destra e di estrema destra in Europa, al contrario, non sembra aver avuto un effetto trasformativo diretto sulle politiche climatiche della Turchia”. Il suo effetto è stato visibile soprattutto in altri campi, “più nei dibattiti più ampi su populismo, politiche anti-immigrazione ed euroscetticismo che nella direzione sostanziale della governance climatica in sé”. Allo stesso tempo, però, osserva che “con la perdita di centralità del Green Deal nell’agenda politica europea, parallelamente all’ascesa dell’estrema destra, si può osservare un corrispondente aumento dello scetticismo verso l’Europa, in particolare in alcuni ambienti di centrodestra in Turchia”.

La diffidenza dell’industria turca e il nodo energetico

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda alle condizioni dell’industria turca. Yıldırım sottolinea che “il settore industriale turco opera sotto una forte pressione derivante dall’alta inflazione, dall’aumento dei costi di finanziamento e dalla relativa sopravvalutazione della lira turca rispetto al dollaro”. In queste condizioni, gli attori industriali tendono solitamente “ad avvicinarsi agli investimenti a basse emissioni di carbonio, ai sistemi di produzione sostenibile e alle transizioni verso l’energia pulita con cautela ed esitazione”. Per questo, aggiunge, “la politica climatica in Turchia deve essere compresa non solo come una questione normativa o ambientale, ma anche come una questione che richiede una forte dimensione di politica industriale e finanziaria”.

Infine, il nodo energetico. Per Yıldırım, “l’elevato grado di dipendenza energetica esterna della Turchia rende necessario valutare insieme la politica climatica e quella energetica”. La struttura energetica dipendente dalle importazioni, spiega, “accresce la vulnerabilità economica mantenendo al tempo stesso le preoccupazioni per la sicurezza energetica costantemente al centro delle politiche pubbliche”.

È anche per questo che, nel contesto della crisi regionale in corso, il rafforzamento delle rinnovabili assume una valenza che va ben oltre l’ambiente. “Espandere la capacità di energia rinnovabile non è per la Turchia soltanto una preferenza ambientale, ma anche una necessità strategica ed economica”, afferma.

Negli ultimi anni, riconosce, “la Turchia ha compiuto progressi considerevoli nell’aumento della propria capacità installata da fonti rinnovabili”. Ma il vero punto di svolta resta un altro. “La questione centrale, tuttavia, non è semplicemente l’espansione delle rinnovabili, ma il modo e la tempistica con cui il Paese eliminerà gradualmente il carbone”, osserva. Ed è su questo terreno che si misurerà la reale credibilità del percorso turco. “Una vera transizione climatica della Turchia sarà possibile solo se il Paese riuscirà a formulare una strategia chiara, misurabile e socialmente giusta per questo passaggio”.

, , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *