La Commissione europea frena sulla richiesta di sospendere il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) per i fertilizzanti, avanzata da Francia e Italia, per far fronte alle conseguenze della crisi in corso in Medio Oriente. “La Commissione, per il momento, non ha piani per esentare i fertilizzanti dal CBAM”, ha dichiarato il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen al termine del Consiglio Agrifish, mettendo in guardia contro soluzioni che rischierebbero di produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Secondo il commissario, sospendere il meccanismo “rischia di peggiorare la nostra dipendenza dalle importazioni” e che già solo aprire un dibattito in questa direzione “aumenterebbe l’incertezza”. Piuttosto, ha aggiunto, Bruxelles intende valutare se “parte dei ricavi del CBAM” possa essere utilizzata “per aiutare gli agricoltori ad avere una certa stabilità nei prezzi o almeno a limitare i danni”.

Hansen ha ricordato che il CBAM nasce proprio per fare in modo che chi esporta verso l’Unione “incontri gli stessi standard che noi applichiamo a noi stessi”, e ha difeso la necessità di non penalizzare un’industria europea dei fertilizzanti che, a suo dire, “ha investito pesantemente nella decarbonizzazione”. Per questo, ha avvertito, “sospendere brutalmente il CBAM” finirebbe per rimettere tali investimenti “in una situazione sfortunata rispetto ai produttori di Paesi terzi”.

In vista del Consiglio Agricoltura e Pesca, la Francia e l’Italia hanno chiesto a Bruxelles la sospensione immediata con effetto retroattivo del CBAM in forza dal primo gennaio 2026. Secondo quanto riferito in una nota dal ministero dell’Agricoltura italiano, la misura servirebbe per evitare un forte impatto sui costi di produzione agricoli, in particolare nel settore delle grandi colture che necessitano dei fertilizzanti il cui reperimento in questo periodo è diventato più difficoltoso.

La guerra contro l’Iran scatenata da Stati Uniti e Israele con l’operazione “Epic Fury” iniziata lo scorso 28 febbraio ha portato al blocco del traffico marittimo dello Stretto di Hormuz, da cui oltre al 20% per cento delle forniture globali di petrolio, transitano anche una buona parte dei fertilizzanti, in particolare il 15% delle vendite globali di ammoniaca e il 21% di quelle di urea, utilizzata come fertilizzante ad alto contenuto di azoto. I principali produttori di queste tipologie di fertilizzanti sono Arabia Saudita e Qatar, seguiti da Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Iran e Iraq.

Parlando al termine del Consiglio Agricoltura e Pesca, Hansen ha riconosciuto che la pressione sul settore agricolo è reale e che non esistono risposte semplici. “Non c’è una silver bullet”, ha detto, insistendo sulla necessità di trovare “il giusto equilibrio” tra le esigenze degli agricoltori e quelle dell’industria manifatturiera europea.

Proprio in questa logica si inserisce la riunione ad alto livello convocata per il 13 aprile, alla quale parteciperanno organizzazioni agricole, produttori di fertilizzanti ed esperti nazionali. Hansen ha chiarito che in quella sede “non saranno annunciate misure definitive”, ma che l’obiettivo sarà individuare “la via da seguire insieme al settore”, tenendo conto sia “dell’urgenza dei bisogni degli agricoltori” sia della necessità di non lasciare indietro il comparto produttivo.

Il dossier fertilizzanti è stato uno dei temi centrali dell’Agrifish. Hansen ha sottolineato che la guerra in Medio Oriente ha aggravato una crisi già in corso, ricordando che tra il 2020 e il 2025 i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati del 60%.

“La guerra in Medio Oriente ha soltanto esacerbato la portata della situazione che avevamo già prima”, ha affermato, spiegando che Bruxelles sta lavorando a un Fertiliser Action Plan atteso “più tardi in primavera”. Secondo il commissario, il piano dovrà combinare misure di breve periodo e interventi strutturali, con un duplice obiettivo: da un lato sostenere una nuova produzione europea di fertilizzanti “per ridurre le nostre dipendenze”, dall’altro aiutare gli agricoltori a utilizzare questi input in modo più efficiente e a sostituire almeno in parte i fertilizzanti minerali con alternative bio-based e low-carbon.

Nel suo intervento, Hansen ha ricordato che alcune misure sono già state avviate. Tra queste ha citato le quote a dazio zero per ammoniaca, urea e alcuni fertilizzanti azotati provenienti da Paesi diversi da Russia e Bielorussia, oltre a “un mark-up più basso per il valore standard dei fertilizzanti importati” nell’ambito del CBAM. Ma ha anche insistito sul fatto che la soluzione non può limitarsi a ridurre i costi d’importazione: occorre affrontare la questione della dipendenza strutturale dell’Europa. Per questo ha richiamato la necessità di guardare “più intensamente” ai fertilizzanti bio-based, a quelli organici e alla loro circolarità, osservando che si tratta di risorse presenti “sul suolo europeo” e che quindi non richiedono importazioni.

Hansen ha inoltre lasciato intendere che, almeno nell’immediato, Bruxelles non vede un rischio esplosivo di scarsità per la stagione di semina in corso. Ha spiegato infatti che, da quanto emerge nei colloqui con gli agricoltori, “circa il 70%” di loro avrebbe già fatto scorte lo scorso anno in anticipo, e che per questo “per ora il problema non sarà così grande come lo sarà per il resto dell’anno”. Una formulazione che suggerisce come la preoccupazione della Commissione sia concentrata soprattutto sui prossimi mesi, più che sulle esigenze immediate del comparto.

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