Talento, duro lavoro o ricchezza familiare? Cosa determina davvero il successo oggi? I giovani europei sono cresciuti con l’idea di vivere in un continente di pari opportunità. Oggi sentono sempre più che il successo non dipende dalle capacità o dall’impegno, ma dalle risorse finanziarie dei loro genitori.
L’Europa è spesso presentata come un continente di equità sociale – un luogo in cui prosperità, istruzione pubblica universale e progetti di integrazione sono stati pensati per offrire a tutti le stesse opportunità.
Programmi come Erasmus+, l’istruzione universitaria gratuita o a basso costo in molti Paesi e sistemi di protezione sociale estesi sono stati concepiti con questo obiettivo. In teoria, questi meccanismi avrebbero dovuto garantire che un giovane europeo – indipendentemente da dove sia nato – parta nella vita adulta da una posizione simile. Tuttavia, sempre più giovani iniziano a notare che questa promessa non corrisponde alla realtà.
L’ultimo rapporto Make It Equal evidenzia una crescente divisione generazionale nelle percezioni della disuguaglianza della ricchezza. I giovani europei giungono sempre più alla conclusione che il successo sia determinato non dal talento o dal lavoro, ma dalla ricchezza familiare.
“Nella maggior parte dei Paesi, le generazioni più giovani ritengono che il successo nella vita dipenda dal sostegno finanziario della famiglia”, si legge nel rapporto, cogliendo lo stato d’animo di un’intera generazione, scrive FocusEurope.pl, parte del progetto EastFlank.eu.
La fine del mito della partenza paritaria
Negli 11 Paesi analizzati – Francia, Slovenia, Regno Unito, Belgio, Polonia, Ungheria, Austria, Islanda, Repubblica Ceca, Portogallo e Finlandia – i giovani europei sono più inclini rispetto alle generazioni più anziane a credere che avere genitori ricchi sia essenziale per avere successo. In media, il 36% degli intervistati sotto i 35 anni condivide questa opinione.
La tendenza è più marcata nel Regno Unito, dove fino al 59% dei giovani ritiene che la ricchezza familiare sia importante o addirittura essenziale.
Esistono anche alcune eccezioni, che tuttavia confermano in gran parte la tendenza generale. In Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, sono gli intervistati più anziani ad affermare più spesso che la ricchezza familiare gioca un ruolo decisivo. Tuttavia, la tendenza complessiva rimane la stessa: in molti Paesi cresce la convinzione che il capitale finanziario familiare sia un fattore chiave del successo.
La Polonia non fa eccezione. Tra gli intervistati sotto i 35 anni, il 38% ritiene che provenire da una famiglia ricca sia “cruciale o molto importante” per il successo nella vita, rispetto al 42,6% degli intervistati più anziani. Opinioni simili si riscontrano in Ungheria (36,1%) e Slovenia (35,7%).
La situazione è diversa nei Paesi nordici e in alcune parti dell’Europa occidentale. In Finlandia (17,9%) e Francia (15,8%), la percentuale di chi condivide questa opinione è significativamente più bassa.
Eredità: un nuovo motore della disuguaglianza
È importante notare che il problema non riguarda più solo il livello dei redditi: l’eredità della ricchezza sta diventando sempre più rilevante. Gli economisti avvertono da tempo che l’Europa sta entrando in un’era di massicci trasferimenti di ricchezza tra generazioni. Si stima che nei prossimi due decenni fino a 70 trilioni di dollari saranno trasferiti dalla generazione del dopoguerra a quelle più giovani.
“L’eredità e i trasferimenti di ricchezza tra generazioni sono sempre più considerati fattori principali della disuguaglianza patrimoniale in Europa”, osservano i ricercatori. Il problema è che la ricchezza non è distribuita uniformemente. Se l’eredità diventa il principale modo di accumulare ricchezza, le disuguaglianze si riprodurranno inevitabilmente.
Le conseguenze sono già visibili. L’accesso alla casa, le opportunità di investimento o anche solo un livello di vita stabile dipendono sempre più dalla capacità dei genitori di fornire sostegno finanziario. Allo stesso tempo, alcuni Paesi europei mantengono imposte di successione relativamente basse, che potrebbero altrimenti attenuare queste differenze.
Giovani e arrabbiati
Il rapporto analizza anche la dimensione emotiva della disuguaglianza – in particolare il livello di insoddisfazione rispetto alle differenze di ricchezza. Esistono differenze significative tra i Paesi nella percentuale di persone che ritengono che la disuguaglianza sia eccessiva.
In Repubblica Ceca, solo circa il 12% degli intervistati ritiene che la disuguaglianza sia troppo elevata. In Polonia, la percentuale è di circa il 21%. La situazione appare molto diversa nell’Europa meridionale: in Slovenia supera il 41%, in Portogallo raggiunge il 48% e in Ungheria arriva fino al 50%.
Ancora più interessante è l’intensità di queste emozioni. I ricercatori hanno misurato il livello di insoddisfazione su una scala da 0 a 10. La Polonia rientra tra i Paesi con livelli relativamente bassi (circa 3,5), mentre in Ungheria supera il 6.
Ciò suggerisce che le percezioni della disuguaglianza e le reazioni emotive non vanno sempre di pari passo. Ad esempio, Finlandia e Polonia hanno percezioni simili del livello di disuguaglianza, ma il livello di insoddisfazione in Polonia è molto più basso.
“I figli col cucchiaio d’argento”
In Polonia, questo dibattito ha anche una dimensione culturale. Da anni, il termine ironico “bananowe dzieci” – equivalente dell’espressione “figli col cucchiaio d’argento” – è ampiamente utilizzato. Si riferisce ai giovani provenienti da famiglie ricche: quelli che frequentano scuole private, indossano marchi costosi e iniziano la vita adulta avendo già casa o studi assicurati.
Il termine è una forma di satira sociale, ma anche un’espressione di frustrazione. Nel linguaggio delle giovani generazioni compaiono sempre più simboli di questo tipo per descrivere la disuguaglianza.
Perché queste differenze non sono più solo statistiche – sono visibili nella vita quotidiana: nei prezzi delle case, nell’accesso agli studi all’estero, nelle opportunità di stage e nel mercato del lavoro.
“Mi sento malissimo per questo. È molto ingiusto e frustrante quando penso ai miei compagni che hanno una partenza nella vita molto più facile. Ho l’impressione che non abbiano affrontato vere difficoltà, il che rende la situazione ancora più ingiusta”, afferma Anna, studentessa all’Università Cardinal Stefan Wyszyński di Varsavia.
Un paradosso politico
Forse l’aspetto più paradossale è che questa consapevolezza della disuguaglianza non si traduce sempre in sostegno a politiche redistributive. In Polonia, partiti come Confederația, di estrema destra, guadagnano popolarità promuovendo drastici tagli fiscali e un ruolo più ridotto dello Stato.
In altre parole, propongono soluzioni che potrebbero aumentare ulteriormente l’importanza della ricchezza privata nel determinare le opportunità di vita. Ciò evidenzia un problema più profondo: il malcontento dei giovani non segue sempre una direzione politica chiara, ma si manifesta piuttosto come un’emozione diffusa – un mix di frustrazione verso il sistema, le élite e le istituzioni.
“Lo Stato non sostiene affatto gli studenti. Molti sono costretti ad abbandonare gli studi perché non riescono a mantenersi senza l’aiuto dei genitori. Quelli che continuano devono lavorare il doppio”, aggiunge Anna.
Una generazione di scettici
Per decenni, il modello sociale europeo si è basato sulla promessa della mobilità sociale: se lavori sodo, puoi farcela. Oggi, sempre più giovani iniziano a dubitare di questa promessa.
Non è ancora una rivoluzione sociale. Ma è un segnale importante – una crescita dello scetticismo verso l’idea stessa di pari opportunità, uno dei pilastri dell’Europa del dopoguerra.
E quando una generazione giovane inizia a mettere in discussione la promessa fondamentale del sistema, anche livelli moderati di insoddisfazione possono, nel tempo, diventare una forza potente – capace di cambiare il panorama politico del continente.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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