Tra esitazioni politiche e nuove urgenze strategiche, l’Europa deve trasformare il coordinamento economico in una vera politica comune per investimenti, capitale umano, difesa e autonomia.
Le ultime settimane hanno confermato una sensazione ormai diffusa: l’Unione europea è pienamente consapevole della portata delle sfide storiche che ha di fronte, ma continua a muoversi con prudenza, se non con vera e propria esitazione – e talora come un gambero – sulle consistenti scelte politiche necessarie per affrontarle.
Il vertice informale dei capi di Stato e di governo della scorsa settimana in Belgio lo ha mostrato con chiarezza. I leader europei riconoscono la necessità di rafforzare competitività, difesa, capacità tecnologica e autonomia strategica. Ma quando si tratta di dotarsi di strumenti comuni adeguati – finanziari, fiscali e industriali – le decisioni restano timide, frammentate, ancora rinviate.
È in questo contesto che il dibattito sul Semestre europeo 2026 assume un significato politico che va ben oltre la pur rilevante dimensione tecnica. Troppo a lungo considerato un esercizio procedurale di coordinamento delle politiche di bilancio, il Semestre può e deve diventare la cabina di regia di una vera strategia di sicurezza economica europea.
Il parere approvato dal Comitato economico e sociale europeo (CESE) nasce da questa consapevolezza. L’Europa si trova davanti a una scelta: restare un sistema di coordinamento minimale tra economie nazionali oppure dotarsi finalmente di strumenti coerenti con le proprie ambizioni strategiche.
La principale fragilità dell’Unione resta la cronica carenza di investimenti: un gap strutturale che indebolisce produttività, innovazione e capacità di risposta agli shock, proprio mentre Stati Uniti e Cina mobilitano risorse e strumenti per sostenere industria, tecnologia e sicurezza. Senza un salto qualitativo negli investimenti pubblici e privati, l’Europa non potrà competere né proteggere il proprio modello sociale.
Per questo il CESE ribadisce la necessità di una robusta capacità fiscale comune, sostenuta da significative emissioni mirate di debito europeo, per compiere il salto di scala non più rinviabile, e da strumenti permanenti di stabilizzazione macroeconomica, sulla falsariga dello strumento SURE, che ha dato ampia dimostrazione di efficacia durante la pandemia.
La questione degli investimenti si intreccia con quella, altrettanto decisiva, dell’integrazione dei mercati dei capitali: un tema che procede al passo di lumaca da ormai un decennio. Oggi una quota rilevante del risparmio europeo continua a finanziare altre economie anziché sostenere la crescita interna. La frammentazione regolatoria e finanziaria impedisce la creazione di un vero mercato unico dei capitali. Senza un salto di ambizione normativa e di integrazione, il divario con altre grandi economie continuerà ad ampliarsi.
Per questo il CESE invita la Commissione a valutare strumenti radicali di semplificazione e integrazione, così da avere un mercato dei capitali che funzioni come un vero mercato europeo e non come un sistema frammentato in 27 silos nazionali, complicato da pesanti differenze nei sistemi regolatori.
Proponiamo di ispirarsi all’NSMIA adottato dagli Stati Uniti nel 1996, che ha concentrato a livello federale la supervisione regolatoria, superando la frammentazione dei 50 Stati federati e facendo degli USA un unico e potente hub globale. Sbloccare il risparmio europeo per gli investimenti europei, con mercati più profondi, liquidi e accessibili, è una condizione essenziale, anche in termini di sicurezza europea e di preservazione del nostro modello di progresso sostenibile.
Un terzo asse strategico riguarda la governance economica e sociale. Le nuove regole fiscali sono state riformate, ma il rischio è che il Semestre continui a privilegiare la sorveglianza dei conti pubblici rispetto alla promozione degli investimenti e della convergenza sociale. È necessario riequilibrare l’architettura della governance europea, rafforzando il Social Scoreboard, rivedendo gli indicatori della Procedura per gli squilibri macroeconomici, migliorando le metodologie di analisi della sostenibilità del debito e dotandosi di un sistema innovativo di indicatori del benessere, già elaborati da tempo a livello europeo, che diverranno peraltro cruciali alla luce della struttura del prossimo QFP.
Il nuovo focus sul capitale umano e la prevista specifica Raccomandazione rappresentano un passo nella giusta direzione, ma devono tradursi in investimenti concreti. Competenze, formazione, riconoscimento delle qualifiche e accesso all’alloggio sono elementi essenziali per affrontare il divario tecnologico e la sfida demografica. Il capitale umano va considerato una vera infrastruttura strategica europea, al pari di quelle energetiche o digitali e, in questo senso, deve trovare concreti riscontri nelle Raccomandazioni specifiche per paese (CSR) di primavera e prevedere l’uso pieno della clausola di flessibilità prevista dal riformato patto fiscale.
Il tema della difesa rappresenta un ulteriore banco di prova. Rafforzare la capacità di difesa europea autonoma è necessario, ma un aumento disordinato della spesa nazionale, peraltro basato prevalentemente sugli spazi fiscali di ogni Stato membro, rischia di generare duplicazioni, inefficienze e nuove dipendenze. Senza un vero coordinamento europeo, la crescita della spesa per la difesa si tradurrà in maggiore frammentazione e in ulteriore pressione sui bilanci nazionali. Occorre dunque integrare gli investimenti nella difesa in un quadro strategico e fiscale europeo coerente, favorendo appalti congiunti, progetti industriali comuni e un utilizzo più efficiente delle risorse, con il ricorso a decisivi strumenti comuni di investimento.
Infine, una questione di legittimità democratica. Se il Semestre deve orientare le grandi scelte economiche e sociali dell’Unione, non può restare un processo prevalentemente tecnocratico. Parlamento europeo, parti sociali e società civile devono essere coinvolti in modo strutturato e permanente: non osservatori passivi, non consultazioni pro forma, non ratifiche frettolose a cose fatte, ma parte costitutiva dei tavoli dove si decide.
Le esitazioni emerse nelle ultime settimane mostrano un’Europa ancora sospesa tra consapevolezza della posta in gioco e timore di compiere il salto necessario. Ma il tempo delle mezze misure è finito. In un contesto globale segnato dalla fine del vecchio ordine, dalla competizione strategica e dall’instabilità, l’Unione non può permettersi di restare un gigante regolatorio e un nano politico.
Trasformare il Semestre europeo in una vera politica economica comune non è più un’opzione teorica. È una necessità politica. La scelta è ormai evidente: continuare con un coordinamento minimo tra Stati o costruire finalmente gli strumenti di una sovranità economica europea condivisa.

