Nella giornata di oggi (5 novembre) – 70° anniversario della repressione sovietica della Rivoluzione ungherese del 1956 – il governo di Péter Magyar ha lanciato il sito nyitottaktak.hu. Il database pubblico e consultabile contiene i nomi e le informazioni di base di circa 50.000-60.000 ex “persone della rete” (informatori, collaboratori o soggetti oggetto di tentativi di reclutamento) legate ai servizi di sicurezza dello Stato durante i periodi di Rákosi e Kádár.

L’iniziativa mantiene una delle principali promesse elettorali di Tisza, dopo la vittoria del partito nelle elezioni di aprile contro Fidesz di Viktor Orbán. Magyar l’ha presentata come la possibilità di saldare un “debito” di 36 anni derivante dall’incompleta transizione del 1989-90, sostenendo che i governi successivi – compreso Fidesz, che secondo Magyar avrebbe bloccato precedenti proposte – abbiano utilizzato il segreto per fini di manipolazione politica, mentre vittime e famiglie aspettavano di conoscere la verità.

I fascicoli completi di reclutamento relativi a circa 9.000 persone dovrebbero essere pubblicati entro il 25 febbraio, Giornata della memoria per le vittime del comunismo. Gli archivi sono tuttavia incompleti: si stima che la rete originaria comprendesse circa 150.000 persone, mentre molti fascicoli sono stati distrutti o sono andati perduti.

La maggior parte delle 60.000 persone è deceduta, ma non tutte. La rete era composta in larga misura da comuni cittadini, piuttosto che da figure di alto livello. La presenza di un nome nel database indica un contatto con i servizi – talvolta ottenuto mediante coercizione – ma non dimostra necessariamente che la persona abbia fornito informazioni in modo attivo o utile. I dettagli più sensibili sono stati oscurati.

Un nome nell’elenco non racconta tutta la storia. Le inchieste dell’organo di informazione investigativa Átlátszó, che da anni si occupa degli archivi dei servizi di sicurezza dello Stato, sottolineano perché semplici liste non siano sufficienti a stabilire le responsabilità o la colpevolezza dei singoli. La testata ricorda alcuni casi emblematici.

Károly Szita, sindaco di lunga data di Kaposvár, fu collegato a partire dal 1980, con il nome in codice “Krakus Péter”, all’unità di controspionaggio III/II. Il legame divenne pubblico già diversi anni fa, ma non pose fine alla sua carriera politica. Endre Marinovich, ex capo di gabinetto del primo ministro József Antall, compare nei fascicoli con il nome “Matulai” e veniva considerato un “contatto sociale” piuttosto che un agente formalmente reclutato. Fornì informazioni dopo aver ottenuto una borsa di studio in Svizzera, ma in seguito contestò l’interpretazione dei documenti e sostenne di non aver mai firmato una dichiarazione di reclutamento.

Anche István Csurka, scrittore e politico dopo il 1989, fu reclutato dopo il suo internamento seguito agli eventi del 1956, con il nome in codice “Raszkolnyikov”. Nei fascicoli non sopravvivono suoi rapporti scritti; successivamente fu egli stesso oggetto di sorveglianza. Csurka riconobbe pubblicamente la natura coercitiva del reclutamento.

I casi della vita quotidiana rendono ancora più complessa qualsiasi narrazione semplicistica: persone costrette attraverso ricatti o minacce, individui che cercarono di sfruttare a proprio vantaggio il contatto con i servizi e tradimenti personali – tra cui un caso in cui una fidanzata riferì ai servizi che il proprio compagno era stato avvicinato dagli agenti. Questi episodi mostrano come la rete abbia eroso la fiducia nella sfera privata ben oltre i confini dell’alta politica.

Átlátszó e gli storici sottolineano la necessità di un’attenta critica delle fonti: i documenti sopravvissuti sono incompleti, le categorie di contatto erano molto diverse tra loro e la responsabilità politica e morale dei vertici e degli ufficiali del sistema non dovrebbe essere oscurata dall’attenzione rivolta ai singoli appartenenti alla rete. L’impatto politico attuale è reale, ma riguarda soprattutto il piano narrativo e personale, più che quello strutturale.

Per il nuovo governo, la pubblicazione degli archivi viene presentata come il completamento del “cambio di regime” e il ripristino della trasparenza. Magyar ha chiesto che le informazioni vengano trattate con dignità, riconoscendo che per molte famiglie si tratta di un momento difficile. Fidesz ha risposto sottolineando la propria storia anticomunista e presentando TISZA come erede del vecchio sistema.

Le prime verifiche – comprese quelle riguardanti lo stesso Orbán – non hanno prodotto, finora, grandi rivelazioni compromettenti nei confronti degli attuali vertici politici, sebbene vecchie controversie riguardanti esponenti in passato legati a Fidesz possano tornare alla luce. Poiché la maggior parte delle persone citate è deceduta, i documenti sono parziali e i fascicoli operativi dettagliati devono ancora essere pubblicati, la capacità degli archivi di modificare gli attuali equilibri di governo rimane limitata.

L’effetto più profondo sarà probabilmente di natura generazionale e personale: un accesso pubblico più libero a un capitolo della storia rimasto a lungo soppresso, accompagnato però dalla consapevolezza che gli elenchi, da soli, non possono fornire giudizi definitivi.

Foto di: Il primo ministro ungherese Péter Magyar durante un comizio [Péter Magyar, X]

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

, , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *