La conquista di entrambe le Camere del Congresso degli Stati Uniti da parte del Partito Democratico nelle ultime elezioni di mid-term ha suscitato un’ondata di sollievo a Bruxelles e in altre capitali europee. Gli analisti dell’European Policy Centre (EPC), tuttavia, invitano alla cautela: questo risultato non dovrebbe essere interpretato come un ritorno a relazioni transatlantiche più prevedibili né come un semplice allentamento degli oneri strategici che gravano sull’Europa.

In una serie di analisi pubblicate a ridosso delle elezioni, gli esperti dell’EPC sostengono che il cambiamento degli equilibri di potere al Congresso limiterà il presidente Donald Trump in alcuni ambiti, ma potrebbe al tempo stesso aumentare l’incertezza in altri, in particolare per quanto riguarda l’Ucraina, la politica delle sanzioni e l’architettura più ampia della sicurezza europea.

Almut Möller, Direttrice per gli Affari europei e globali dell’EPC, sottolinea il chiaro vantaggio per l’Ucraina. Con maggioranze democratiche, è probabile che il Congresso porti avanti provvedimenti relativi agli aiuti a Kyiv e alle sanzioni contro la Russia, ristabilendo un certo grado di convergenza bipartisan con le posizioni europee. Möller evidenzia però anche il rischio strutturale di una dinamica conflittuale tra il Congresso e la Casa Bianca.

Trump conserva il potere di veto e, in quanto presidente politicamente indebolito e concentrato sulla propria eredità politica, potrebbe perseguire con maggiore aggressività alcuni “successi” in politica estera, compresi eventuali accordi con la Russia. L’Europa, scrive Möller, avrà bisogno del Congresso come alleato, pur continuando a dipendere dal Presidente per ottenere una conclusione sostenibile della guerra che preservi la sovranità ucraina.

Javier Carbonell, Policy Analyst presso l’EPC, sottolinea che l’onda blu probabilmente avrà un impatto maggiore sulle narrazioni e sulle strategie politiche europee che sui risultati immediati delle politiche statunitensi. I Democratici possono bloccare provvedimenti legislativi, avviare indagini e limitare la spesa, ma gli ampi poteri di politica estera di Trump e il suo potere di veto rimangono intatti. Le limitazioni sul fronte interno potrebbero persino spingerlo verso un maggiore attivismo internazionale.

Carbonell richiama inoltre l’attenzione sui dibattiti interni al Partito Democratico tra strategie progressiste e moderate, sul ritorno di questioni materiali come il costo della vita e i prezzi dell’energia – compresa l’opposizione locale ai data center – e sulla capacità di Trump di continuare a presentarsi come una figura anti-establishment. Secondo Carbonell, queste dinamiche avranno ripercussioni sui partiti socialdemocratici europei, ancora alle prese con il proprio declino elettorale.

Fabian Zuleeg, Chief Executive e Chief Economist dell’EPC, presenta il risultato in termini ancora più netti: “L’incertezza è Trump”. Anche una chiara sconfitta elettorale dei Repubblicani lascia il comportamento del Presidente altamente imprevedibile. La sconfitta potrebbe imporre limiti legislativi sul piano interno, ma potrebbe renderlo ancora più destabilizzante all’estero, mentre cerca capri espiatori e accordi capaci di definire la sua eredità politica.

Zuleeg invita l’Europa e l’Ucraina a prepararsi alla possibilità di ulteriori aperture verso la Russia, riconoscendo al contempo che il più ampio movimento illiberale non scomparirà insieme a Trump. Allo stesso tempo, respinge ogni atteggiamento fatalista: le vittorie democratiche restano possibili e l’Europa dovrebbe sfruttare questo momento per accelerare lo sviluppo della propria capacità di agire strategicamente, anziché attendere il ritorno dell’ordine precedente all’era Trump.

Anche gli esperti dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) giungono a conclusioni simili, sottolineando però il paradosso tra politica interna ed estera e la necessità di un impegno di più lungo periodo.

Célia Belin, responsabile dell’ufficio di Parigi e Senior Policy Fellow, osserva che il tema del costo della vita ha favorito i Democratici anche negli Stati fortemente conservatori e ha portato alla ribalta figure con ambizioni presidenziali, mentre una nuova generazione di Democratici entra al Congresso.

Belin mette in guardia dal sopravvalutare i risultati: i successi democratici difficilmente modificheranno in maniera significativa la politica estera di Trump. Il Presidente conserva i poteri relativi alla conclusione di accordi, alle operazioni militari e ai dazi giustificati sulla base della sicurezza nazionale; il processo decisionale continuerà a essere incentrato sulla Casa Bianca. Le questioni che maggiormente preoccupano gli europei – Ucraina, Groenlandia e rapporti con l’Europa – hanno avuto uno spazio limitato nella campagna elettorale. I nuovi parlamentari democratici dovranno quindi essere coinvolti attivamente se l’Europa vuole far sentire la propria voce.

Lo stesso Trump potrebbe non considerarsi sconfitto e ha ribadito la propria intenzione di utilizzare il veto presidenziale. Le elevate aspettative degli elettori sul tema del costo della vita manterranno i Democratici concentrati sulle questioni interne, mentre la sconfitta repubblicana potrebbe indicare agli alleati della destra radicale in Europa che le strategie basate su immigrazione, media, IA e assunzione di rischi militari non sembrano più formule vincenti.

Nevada Joan Lee, Policy Fellow del programma statunitense dell’ECFR, sostiene che una Camera e un Senato a maggioranza democratica difficilmente cambieranno in modo sostanziale la politica estera di Trump; ciò che cambierà sarà invece il dibattito politico. Lo “tsunami blu” è stato più un rifiuto di Trump che un endorsement del Partito Democratico, anche se contribuisce a ristabilire la speranza.

Nel corso dei decenni il Congresso ha progressivamente ceduto gran parte della propria autorità in materia di politica estera, un processo accelerato durante la presidenza Trump, che utilizza iniziative unilaterali e spettacolari per rimanere al centro dell’attenzione. Gli europei dovrebbero seguire con attenzione le audizioni e le indagini del Congresso per raccogliere informazioni, ma rimanere cauti di fronte alle rassicurazioni, poiché il capitale politico disponibile per esercitare un controllo sull’amministrazione si esaurirà rapidamente.

Lee invita a guardare oltre il 2028: i dibattiti emergenti all’interno del Partito Democratico definiranno le sue priorità per il prossimo decennio. L’Europa dovrebbe concentrarsi su ciò che dovrà essere in grado di realizzare entro l’inizio degli anni Trenta per sentirsi preparata, riconoscendo che le basi di questo processo devono essere poste già oggi.

Majda Ruge, Senior Policy Fellow del programma statunitense, descrive un paradosso per l’Europa: da un lato, un Congresso democratico più favorevole, i cui nuovi membri tuttavia non considerano l’Europa una priorità politica; dall’altro, un presidente potenzialmente più instabile, il cui margine di manovra sul fronte interno si sta riducendo.

In assenza di una maggioranza in grado di superare il veto presidenziale, è improbabile che Trump si senta realmente vincolato da un Congresso a maggioranza democratica; del resto, ha già ignorato le maggioranze del proprio stesso partito. Assediato sul piano interno e concentrato sulla proiezione della potenza statunitense e sulla costruzione della propria eredità in politica estera, gli ultimi due anni della sua presidenza potrebbero essere i più instabili di sempre, soprattutto nei confronti dell’Europa, dove l’amministrazione ritiene di avere una posizione di forza.

La retorica anti-europea e il sostegno ai partiti europei di estrema destra sono probabilmente destinati a intensificarsi, come estensione delle guerre culturali interne rivolte a una base elettorale scontenta. Il controllo esercitato dai Democratici aumenterà la trasparenza e il livello di scrutinio – in particolare sulla “diplomazia d’affari” di Trump relativa al conflitto russo-ucraino e ad altri teatri – aumentando i costi reputazionali, ma nel breve periodo cambierà ben poco.

Nel lungo periodo, le elezioni di mid-term contribuiranno invece a determinare la direzione della politica estera democratica. Un futuro presidente democratico potrebbe essere più disposto ad aiutare l’Europa ad affrontare le proprie sfide di sicurezza, ma potrebbe non essere in grado di ripristinare il vecchio accordo transatlantico; per questo, secondo Ruge, l’Europa deve iniziare fin da ora a plasmare l’agenda dell’epoca post-Trump, invece di aspettare il ritorno delle vecchie relazioni.

Nel complesso, le analisi dell’EPC e dell’ECFR descrivono una Washington nella quale i meccanismi di controllo istituzionale si sono rafforzati e le narrazioni politiche sono cambiate, ma i principali poteri di Trump in materia di politica estera rimangono intatti e le limitazioni sul fronte interno potrebbero incoraggiarlo a un maggiore attivismo internazionale.

Per l’Europa, la conseguenza pratica è la necessità di muoversi con cautela: sfruttare, quando possibile, la maggiore disponibilità del Congresso a collaborare; coinvolgere la nuova generazione di parlamentari democratici; prepararsi alla persistente volatilità della Casa Bianca; e investire in una capacità strategica autonoma di più lungo periodo, anziché attendere il ritorno ai precedenti equilibri transatlantici.

Foto di: Incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e i leader europei [The White House, Public domain, via Wikimedia Commons]

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

, , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *