Italia e Spagna mettono fine alla disputa sui controlli alle frontiere interne dell’area Schengen, introdotti durante l’estate in seguito alla crisi migratoria avvenuta a fine luglio nell’enclave spagnola di Ceuta, al confine con il Marocco. Giovedì, dopo quasi tre mesi di tensioni diplomatiche, i due governi hanno concordato di non prorogare ulteriormente le misure che avevano limitato la libera circolazione tra i due Paesi, ripristinando il normale funzionamento delle regole di Schengen sui collegamenti aerei e marittimi.
L’accordo è stato raggiunto al termine di una conversazione telefonica tra il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi e l’omologo spagnolo Fernando Grande-Marlaska, organizzata dopo un confronto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il premier spagnolo Pedro Sánchez a margine del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles.
Secondo quanto comunicato dalle autorità dei due Paesi, la decisione di non rinnovare i controlli è stata assunta dopo un’attenta valutazione della situazione e sarà accompagnata da un rafforzamento dello scambio di informazioni tra Roma e Madrid, con l’obiettivo di garantire la sicurezza dello spazio comune di Schengen.
“Accolgo con favore le decisioni dell’Italia e della Spagna di sospendere i controlli ai loro confini interni”, ha affermato in un messaggio sul suo profilo X il commissario europeo agli Affari interni, Magnus Brunner. “Schengen è uno dei più grandi successi dell’UE. Continueremo a rafforzarlo: riducendo ulteriormente la migrazione illegale, aumentando i rimpatri e rafforzando i nostri confini esterni”, ha aggiunto.
La disputa era cominciata il 31 luglio, quando il governo italiano aveva annunciato il ripristino temporaneo dei controlli sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna, entrato in vigore il giorno successivo. La decisione era stata motivata con il rischio di movimenti secondari verso il territorio italiano da parte dei migranti entrati irregolarmente a Ceuta, dove il 30 e 31 luglio si era verificato un afflusso eccezionale di persone provenienti dal Marocco.
Il Viminale aveva giustificato il provvedimento richiamando le esigenze di sicurezza nazionale e la possibilità di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori. Nel corso di un’audizione parlamentare del 13 agosto, Piantedosi aveva difeso la legittimità della misura, sostenendo che i controlli sarebbero stati mirati e avrebbero avuto un impatto limitato sulla circolazione dei cittadini europei.
La scelta italiana aveva tuttavia provocato una dura reazione del governo spagnolo, che aveva contestato la necessità e la proporzionalità del provvedimento, giudicandolo discriminatorio e contrario allo spirito della libera circolazione europea. Madrid aveva quindi introdotto, a partire dall’8 agosto, controlli analoghi sui passeggeri provenienti dall’Italia, esplicitamente motivati dal principio di reciprocità.
Da allora, le restrizioni erano state prorogate ripetutamente da entrambi i Paesi, trasformando una misura presentata inizialmente come eccezionale in una controversia politica protrattasi fino alla seconda metà di ottobre. Ancora il 30 settembre, il ministero dell’Interno italiano aveva annunciato un’ulteriore proroga di quindici giorni, sostenendo che a Ceuta permanevano criticità tali da giustificare il mantenimento dei controlli.
La svolta è arrivata durante il Consiglio europeo di metà ottobre, quando Meloni e Sánchez hanno concordato di individuare misure alternative alle verifiche alle frontiere. Il successivo confronto tra i ministri dell’Interno ha permesso di formalizzare la soluzione, basata principalmente su una maggiore cooperazione e condivisione delle informazioni.
La vicenda solleva tuttavia interrogativi sul funzionamento dello spazio Schengen e sulla capacità delle istituzioni europee di intervenire quando le decisioni unilaterali degli Stati membri incidono sulla libera circolazione. Il Codice frontiere Schengen consente infatti il ripristino temporaneo dei controlli interni in presenza di gravi minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza interna, ma stabilisce che si tratti di una misura eccezionale, da adottare soltanto come ultima risorsa e nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità.
La Commissione europea ha il compito di monitorare il ricorso a questi strumenti e, in determinate circostanze, può esprimere una valutazione sulla loro necessità e proporzionalità. Nel caso della controversia tra Roma e Madrid, tuttavia, la soluzione è arrivata attraverso un’intesa politica bilaterale, senza che fosse necessario un intervento formale risolutivo di Bruxelles.
[a cura di Simone Cantarini]

