In questo periodo di instabilità internazionale, l’intensa attività cinese nell’Indo-Pacifico è un elemento spesso ignorato dalla maggioranza dei media europei. L’apparente prudenza del Partito Comunista Cinese (PCC) nel conflitto russo-ucraino e in Medio Oriente ha portato a considerare la politica estera cinese come statica, quantomeno dal punto di vista militare. La realtà è ben diversa. Il consolidamento regionale di Pechino è sempre più incalzante, e può contare su una rete fittissima di infrastrutture militari e diplomatiche. La Cina, in Asia come in Medio-Oriente, si sta muovendo ad alta velocità, nell’ombra.

Cooperazione con eserciti locali e pressione crescente nei mari contesi stanno scuotendo gli equilibri profondi dell’Indo-Pacifico: regione centrale nella sfida con gli Stati Uniti. La piccola accelerazione delle ultime settimane è in continuità con l’azione di Pechino degli ultimi anni. Senza proclami né gesti eclatanti la Cina, ha inaugurato un nuovo centro militare in Laos e consolidato la sua presenza nella base navale cambogiana di Ream. A questo poi si aggiungono i nuovi investimenti nelle isole contese del Mar Cinese e un aumento delle attività marittime intorno alle Filippine.

Una ragnatela diplomatica e militare che conferisce all’azione esterna cinese un enorme grado di forza e flessibilità.

In questa fittissima rete di iniziative militari, commerciali ed economiche, il Laos si staglia come uno dei più importanti punti d’appoggio: un gradino essenziale per la proiezione cinese nella regione. A tal proposito, il 29 settembre Cina e Laos hanno annunciato l’apertura di un nuovo centro militare, il “China-Laos Joint Support and Training Center”, presso l’aeroporto di Ban Keun. Le immagini satellitari mostrano otto velivoli da attacco leggero K-8 di produzione cinese, e oltre venti veicoli di supporto.

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Secondo diversi analisti la rapidità e la dimensione dei lavori testimonierebbero il peso strategico del progetto. Restano da chiarire le reali capacità operative del centro militare, che tuttavia sembra assumere la forma di un nuovo avamposto della Repubblica Popolare nell’entroterra del Sud-Est asiatico. Pechino, tuttavia, presenta l’iniziativa come una struttura congiunta: esclusivamente destinata all’addestramento dell’aviazione laotiana e senza nessuna finalità offensiva. La nuova struttura, tuttavia, potrebbe offrire non soltanto un nuovo spazio per l’addestramento militare, ma anche un utilissimo punto d’appoggio logistico.

Il secondo fronte che vede la Repubblica Popolare sempre più protagonista è il Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi tempi il braccio di ferro tra forze cinesi e filippine si sta pericolosamente normalizzando. Il 1º ottobre Manila ha schierato la sua più grande nave della Guardia Costiera, nonché un aereo militare, per contestare la presenza di una nave di ricerca marina cinese nei pressi dello stretto di Luzon e di Batanes, aree di grande peso strategico vicino all’arcipelago filippino. Successivamente, a distanza di tre giorni, le autorità di Manila hanno accusato la Guardia costiera cinese di aver ostacolato un’operazione nei confronti un’imbarcazione sospetta nei pressi dell’isola di Pag-asa, nelle Spratly. Gli episodi, inutile dirlo, sono avvenuti in un’area ad altissima tensione strategica. Taiwan, infatti, ha seguito con grande apprensione queste ultime iniziative di Pechino. L’indipendenza di Taipei non sembra più quella invalicabile linea rossa, quantomeno sotto l’amministrazione Trump, che mantiene la sua forte ambiguità sulla questione. Intanto, la pressione marittima cinese continua. Il 9 ottobre, secondo il South China Morning Post, Manila aveva rilevato 101 imbarcazioni cinesi intorno a punti contesi del Mar Cinese Meridionale nel mese di settembre, quasi il doppio rispetto ad agosto. Il quadro si completa con 5 giorni di esercitazioni militari cinesi, iniziate il 12 ottobre, che avranno luogo in diverse aree costiere del Mar Cinese Meridionale.

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Le scaramucce nel Mar Cinese mostrano non soltanto la muscolarità di Pechino ma mettono a dura prova le capacità dei paesi dell’intera regione di esercitare i propri diritti. Difficile leggere questo susseguirsi di eventi come piccole provocazioni tra paesi geograficamente vicini. La sfida nell’Indo-Pacifico passa per una competizione marittima, la quale si gioca con strumenti sempre meno tradizionali e imprevedibili. La frequenza di incontri ravvicinati, inoltre, aumenta il rischio di collisioni, errori di valutazione ed escalation, anche in assenza di una razionale valutazione strategica indirizzata ad avviare un conflitto. La ragnatela di Pechino si muove però su più livelli. La Cina accompagna alla dimensione militare una “vivace” attività diplomatica, anche punitiva. Emblematico il caso di lunedì 12 ottobre. Gustavo Villate e Francis Fonseca, rispettivamente ministro delle Comunicazioni del Paraguay e ministro degli Esteri del Belize, sono stati vittime delle sanzioni diplomatiche cinesi. Il PCC ha imposto ai due ministri restrizioni di ingresso e divieti di collaborazione con soggetti cinesi. Paraguay e Belize sono tra i dodici paesi che intrattengono relazioni ufficiali con Taipei. Sanzionare i due ministri, sebbene possa sembrare un episodio laterale assume in questo quadro un forte segnale politico. Un gesto che mira a danneggiare la legittimità internazionale di Taiwan e testimonia l’aggressività cinese nell’area.

Il contesto strategico di questi ultimi mesi del 2026 vede la leadership cinese imbaldanzita dagli ultimi incontri con Trump e sicura dei suoi mezzi. Consolidare la presenza militare nella regione, aumentare la pressione sulle rotte marittime contese e isolare diplomaticamente Taipei, restituiscono un quadro di una Cina tutt’altro che attendista. La partita con Washington, sia chiaro, è ancora tutta da giocare. Questi ultimi avvenimenti però ci confermano una direzione. La sfida nella regione è solo all’inizio, ma Xi Jinping non ha paura di giocare le sue carte. Inoltre, il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente e in Ucraina potrebbe risultare un elemento estremamente favorevole nel medio termine.

La presenza di Pechino è progressivamente più strutturata, il margine di manovra si sta ampliando. Gli equilibri dell’Indo Pacifico dipenderanno molto dalla capacità degli attori regionali nel saper contenere l’iniziativa cinese: un compito sempre più ingrato.

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