L’Europa rischia di perdere ciò che l’ha resa possibile: la consapevolezza di essere, prima ancora che un progetto politico ed economico, una straordinaria costruzione culturale.
Abbiamo una moneta comune, un mercato integrato, istituzioni sovranazionali, regole condivise. Ma fatichiamo ancora a riconoscerci in un destino comune. Siamo riusciti a costruire l’Unione europea senza riuscire fino in fondo a costruire una comunità europea.
È questa, forse, la contraddizione più profonda del nostro tempo. Mentre il mondo torna a dividersi in blocchi, le guerre ridisegnano i confini e i nazionalismi recuperano consenso, l’Europa sembra cercare la propria identità soprattutto nella capacità di competere economicamente, di difendersi militarmente e di regolamentare le trasformazioni tecnologiche.
Obiettivi necessari, naturalmente. Ma insufficienti. Nessuna comunità politica può sopravvivere a lungo se i suoi cittadini condividono soltanto interessi e non anche valori, memoria e aspirazioni.
L’Europa non nasce dall’uniformità. Nasce dalla capacità di trasformare le differenze in una civiltà comune. Atene e Roma, il cristianesimo e l’umanesimo, l’Illuminismo e le grandi rivoluzioni scientifiche, le università medievali e le avanguardie artistiche hanno costruito, attraverso secoli di conflitti e contaminazioni, uno spazio culturale che precede di molto le istituzioni di Bruxelles.
Uno spazio nel quale la diversità non rappresenta un ostacolo all’identità, ma ne costituisce il fondamento. Eppure, proprio questa consapevolezza sembra oggi indebolirsi.
L’Europa discute giustamente di competitività, transizione energetica, intelligenza artificiale, sicurezza e difesa. Molto meno di come formare cittadini capaci di comprendere, partecipare e condividere il futuro di una democrazia sovranazionale.
Eppure, senza cultura, anche la democrazia rischia di ridursi a una procedura elettorale. Senza conoscenza, la libertà diventa vulnerabile alla manipolazione. Senza educazione al pensiero critico, il confronto pubblico si trasforma in una competizione permanente tra paure. La democrazia non muore soltanto quando vengono cancellate le libertà. Si indebolisce anche quando i cittadini smettono di riconoscersi come parte di una comunità.
È da questa convinzione che nasce il tema di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che si svolgerà a Napoli dal 23 al 25 ottobre, nell’anno del decimo anniversario della nostra associazione.
Abbiamo scelto tre parole: Cultura è Democrazia.
Non uno slogan celebrativo, ma una precisa affermazione di responsabilità.
La cultura non coincide soltanto con il patrimonio artistico, con i musei, con i teatri o con le grandi istituzioni della conoscenza. È anche la capacità di comprendere l’altro, di riconoscere il valore delle differenze, di costruire relazioni e di immaginare insieme ciò che ancora non esiste. È, soprattutto, uno strumento di partecipazione.
Per questo abbiamo deciso di coinvolgere direttamente bambini e ragazzi delle scuole napoletane, affidando loro il compito di rivolgere domande, anche impertinenti, ai protagonisti delle istituzioni, dell’impresa, della scienza e della cultura.
Un gesto semplice, ma dal significato politico profondo.
Il futuro appartiene a loro. E una democrazia che non ascolta chi dovrà abitarlo finisce inevitabilmente per occuparsi soltanto del proprio presente. Napoli, in questo senso, non è una scelta casuale. Poche città europee rappresentano altrettanto bene la stratificazione delle identità, l’incontro tra civiltà, la capacità della cultura di attraversare i secoli senza perdere la propria vitalità.
Napoli è greca, romana, mediterranea, europea. È una città che racconta come le identità più forti siano spesso quelle che hanno saputo accogliere più influenze. Proprio dal Mediterraneo, troppo spesso considerato soltanto una frontiera da controllare, l’Europa potrebbe ricominciare a pensarsi come uno spazio di relazioni e non semplicemente come una somma di Stati.
Ma questa prospettiva richiede anche scelte politiche concrete.
Occorre riportare la cultura al centro dell’agenda europea, non come settore accessorio delle politiche pubbliche, ma come infrastruttura essenziale della democrazia.
Significa investire nell’educazione, nella mobilità dei giovani, nelle università, nelle biblioteche, nella produzione culturale e creativa. Significa rendere più accessibile il patrimonio comune, sostenere il pluralismo dell’informazione e garantire che le nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale, amplino le opportunità di conoscenza anziché restringerle.
Significa anche superare una visione della cultura misurata quasi esclusivamente attraverso il turismo, il numero dei visitatori o la ricaduta economica degli eventi.
Il valore della cultura non si esaurisce in ciò che produce economicamente. Si manifesta soprattutto in ciò che rende possibile socialmente.
Una biblioteca aperta in un quartiere periferico, una scuola capace di formare cittadini consapevoli, un teatro che diventa luogo di incontro, un museo accessibile a chi ne è rimasto escluso non rappresentano soltanto servizi culturali.
Sono presìdi democratici. E proprio l’Europa dovrebbe riconoscerli come tali. Nel decimo anniversario di Cultura Italiae, la riflessione che proponiamo a Napoli vuole andare oltre i confini nazionali.
La cultura europea non appartiene a una nazione, a una lingua o a una tradizione politica. È il risultato di una storia condivisa, spesso drammatica, nella quale abbiamo imparato che la pace non è una condizione naturale e che la democrazia non è una conquista irreversibile.
Oggi quella lezione rischia di essere dimenticata. I nazionalismi promettono protezione attraverso la chiusura. Le nuove polarizzazioni trasformano gli avversari in nemici. Le piattaforme digitali, quando premiano sistematicamente lo scontro, rischiano di sostituire la complessità con la semplificazione e il confronto con l’indignazione.
La risposta non può essere soltanto normativa o repressiva. Serve una nuova alfabetizzazione democratica. Serve restituire valore alla conoscenza, al dubbio, alla capacità di ascoltare e di distinguere.
Serve, in definitiva, più cultura.
Non per cancellare le differenze politiche, ma per rendere possibile il confronto tra di esse. L’Europa ha saputo costruire una comunità economica, poi una comunità giuridica e istituzionale. La sfida dei prossimi decenni sarà riuscire a diventare pienamente anche una comunità culturale e democratica.
Non attraverso l’imposizione di un’identità uniforme, ma attraverso la consapevolezza di appartenere a una storia comune e di essere responsabili di un futuro condiviso.
L’Europa non ha bisogno di meno identità nazionali. Ha bisogno di una più forte coscienza europea capace di tenerle insieme. Dieci anni fa abbiamo dato vita a Cultura Italiae con l’idea che la cultura potesse generare comunità.
Oggi quella convinzione assume un significato ancora più ampio. Perché la domanda decisiva non è soltanto quale Europa consegneremo alle prossime generazioni, ma quali cittadini stiamo formando perché possano costruirla.
E la risposta comincia proprio dalla cultura. Senza cultura possiamo avere un mercato europeo. Possiamo persino avere una potenza europea. Ma difficilmente avremo un popolo europeo.
E senza cittadini che si riconoscano in un destino comune, nessuna Unione potrà dirsi davvero compiuta.
di Angelo Argento Presidente di Cultura Italiae

