Ieri (28 settembre), i ministri della Difesa dei Paesi membri dell’Unione europea hanno formalmente individuato i primi cinque Progetti europei di interesse comune nel settore della difesa (EDPCI), conferendo uno status giuridico a una serie di programmi industriali che Bruxelles intende utilizzare come spina dorsale della cooperazione sulle capacità di difesa per il resto del decennio.

Il Consiglio ha approvato progetti riguardanti droni e sistemi anti-drone, difesa marittima e dei fondali, spazio, difesa integrata e federata contro minacce aeree e missilistiche e sorveglianza del fianco orientale. La Commissione aveva proposto per la prima volta l’elenco il 3 luglio, dopo un invito a manifestare interesse lanciato a febbraio.

I cinque programmi non sono piccoli finanziamenti per la ricerca e sviluppo. Sono pensati come coalizioni industriali pluriennali che nessuna singola capitale potrebbe finanziare o sviluppare industrialmente da sola. Il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius ha quantificato l’ambizione complessiva di investimento in circa 190 miliardi di euro entro il 2036.

I finanziamenti immediati dell’Unione sono però molto più contenuti: 325 milioni di euro provenienti dall’European Defence Industry Programme (EDIP) da 1,5 miliardi di euro per il periodo 2025-2027, di cui 300 milioni sono riservati ai progetti più maturi. Ciascuno dei cinque progetti dovrebbe ricevere una prima tranche di 60 milioni di euro per istituire la governance e avviare la fase di implementazione. Un secondo invito a presentare proposte è previsto entro la fine di aprile 2027.

I cinque progetti

DECODER (DronE and Counter Drone European Resolve) è la coalizione più ampia: comprende 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina, con la sola Malta che non partecipa. È anche il progetto meno costoso sulla carta, con una stima di 3,5-5 miliardi di euro entro il 2033. L’obiettivo è coordinare lo sviluppo, l’espansione e l’impiego sul campo di sistemi senza equipaggio interoperabili e di dispositivi anti-UAS, compresa una rete europea di hub tecnologici dedicati ai droni. L’esperienza maturata dall’Ucraina durante la guerra è parte integrante del progetto.

IMSD (Integrated Maritime and Seabed Defence) riunisce 17 Paesi, tra cui Belgio, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia. Il costo stimato è di 43-72 miliardi di euro entro il 2045. Il progetto comprende la conoscenza situazionale del dominio marittimo, il combattimento navale, l’interdizione, la guerra sottomarina e sui fondali e la protezione di porti, piattaforme offshore, cavi e condutture — le stesse infrastrutture che sono diventate un punto di forte tensione politica dopo gli incidenti verificatisi negli ultimi anni nel Baltico e nel Mare del Nord. Non partecipano Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Croazia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Slovenia e Slovacchia.

SPACE è l’unico dei cinque progetti a non includere l’Ucraina. Sedici Paesi, tra cui Germania, Francia, Italia, Polonia, Romania, Finlandia e Norvegia, sostengono un programma che prevede sistemi spaziali di allerta precoce, SATCOM militare, ISR/SIGINT, sorveglianza del dominio spaziale, PNT/NAVWAR e capacità di lancio rapido. Il valore stimato arriva a 24 miliardi di euro entro il 2034. La Commissione lo presenta come un elemento fondamentale di uno «scudo spaziale» europeo. Non partecipano Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Croazia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Malta, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Ucraina.

EU-FIAMD (EU Federated Integrated Air and Missile Defence including Early Warning) coinvolge anch’esso 16 Paesi. È la controparte industriale del progetto politico dello «Scudo aereo europeo»: un sistema federato di sistemi per la difesa integrata collettiva contro minacce aeree e missilistiche (IAMD), l’allerta precoce e la protezione delle infrastrutture critiche, coordinato con il lavoro della NATO sulla difesa aerea e missilistica e non concepito come sua alternativa. Non partecipano Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Croazia, Ungheria, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Slovenia e Slovacchia.

Eastern Flank Watch (EFW) è la voce più costosa del programma: 60-100 miliardi di euro entro il 2036, con 13 Stati membri dell’UE oltre a Norvegia e Ucraina. Il progetto è concepito come un’architettura permanente di sorveglianza e deterrenza lungo gli accessi terrestri e aerei dal Baltico al Mar Nero, con un ruolo previsto anche per le PMI e le imprese a media capitalizzazione attraverso interventi sulle catene di approvvigionamento. Non partecipano Austria, Bulgaria, Danimarca, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Portogallo e Slovenia.

In media, ogni progetto riunisce 18 Stati membri. L’Ucraina partecipa a quattro progetti su cinque. La Commissione, l’alto rappresentante e l’agenzia europea per la Difesa dovrebbero partecipare in qualità di membri o osservatori. Malta non partecipa a nessuno dei cinque progetti, mentre Austria, Croazia, Ungheria e Slovenia prendono parte esclusivamente al programma sui droni e restano fuori dagli altri quattro. La Bulgaria partecipa a due progetti su cinque: droni (DECODER) e difesa marittima e dei fondali (IMSD). Resta fuori dai programmi relativi allo spazio, alla difesa aerea e missilistica e all’Eastern Flank Watch.

Che cosa cambia concretamente

Gli EDPCI esistono in virtù dell’articolo 35 del regolamento EDIP, adottato nel dicembre 2025. Per essere considerato idoneo, un progetto deve coinvolgere un ampio gruppo di Stati, avere dimensioni sufficienti a produrre un impatto significativo, rafforzare la base tecnologica e industriale europea della difesa, ridurre la frammentazione e allinearsi alle priorità dell’Unione europea e della NATO in materia di capacità, nonché al lavoro della PESCO e dell’Agenzia europea per la difesa.

Entro la scadenza del 29 maggio erano state presentate nove proposte. Quattro – l’artiglieria (ARTISYS), i robot terrestri (ERCUL), una piattaforma per le operazioni multidominio (ARCADIA) e uno spazio europeo per i dati sulla difesa destinato all’intelligenza artificiale (EDDS) – sono state giudicate non ancora sufficientemente mature. Le capitali potranno ripresentarle nell’ambito del prossimo invito.

L’individuazione dei progetti non equivale alla firma di un contratto di appalto. Rende i progetti ammissibili ai finanziamenti EDIP e, successivamente, al previsto European Competitiveness Fund dopo il 2027. I bilanci nazionali e l’industria dovranno comunque sostenere la maggior parte dei 190 miliardi di euro indicati come obiettivo complessivo.

È questo il vero banco di prova politico: capire se coalizioni che appaiono solide sulla carta riusciranno a produrre requisiti comuni, ordini congiunti e stabilimenti produttivi effettivi, oppure se finiranno per arenarsi nella fase di coordinamento.

La tempistica non è casuale. A giugno il Consiglio europeo aveva chiesto ai ministri di completare rapidamente il primo elenco degli EDPCI. Il pacchetto rientra inoltre nella Defence Readiness Roadmap 2030, che aveva già individuato la difesa dai droni, la sorveglianza del fianco orientale, uno scudo aereo e uno scudo spaziale come programmi strategici da rendere operativi entro il 2028.

Il voto di lunedì trasforma così quegli slogan in programmi industriali concreti, dotati di un nome, di Paesi partecipanti, di stime dei costi e di un primo finanziamento. La capacità di colmare le lacune nelle capacità di difesa europee dipenderà tuttavia anche dal bilancio pluriennale dell’Unione, che deve ancora essere concordato.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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