Dopo 40 anni e ben due referendum contrari (1987 e 2011), si riaprono in Italia le porte alla produzione di energia elettrica da nucleare, dopo che il Senato ha approvato il disegno di legge delega già approvato alla Camera dei deputati. Il provvedimento ha l’obiettivo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare, per permettere la riapertura delle centrali, chiuse dopo lo storico referendum del 1987.

Firmata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, la proposta di legge dà al governo la delega per emanare decreti che disciplinino la materia e definisce i principali campi d’intervento: dalla costruzione e dall’esercizio degli impianti alla produzione di idrogeno tramite energia nucleare, dalla gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi alla sicurezza e all’istituzione degli organismi di controllo.

Il ritorno italiano all’atomo si inserisce in un contesto europeo profondamente cambiato rispetto agli anni successivi ai referendum del 1987 e del 2011. Il nucleare produce oggi circa il 23% dell’elettricità dell’Unione e la Commissione europea ha progressivamente rafforzato, tra non poche critiche, il sostegno al suo possibile contributo alla decarbonizzazione, alla competitività industriale e alla sicurezza energetica, pur lasciando agli Stati membri la scelta sul proprio mix energetico.

Una linea ribadita dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre. “Abbiamo investito nelle nostre energie pulite prodotte in Europa: rinnovabili e nucleare”, ha ricordato, indicando la necessità di accelerare sulle fonti domestiche a basse emissioni, “che si tratti di rinnovabili e nucleare, biometano o altro”, secondo un approccio “tecnologicamente neutrale”. L’obiettivo, ha sottolineato, deve essere quello di garantire all’Europa una maggiore indipendenza energetica.

A seguito dell’approvazione odierna, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare uno o più decreti legislativi, creando il quadro giuridico all’interno del quale potrà svilupparsi il nuovo programma nucleare italiano. Pertanto, il provvedimento non comporta la costruzione di nuove centrali.

“Oggi il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge sul nucleare. Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare”, ha commentato su X la presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia (Fd’I/ECR) Giorgia Meloni, definendola “una scelta coraggiosa e di buon senso”.

La premier ha collegato il ritorno all’atomo alla sicurezza energetica e alla crescita della domanda di elettricità, anche per effetto dello sviluppo dei data center e dell’intelligenza artificiale. Secondo Meloni, il nuovo nucleare dovrebbe garantire “meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali”, affiancandosi alle fonti rinnovabili con una produzione stabile e a basse emissioni.

“Parliamo di tecnologie di nuova generazione, non delle vecchie centrali”, ha precisato Meloni, ricordando che saranno i decreti attuativi a stabilire le regole in materia di sicurezza, autorizzazioni, gestione dei rifiuti e rapporti con i territori.

Sulla stessa linea il ministro Pichetto Fratin, secondo il quale con l’approvazione della delega “l’Italia fa un passo verso il futuro”. Il ministro ha respinto l’idea di un semplice ritorno al modello nucleare del passato, sostenendo che le nuove tecnologie, integrate con le rinnovabili, possano contribuire alla sicurezza energetica e al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.

Pichetto ha ricordato il lavoro svolto negli ultimi anni con tecnici ed esperti del settore e il patrimonio di competenze conservato dalle aziende italiane che, nonostante l’abbandono della produzione nucleare nel Paese, hanno continuato a operare sui mercati internazionali.

“Il nucleare sostenibile è un’opportunità concreta, non una pagina chiusa”, ha sostenuto il ministro, sottolineando anche la necessità di un’azione informativa nei confronti dei cittadini. La delega, ha concluso, rappresenta contemporaneamente “un traguardo e un nuovo punto di partenza”.

Cosa prevede la legge delega

Il cuore del provvedimento è la realizzazione di un Programma nazionale per lo sviluppo della produzione e dell’utilizzo dell’energia nucleare sostenibile e da fusione. I decreti dovranno disciplinare tutte le fasi della vita degli impianti: sperimentazione, localizzazione, costruzione, installazione ed esercizio, fino alla disattivazione e allo smantellamento.

Nel perimetro della delega rientrano anche la gestione e il riprocessamento del combustibile nucleare, lo stoccaggio temporaneo e lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, oltre alla ricerca scientifica, alla formazione delle competenze e al riordino della governance e del sistema dei controlli.

Particolare attenzione viene riservata alle tecnologie di nuova generazione. I decreti dovranno individuare le tipologie di impianti autorizzabili nel rispetto del principio di neutralità tecnologica e della normativa europea, comprese le tecnologie modulari come gli SMR, Small Modular Reactors, e quelle più avanzate come gli AMR, Advanced Modular Reactors.

Il nucleare non viene inoltre considerato esclusivamente ai fini della produzione di elettricità: la delega comprende possibili utilizzi per la produzione di idrogeno e calore e per l’alimentazione dei settori navale e marittimo, oltre allo sviluppo della ricerca sulla fusione.

Il nodo dei finanziamenti e il ruolo dei privati

La legge non finanzia direttamente la costruzione delle future centrali. Il modello delineato punta piuttosto a creare le condizioni normative e finanziarie per attrarre capitali privati, anche attraverso forme di partenariato pubblico-privato.

Tra gli strumenti ipotizzati figurano i Power Purchase Agreements, contratti di acquisto dell’elettricità a lungo termine, e i Contratti per differenza a due vie, nei quali viene garantito un prezzo di riferimento: se quello di mercato scende sotto una determinata soglia interviene il meccanismo di sostegno, mentre se supera il livello stabilito il produttore restituisce la differenza.

Il sistema dovrà inoltre prevedere risorse vincolate, alimentate dai ricavi della vendita dell’energia, destinate a coprire i futuri costi di smantellamento e gestione dei rifiuti. Gli eventuali strumenti pubblici di sostegno dovranno comunque essere compatibili con le norme europee e, quando necessario, ottenere il via libera della Commissione europea.

Sicurezza, territori e scorie

Un altro capitolo centrale particolarmente sotto i riflettori riguarda la governance della sicurezza nucleare. La delega prevede il riordino degli organismi esistenti e contempla la possibilità di istituire un’autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare. Attualmente molte delle funzioni previste sono svolte dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, l’ISIN.

Resta poi il nodo politicamente più delicato della localizzazione dei nuovi impianti. Il testo prevede forme di coinvolgimento e valorizzazione dei territori interessati e contempla la possibilità di autocandidature, insieme alle procedure di valutazione ambientale.

Sul fondo rimane anche la questione irrisolta del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Le vecchie centrali italiane sono ancora in fase di smantellamento e il sito destinato a ospitare definitivamente i rifiuti a bassa e media attività e temporaneamente quelli ad alta attività non è stato ancora realizzato.

Il plauso dell’Industria

Il via libera del Parlamento è stato accolto favorevolmente da Confindustria. Per il vicepresidente con delega all’Energia, Aurelio Regina, si tratta di “una svolta storica per il futuro del Paese e per il rafforzamento del mix energetico nazionale”.

Secondo l’associazione degli industriali, il nucleare può contribuire a rafforzare l’indipendenza energetica, stabilizzare i costi e accompagnare l’industria verso la neutralità climatica. Confindustria ricorda che questa fonte garantisce circa il 10% della produzione elettrica mondiale e il 23% di quella dell’Unione europea.

L’organizzazione stima inoltre che in Italia siano già operative oltre 70 aziende della filiera, dalla progettazione dei reattori alla componentistica e alla manutenzione. Secondo Regina, un programma nucleare nazionale potrebbe generare circa 117 mila nuovi posti di lavoro e un impatto economico annuale superiore ai 50 miliardi di euro.

Opposizioni e ONG criticano una proposta ritenuta vuota e irrealizzabile

Di segno opposto le reazioni delle opposizioni e delle organizzazioni non governative, che contestano soprattutto l’assenza nel provvedimento di costi, tempi e coperture definite.

“Quello che il governo presenta come l’inizio di una nuova stagione energetica è, nei fatti, una delega vastissima che rinvia a domani le decisioni essenziali”, ha affermato il senatore e segretario del Partito democratico (PD/S&D) Nicola Irto. Secondo l’esponente dem, “mancano i costi, mancano i tempi, mancano le coperture” e al Parlamento sarebbe stato chiesto “un voto al buio”.

Irto ha sottolineato che la legge “non costruisce nessuna centrale, non produce neppure un kilowattora e non riduce di un euro la bolletta di una famiglia”, chiedendo inoltre chi sosterrà economicamente gli investimenti necessari. Il senatore ha richiamato anche il problema dello smantellamento delle vecchie centrali e la mancata realizzazione del Deposito nazionale.

Critiche analoghe sono arrivate dal vicepresidente della Camera ed esponente del Movimento cinque stelle (M5S/La Sinistra) Sergio Costa, secondo cui il provvedimento non chiarisce “nessun impianto, nessun costo certo, nessuna data credibile”. Costa ha contestato in particolare il ricorso agli SMR, ricordando che non sono ancora prodotti su scala commerciale, e ha riportato al centro il problema delle scorie.

“Prima di pensare a produrne di nuove, il ministro Pichetto Fratin venga in Parlamento a dire dove intende sistemare quelle che abbiamo già in casa”, ha affermato Costa.

Ancora più critico il co-portavoce di Europa Verde (AVS/Verdi) Angelo Bonelli, che ha definito il ritorno al nucleare “una follia economica” e ha chiesto al governo di indicare costi e fonti di finanziamento del programma. Per Bonelli, gli SMR non possono rappresentare una risposta al caro energia nel breve periodo e le risorse dovrebbero essere concentrate su rinnovabili, reti e sistemi di accumulo.

Per le ONG la legge delega si basa su una promessa di fatto irrealizzabile: il nucleare sostenibile. Secondo una nota congiunta firmata da Greenpeace Italia, Legambiente, Wwf Italia e Kyoto Club, il nucleare disponibile oggi, “è pressocché lo stesso disponibile 15 anni fa, quando venne bocciato (per la seconda volta) in un plebiscitario referendum popolare”.

Come notano le ONG, il testo richiama la neutralità tecnologica all’interno delle tecnologie nucleari, un “ulteriore mostruosità che lascia campo libero all’esecutivo e conferma come i richiami ai reattori modulari, oggi non disponibili commercialmente, siano solo un artificio retorico”.  Infatti, per gli ambientalisti far passare l’idea che “piccolo è più pulito” non corrisponde a verità, in particolare a fronte di analisi tecniche che sosterrebbero il contrario, ovvero che i piccoli reattori moltiplicano problemi, compresa produzione delle scorie, e costi, nonché i problemi di sicurezza.

Il confronto politico si sposta ora sui decreti legislativi. Saranno questi a definire concretamente quali tecnologie potranno essere autorizzate, le procedure per individuare i siti, il sistema di sicurezza e controllo, la gestione dei rifiuti e soprattutto il modello economico con cui finanziare l’eventuale ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare.

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