Il decreto del governo sul tetto agli studenti stranieri nelle classi arriva giovedì 24 settembre in Consiglio dei ministri, a distanza di pochi giorni dal richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai principi costituzionali su cui si fonda il sistema scolastico italiano. Il provvedimento, annunciato domenica 20 settembre da Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, prevede tre misure: un tetto per legge al numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo per i genitori di studenti stranieri “con gravi problemi di inserimento scolastico” di imparare l’italiano, e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici.
Il testo, elaborato dagli uffici tecnici del ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara, dovrebbe trasformare in norma di legge un limite già esistente ma perlopiù disatteso. Una circolare ministeriale del 2010, firmata dall’allora ministra Maria Stella Gelmini, fissa infatti al 30% la soglia raccomandata di studenti con cittadinanza non italiana per classe. Negli anni la circolare non è quasi mai stata applicata: quasi 4mila istituti superano oggi quella percentuale.
L’articolo 45 del Dpr 394 del 1999 stabilisce inoltre che i minori stranieri abbiano diritto all’istruzione nelle stesse forme previste per i cittadini italiani, indipendentemente dalla regolarità del soggiorno, e affida ai collegi dei docenti il compito di distribuire gli alunni tra le classi per evitare la formazione di quelle che vengono definite “classi ghetto”. Il giurista Alberto Guariso, interpellato dal Fatto Quotidiano, ha definito il tetto per legge una possibile forma di discriminazione.
Il nodo pratico riguarda soprattutto le aree del centro-nord dove la popolazione di origine straniera supera il 10%: applicare la soglia richiederebbe nuove aule, nuovi docenti e quindi investimenti pubblici che il provvedimento, per ora, non prevede.
Il richiamo del Quirinale e la posizione della Chiesa
Lunedì, Mattarella ha inaugurato l’anno scolastico all’istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne” di Amatrice, ricostruito dopo il terremoto. Senza mai nominare il governo né citare direttamente il provvedimento, il presidente ha definito la scuola “la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati”, aggiungendo che la scuola “prepara tutti, è aperta a tutti” e non deve “formare ghetti” né “alzare le barriere”.
Anche la Conferenza episcopale italiana (CEI) è intervenuta sul tema. Il presidente della CEI, cardinale Matteo Zuppi, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente, ha affermato che “una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”, auspicando che le scuole restino “comunità capaci di generare fiducia” e “luoghi in cui nessuno si senta escluso”.
Le opposizioni hanno definito la misura irrealizzabile.
La segretaria del Pd Elly Schlein ha chiesto cosa se ne facciano “le famiglie italiane” di “quest’altra proposta di propaganda”, ricordando che gli stessi presidi la considerano di difficile attuazione. Il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, ha definito la questione “fondata e condivisibile” sul piano didattico ma “difficile” da tradurre in una soluzione tecnica, osservando che le scuole devono accogliere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, in particolare alle materne e alle primarie.
Dentro la maggioranza, Fratelli d’Italia respinge le critiche. Sara Kelany, responsabile immigrazione del partito, ha parlato di “corto circuito ideologico della sinistra”, sostenendo che classi con una netta maggioranza di alunni stranieri rischiano di alimentare “dinamiche ghettizzanti” che ostacolano l’apprendimento della lingua.

