La democrazia europea deve affrontare una crescente ondata di disinformazione, attacchi informatici e ingerenze straniere. Al Parlamento europeo, durante il dibattito sullo European Democracy Shield, si sono però confrontate due diverse visioni della risposta: da un lato, chi chiedeva interventi più rapidi e incisivi contro la Russia; dall’altro, chi avvertiva che, con il pretesto di proteggere la democrazia, Bruxelles potrebbe finire per limitare essa stessa il dibattito democratico.
“La democrazia europea è sotto attacco”, ha avvertito l’eurodeputato Tomas Tobé, svedese del Partito Popolare Europeo (M | PPE), aggiungendo che, sebbene le minacce provengano da più direzioni, è proprio la Russia a rimanere la principale fonte di pericolo. Secondo il relatore, Mosca sta conducendo una guerra su più fronti contemporaneamente.
“La Russia non sta soltanto conducendo una brutale guerra di aggressione contro l’Ucraina e non sta soltanto cercando di influenzare le nostre elezioni in Europa: la Russia sta cercando di indebolire l’Europa stessa”, ha affermato Tobé, indicando tra i principali elementi della minaccia le “manipolazioni e ingerenze straniere nell’informazione, gli attacchi informatici, il sabotaggio e gli attacchi alle infrastrutture critiche”, oltre alle “fabbriche di troll e alle reti di bot”, nelle quali vengono investite “enormi risorse”.
Il relatore ha inoltre sottolineato il ruolo delle piattaforme digitali, che “non si assumono una responsabilità sufficiente”, mettendo a disposizione infrastrutture attraverso le quali le campagne di disinformazione possono diffondersi liberamente. Ha definito la combinazione tra ingerenze straniere e algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti e la polarizzazione un “cocktail molto pericoloso”.
Tobé ha precisato che il rapporto non riguarda in alcun modo la regolamentazione delle opinioni politiche. “La tutela della libertà di espressione è nel nostro DNA”, ha assicurato, aggiungendo però che “i bot russi non sono libertà di parola. Le ingerenze straniere non sono libertà di parola. E manipolare le nostre elezioni certamente non è libertà di parola”.
L’eurodeputato ha richiamato inoltre l’attenzione sulle forze politiche interne all’Unione che “rendono più facile il lavoro dei nostri nemici”. Se l’è presa con quella parte dell’estrema destra che “ha fatto della sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche un elemento centrale del proprio messaggio, presentandole come corrotte, distaccate dalla realtà o indegne di fiducia”. Ha osservato inoltre che queste stesse forze “vedono nella Russia un alleato contro il cosiddetto establishment europeo”, sostenendo che ciò dovrebbe preoccupare tutti.
“Quando le forze politiche cercano di indebolire le istituzioni democratiche dall’interno, consapevolmente o meno, alleandosi con gli interessi di forze straniere ostili, stanno giocando una partita molto pericolosa”, ha avvertito.
La voce della presidenza e della Commissione europea
Thomas Byrne, ministro di Stato irlandese per gli Affari europei e la Difesa, intervenendo a nome del Consiglio dell’Unione, ha sottolineato che il rapporto evidenzia attacchi ibridi che “colpiscono l’essenza stessa del progetto europeo e i valori fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato”, ossia dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e diritti umani, compresi quelli delle persone appartenenti alle minoranze.
“Nessuno può negare le minacce ibride provenienti dalla Russia e le campagne di disinformazione che oltrepassano i confini dei singoli Stati membri”, ha dichiarato.
Il ministro ha affrontato anche il tema della sicurezza digitale, ricordando che il Consiglio europeo, a marzo, ha sottolineato la responsabilità giuridica delle piattaforme online nella lotta contro la disinformazione e i contenuti illegali. Ha tuttavia avvertito che l’escalation della guerra ibrida fa sì che il problema “non sia più soltanto una minaccia per la nostra democrazia, ma anche per la nostra stessa sicurezza”.
Michael McGrath, commissario europeo per la Democrazia e lo Stato di diritto, ha ricordato che lo European Democracy Shield è stato presentato dieci mesi prima in risposta alle minacce crescenti e si basa su tre priorità: proteggere l’integrità dello spazio informativo, rafforzare le istituzioni democratiche, garantire elezioni libere ed eque e media indipendenti, oltre a costruire resilienza sociale e partecipazione dei cittadini.
Il commissario ha sottolineato che il Centro europeo per la resilienza democratica è operativo da febbraio e che tutti gli Stati membri hanno già aderito, definendo questo dato una “chiara testimonianza del suo valore”.
McGrath ha inoltre indicato un più ampio pacchetto di strumenti giuridici già in fase di attuazione o di revisione. “Lo European Media Freedom Act, il quadro dell’Unione europea contro le SLAPP, la revisione della direttiva sui servizi di media audiovisivi, così come il Digital Services Act (DSA), l’AI Act e il regolamento sulla pubblicità politica”, ha elencato, annunciando inoltre un pacchetto relativo alla sicurezza delle persone impegnate in politica e linee guida sull’uso responsabile dell’intelligenza artificiale nei processi elettorali.
Dalla propaganda al sabotaggio
Le voci a sostegno del rapporto hanno concordato sul fatto che la natura della minaccia proveniente dalla Russia sia cambiata radicalmente. L’eurodeputato finlandese Mika Aaltola (NCP | PPE) ha parlato dell’evoluzione della strategia russa.
“La Russia ha cambiato radicalmente il proprio playbook. Non si limita più a diffondere menzogne attraverso reti di bot supportate dall’IA su tutte le principali piattaforme. Sabota cavi, fa esplodere fabbriche di armi, minaccia e compie omicidi. Interferisce con il traffico aereo, fa volare droni sopra i nostri aeroporti, spinge i migranti attraverso i nostri confini e paga criminali all’interno dell’Unione affinché svolgano il suo lavoro sporco”, ha affermato, aggiungendo che “non è più propaganda, ma un’azione operativa”.
Aaltola ha chiesto reali poteri di intervento, compreso il “rafforzamento dei mandati di Europol, Eurojust e Frontex”, affinché possano agire in maniera proattiva e non soltanto reagire agli eventi.
Su una linea analoga si è espresso l’austriaco Helmut Brandstätter (NEOS | Renew Europe). “Abbiamo visto che la disinformazione di Putin sta peggiorando. Ma abbiamo visto anche un aumento degli attacchi informatici e, recentemente, un attacco terroristico a Lipsia contro persone in Europa”, ha ricordato, sottolineando quella che ha definito una convergenza di interessi. “Vediamo sulle piattaforme americane che gli stessi messaggi provengono in parte da estremisti dell’estrema destra e in parte da Putin”.
Ana Catarina Mendes, portoghese del gruppo dei Socialisti e Democratici (PS | S&D) ha sottolineato l’importanza dei pilastri sui quali è costruito il rapporto. “È il coordinamento istituzionale attraverso il nuovo Centro europeo per la resilienza democratica, l’integrità dell’informazione, la libertà dei media e il coinvolgimento della società civile a doverci garantire la protezione della democrazia, della libertà, della verità e della dignità dei cittadini europei”, ha dichiarato.
L’eurodeputata olandese Kim van Sparrentak (GL | Greens) si è concentrata sul meccanismo che, secondo la sua tesi, alimenta la destabilizzazione. “Gli algoritmi dei social media trasformano la semplice esistenza di rifugiati, persone queer, migranti, minoranze religiose e donne in un’esca per la rabbia”, ha affermato, citando la Brexit, la Romania, la Slovacchia e i recenti eventi in Sassonia-Anhalt come esempi dello stesso schema.
“Gli algoritmi dei social media ci trasformano in giocattoli di Putin e dell’estrema destra, mentre i tech-bro come Elon Musk e Mark Zuckerberg ci tengono incollati ai telefoni e si riempiono le tasche grazie alla diffusione della disinformazione”, ha aggiunto, dichiarando al contempo la volontà di limitare gli “algoritmi polarizzanti” per “riprendere la nostra democrazia dalle mani di Elon Musk, Donald Trump e Vladimir Putin e restituirla alle persone”.
Chi controlla i controllori della democrazia?
Non tutti hanno condiviso questo entusiasmo. La conservatrice polacca Beata Szydło (PiS | ECR) ha riconosciuto che il rapporto contiene “una serie di diagnosi molto accurate”, soprattutto per quanto riguarda le influenze russe, cinesi e bielorusse, ma ha poi rifiutato di sostenerlo.
Ha richiamato l’esperienza del meccanismo di condizionalità legato allo Stato di diritto, che, secondo quanto da lei affermato, “nel caso della Polonia è diventato uno strumento di pressione politica, di blocco dei fondi che ci spettavano e di imposizione di un cambiamento di governo”. Ha inoltre citato gli eventi successivi al primo turno delle elezioni in Romania come monito. La sua domanda retorica è diventata il fulcro del suo intervento: “Chi controllerà i controllori della democrazia?”
“La risposta alle ingerenze da Mosca o da Pechino non può essere la creazione di possibilità di ingerenza da Bruxelles. La democrazia non si difende limitando la scelta democratica”, ha concluso.
L’esponente di destra Csaba Dömötör (Fidesz | PfE) è andato oltre, accusando la stessa Commissione di applicare doppi standard nei confronti dei governi che non sono graditi a Bruxelles. Ha citato la situazione in Ungheria, dove, a suo dire, il nuovo governo “ha rimosso il presidente della Repubblica, abolito la Corte costituzionale e vietato ai leader dell’opposizione di candidarsi nuovamente”. Si è quindi rivolto direttamente al commissario McGrath.
“Due mesi fa ha detto che stava monitorando questi passi. Vorrei quindi chiederle: a quale conclusione è arrivato? È d’accordo con l’esclusione di una parte significativa dell’opposizione dalle prossime elezioni in uno Stato membro dell’Unione?”, ha domandato.
La voce più fortemente critica nei confronti dell’architettura stessa del progetto è stata quella dell’eurodeputata tedesca Christine Anderson (AfD | ESN), che ha definito il documento “non uno scudo, ma una dichiarazione di guerra”.
“Parlate di libertà di espressione, ma state costruendo una macchina al servizio della limitazione, del monitoraggio, dell’orientamento e della manipolazione del dibattito pubblico interno”, ha affermato. “La vostra difesa è un attacco e la vostra libertà è in realtà un controllo totalitario”, ha aggiunto Anderson, “lo scudo dovrebbe proteggere, ma voi non state costruendo uno scudo. State costruendo un’arma rivolta contro i vostri stessi cittadini”.
La parola assente e il fattore tempo
Una linea critica diversa è stata espressa dall’eurodeputato Danilo Della Valle (M5S | Left), che ha messo in discussione non l’idea di difendere la democrazia, ma la selettività del rapporto.
“La montagna ha partorito un topolino”, ha affermato, accusando la Commissione di ricorrere al noto schema di “indicare Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come principali minacce”, ignorando al contempo le ingerenze provenienti da soggetti considerati alleati.
Come esempio ha citato il caso dell’ex primo ministro sloveno Robert Golob, che aveva chiesto l’applicazione del meccanismo di protezione della democrazia contro le ingerenze nelle elezioni slovene da parte di una società guidata da ex agenti dei servizi segreti israeliani, rispetto alla quale, secondo Della Valle, “la risposta è stata assolutamente nulla”.
Della Valle ha inoltre richiamato la dipendenza tecnologica dell’Europa dagli Stati Uniti e quella che ha definito la “proliferazione di software spia israeliano, utilizzato contro giornalisti, politici e cittadini dell’Unione”. L’eurodeputato ha criticato come Israele non sia stata menzionata nemmeno una volta nel rapporto.
Riferendosi agli eventi di Ceuta, ha avvertito che ciò che è accaduto alla Spagna “è soltanto un assaggio di ciò che potrebbe accadere ai Paesi che non vogliono adeguarsi alla politica estera di Washington o Tel Aviv”.
Il polacco Bartłomiej Siemkiewicz (KO | PPE) ha indicato nei tempi e nella natura della risposta istituzionale proposta una debolezza del progetto. “Dice chiaramente quanti strumenti abbia oggi la Russia contro di noi e come stia intensificando la propria azione in tutti i possibili ambiti, ma il documento del Parlamento europeo risponde alla proposta della Commissione e, così facendo, ne eredita tutti i limiti”, ha sostenuto, definendo il piano per la creazione di un nuovo centro di coordinamento una “logica d’azione” che “è troppo lenta e inadeguata alla situazione”.
“Noi in Europa, nell’Unione europea, continuiamo a costruire strutture, mentre abbiamo bisogno di decisioni”, ha affermato, aggiungendo che il centro di coordinamento “non è una risposta politica, ma amministrativa” e sottolineando che ciò non risolve il “problema della guerra in corso dichiarata da Mosca all’Europa”.
“Putin non ha paura di un altro organismo dell’Unione. Putin ha paura delle conseguenze che arrivano oggi, non tra due anni”, ha dichiarato, aggiungendo come “non saranno le strutture, ma le decisioni politiche a determinare l’esito di questa guerra”.
“Non possiamo essere ingenui”
Rispondendo al tema della libertà di espressione, ricorrente in molti degli interventi critici, il relatore ha distinto il dibattito politico dalla disinformazione organizzata.
“Continueremo ad avere un vivace dibattito politico in tutta Europa, proprio come quello che abbiamo avuto in questa seduta plenaria. Ma le fabbriche di troll russe e i bot russi non sono libertà di parola”, ha dichiarato. Rivolgendosi direttamente all’estrema destra, ha quindi domandato: “Perché per voi è così importante proteggere queste fabbriche di troll e bot russe?”.
“Dobbiamo rimanere aperti, ma non ingenui. Dobbiamo rimanere democratici, ma non indifesi”, ha esortato, aggiungendo “assicuriamoci che la democrazia europea non sia soltanto degna di essere difesa, ma sia anche abbastanza forte da difendersi da sola”.
“La Russia continuerà a mettere alla prova la nostra resilienza. Altri attori ostili continueranno a cercare le nostre debolezze. E la tecnologia continuerà a fornire loro strumenti per sfruttare le divisioni nelle nostre società”, ha affermato, indicando le azioni necessarie.
Il commissario McGrath ha assicurato che “la Commissione rimane aperta a un ulteriore dialogo con il Parlamento sulle raccomandazioni contenute nel rapporto” e ha chiarito che la partecipazione degli Stati membri al Centro europeo per la resilienza democratica, già istituito, “è volontaria” e che la Commissione “rispetta pienamente la ripartizione delle competenze”.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

