Nel dibattito sul futuro della politica di coesione europea, il rischio di una progressiva perdita di identità è sempre più esplicito. Tra nuove priorità – dalla difesa alla competitività – e risorse limitate, la riforma post-2027 si muove su un terreno politicamente scivoloso. Per Cristina Guarda, eurodeputata di Europa Verde e membro della commissione Sviluppo regionale (REGI), il nodo centrale è l’equilibrio tra risposta alle emergenze e pianificazione di lungo periodo.

“L’equilibrio più difficile da trovare è proprio quello tra la gestione dell’emergenza e la programmazione strutturale”, avverte. “Ma questo problema nasce prima di tutto dal bilancio: non vogliamo aumentare le risorse europee e così chiediamo alle politiche esistenti di tappare i buchi”.

Secondo Guarda, questo approccio ha trasformato progressivamente la coesione in uno strumento di risposta emergenziale, allontanandola dalla sua funzione originaria. “Alla fine la politica di coesione soffre direttamente nella sua capacità di rispondere alle proprie priorità, cioè quelle per cui è stata costruita”, spiega, ricordando come crisi finanziaria, pandemia, guerra in Ucraina ed emergenze climatiche abbiano spinto a continui riorientamenti dei fondi.

“Le catastrofi naturali non possono essere affrontate solo con pacchetti emergenziali: serve una strategia di medio-lungo termine”.

Uno dei punti più controversi della riforma riguarda la spinta verso una maggiore centralizzazione della gestione dei fondi. Qui, per l’eurodeputata, esiste una linea rossa che non può essere superata.

“Non si può pensare di affrontare sfide enormi come la competitività o la crisi climatica con un approccio top-down”, afferma. “Imporre obiettivi dall’alto, attraverso logiche di bilancio e meccanismi come il semestre europeo, significa tagliare fuori le autorità locali e regionali”. La competitività, insiste, “non può essere monolitica” e non può tradursi nell’idea che “tutta l’Europa debba diventare una mega Silicon Valley”.

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Il coinvolgimento delle regioni e della società civile resta quindi, per Guarda, un elemento non negoziabile.

“È una linea rossa per noi il ruolo delle regioni, il principio di partenariato e la governance multilivello”, sottolinea. “Anche le regioni sviluppate devono continuare ad avere accesso a un budget dedicato, e va rafforzata la partecipazione di sindacati, PMI e società civile”.

In caso contrario, avverte, “si rischia di mettere in competizione le piccole e medie imprese con le grandi, privandole di uno degli strumenti che finora ha permesso loro di resistere”.

Sul fronte dell’attuazione, Guarda respinge la narrazione di una coesione strutturalmente in ritardo.

“Se compariamo i tassi di assorbimento attuali con il ciclo 2014–2020, siamo assolutamente in linea”, osserva, nonostante le difficoltà legate a PNRR e inflazione. “Questo non significa che tutto funzioni bene, ma prima di disfare tutto dovremmo aiutare le regioni in difficoltà, aumentando il prefinanziamento e rafforzando la capacità amministrativa”. Ridurre il settore pubblico e poi stupirsi dei ritardi, aggiunge, “non è realistico”.

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Netta anche la posizione sull’ipotesi di utilizzare la coesione per finanziare la difesa.

“La politica di coesione non deve finanziare progetti per cui non c’è valore aggiunto territoriale, come la difesa”, afferma. “La narrativa secondo cui la difesa porta sviluppo economico non ha fondamento: è un settore ad alta tecnologia ma a bassa occupazione”.

Al contrario, sanità, istruzione, ambiente e politiche sociali “creano occupazione, attivano filiere locali e generano un effetto moltiplicatore sui territori”.

Resta infine il problema della percezione pubblica. “Più che astratta, la coesione è poco riconosciuta”, osserva Guarda.

“A livello locale spesso il messaggio è ‘la Regione finanzia’, mentre il contributo europeo resta invisibile”. Centralizzare ulteriormente, avverte, “indebolirebbe ancora di più quel legame visibile che oggi esiste, anche solo attraverso una targa o una bandierina”.

Eppure, conclude, c’è un aspetto che funziona meglio di quanto venga raccontato: “La coesione costringe territori e amministrazioni a pensare in modo strategico, non a pioggia”.

È questo, secondo l’eurodeputata, il suo vero valore aggiunto: “Ridurre le differenze tra territori e garantire qualità della vita ovunque. In un’epoca di crisi geopolitica, difendere la coesione significa anche tenere unita l’Unione europea”.

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