Dalle automobili agli elettrodomestici, dall’alimentare alla tecnologia, il capitale cinese ha acquisito negli ultimi anni partecipazioni e marchi europei di primo piano. Il problema non è soltanto quanto controllo abbia Pechino sulle imprese europee: è quanto siano compatibili le regole del mercato europeo con un sistema economico in cui Stato e imprese sono strettamente intrecciati.
La paura per la potenza del Dragone è evidente soprattutto nelle istituzioni di Bruxelles e americane. Basta però uscire per le strade delle capitali europee per rendersi conto che questa preoccupazione è arrivata con almeno un decennio di ritardo. A Varsavia si possono trovare senza difficoltà concessionarie automobilistiche del marchio BYD, mentre lo stesso gruppo sponsorizza orgogliosamente eventi culturali locali, come i cinema all’aperto estivi.
Quasi ogni europeo ha tenuto in mano almeno una volta un pacco con il logo Temu o Shein, mentre l’infrastruttura delle telecomunicazioni si basa da anni, in larga misura, sulle soluzioni di Huawei. La Cina ha individuato perfettamente le falle dei mercati occidentali, sfruttando le debolezze dell’Europa a cui noi stessi abbiamo contribuito, facendo affidamento su un sistema completamente diverso dal capitalismo tradizionale.
Per decenni l’Europa è stata abituata a una situazione nella quale le imprese locali venivano acquistate dai giganti d’oltreoceano. Il capitale americano affluiva in grandi quantità e le acquisizioni di marchi nazionali da parte di società statunitensi erano considerate una naturale evoluzione delle cose, quasi una dimostrazione del successo del mercato.
Nessuno lanciava l’allarme, perché sulle due sponde dell’Atlantico vigeva lo stesso modello capitalistico. Europa e Stati Uniti giocavano secondo le medesime regole del libero mercato; si trattava di una relazione basata su vantaggi reciproci, accesso simmetrico ai mercati e interdipendenza reciproca.
Quando però il ruolo di principale acquirente ha iniziato a essere assunto dal capitale cinese, in Europa è scoppiato il panico. Ed è difficile sorprendersi, perché in questo caso non abbiamo a che fare con il “capitalismo classico”. La Cina rappresenta un sistema economico completamente diverso, di tipo statalista e centralizzato.
Dietro gli investitori cinesi non c’è soltanto un puro calcolo economico, ma anche potenti sussidi statali e obiettivi strategici del governo. Il problema risiede nella sorprendente asimmetria: Pechino sfrutta senza remore e liberamente le porte aperte del mercato europeo, mentre protegge il proprio mercato attraverso il protezionismo e le barriere amministrative.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa sia qui soltanto una vittima. Pechino si limita a sfruttare una lacuna che l’Unione europea ha lasciato aperta per anni a causa della mancanza di normative adeguate. L’Europa ha sofferto di ingenuità geopolitica, dando per scontato che tutti gli attori globali avrebbero rispettato le regole del libero commercio in modo leale.
Il capitale cinese nelle icone europee
La portata delle acquisizioni cinesi in Europa è impressionante e molte riguardano marchi che, nella percezione dei consumatori, sono considerati profondamente europei.
L’esempio più spettacolare è il settore automobilistico. La svedese Volvo, sinonimo di sicurezza e design scandinavo, è passata già nel 2010 sotto il controllo del gruppo cinese Zhejiang Geely Holding Group. Va tuttavia sottolineato che sono stati proprio i miliardi cinesi a salvare questo marchio leggendario dal fallimento e a finanziare la sua transizione verso l’elettrico.
Un destino simile è toccato all’iconico marchio britannico MG (Morris Garages), che oggi appartiene al 100% al gigante statale SAIC Motor e sta registrando record di vendite. Geely controlla inoltre il marchio britannico Lotus e il marchio Polestar, mentre insieme a Mercedes sviluppa il progetto Smart, i cui nuovi modelli elettrici vengono ormai prodotti in Cina.
Le influenze cinesi arrivano persino in Italia, dove uno dei più antichi produttori di motociclette, Benelli, è diventato di proprietà del gruppo Qianjiang.
Il settore automobilistico, tuttavia, è soltanto la punta dell’iceberg. Nell’elettronica e negli elettrodomestici il capitale cinese si è ormai insediato stabilmente. La slovena Gorenje, molto popolare nell’Europa centro-orientale, è stata acquisita dalla multinazionale Hisense, mentre le famose lavatrici italiane Candy e la divisione europea dello storico marchio Hoover sono entrate nel portafoglio del gigante Haier.
Nella seconda metà del 2025 ha fatto inoltre molto rumore negli ambienti economici l’annuncio dell’acquisizione, da parte del gigante dell’e-commerce JD.com, del gruppo tedesco Ceconomy, operatore dei ben noti punti vendita MediaMarkt e Saturn.
I cinesi non trascurano neppure settori strategici dell’industria pesante, della chimica e dell’agricoltura. L’italiana Pirelli, fornitore di pneumatici per la Formula 1, è finita sotto l’influenza dell’impresa statale ChemChina, che a sua volta ha investito l’astronomica cifra di 43 miliardi di dollari per acquisire la svizzera Syngenta, fornitore globale di sementi.
A sua volta, l’orgoglio dell’ingegneria tedesca, il produttore di robot avanzati Kuka, è stato acquistato quasi interamente dal consorzio cinese Midea Group.
Il caso polacco
Questo processo non risparmia la Polonia, anche se lungo la Vistola assume caratteristiche leggermente diverse. Gli investitori cinesi qui cercano più raramente marchi globali riconoscibili da tutti, concentrandosi piuttosto su leader di nicchia, solide aziende manifatturiere e sui settori tecnologico e logistico.
All’inizio del 2026 in Polonia operavano già oltre 3.700 società con partecipazione di capitale cinese, molte delle quali sono imprese i cui servizi e prodotti vengono utilizzati quotidianamente dai polacchi, senza che questi siano consapevoli del cambiamento nella struttura proprietaria.
Un esempio emblematico è il settore alimentare. Molte persone non sanno ancora che icone delle tavole polacche come i salumi Krakus, i würstel Berlinki o i prodotti Morliny, appartenenti al gruppo Animex, sono di proprietà della holding cinese WH Group.
Lo stesso gigante di Hong Kong ha acquisito integralmente nell’estate del 2025 la società Pupil Foods, uno dei principali produttori polacchi di alimenti per animali domestici.
Nel settore dei videogiochi, del quale la Polonia è famosa in tutto il mondo, un’importante svolta si è verificata nel 2023, quando Techland, società di Breslavia sviluppatrice di successi come Dying Light, ha venduto una partecipazione di maggioranza al colosso cinese Tencent.
Il capitale cinese si è radicato profondamente anche nell’industria pesante polacca. Già diversi anni fa la Fabbrica di cuscinetti volventi di Kraśnik è passata sotto il controllo del gruppo Tri-Ring.
Questo dimostra che gli investitori asiatici hanno costruito metodicamente la propria posizione nell’economia polacca molto prima che il tema diventasse mediaticamente rilevante.
Bruxelles si sveglia
Alla luce di questi fatti sorge una domanda: l’Unione europea ha deposto le armi? Decisamente no, anche se il suo risveglio è stato doloroso e tardivo. Tra le élite di Bruxelles si è consolidata la convinzione che sia arrivato l’ultimo momento utile per difendere la propria industria.
L’Unione si è allontanata dall’ingenuità economica adottando ufficialmente una strategia di riduzione del rischio, definita “de-risking”. L’obiettivo non è isolarsi completamente dalla Cina – cosa che, in un mondo globalizzato, sarebbe peraltro impossibile – ma creare meccanismi giuridici capaci di proteggere il mercato dalla concorrenza sleale.
Nel giugno 2026 sono entrate in vigore norme drasticamente più severe sul controllo degli investimenti diretti esteri, che impongono agli Stati membri di bloccare acquisizioni sospette nei settori strategici, come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e le infrastrutture critiche. È importante sottolineare che la nuova normativa consente di bloccare un investimento anche quando il capitale cinese tenta di acquistare un’azienda attraverso una società già registrata in Europa.
L’Unione ricorre inoltre con crescente decisione al regolamento sui sussidi esteri, esaminando le finanze delle aziende che partecipano alle gare d’appalto europee per assicurarsi che non vincano semplicemente grazie a sovvenzioni illimitate provenienti da Pechino. A ciò si aggiungono i dazi antidumping e le nuove regole, in vigore dal 2026, che obbligano le grandi aziende europee a diversificare le proprie catene di approvvigionamento e a ridurre la dipendenza da singoli subappaltatori cinesi.
Le iniziative dei politici incontrano tuttavia un potente ostacolo: la natura stessa del business. Per gli imprenditori conta innanzitutto il calcolo economico. Le aziende vengono vendute a chi offre il prezzo più alto e gli investitori cinesi hanno potuto disporre per anni di una liquidità quasi illimitata.
È difficile aspettarsi che proprietari privati rinuncino a enormi profitti in nome dei valori patriottici europei. Questa è la brutale verità del libero mercato con cui oggi devono confrontarsi i funzionari dell’Unione europea. Bloccare una fusione significa combattere non soltanto contro Pechino, ma spesso anche contro gli stessi imprenditori europei.
La nuova tattica di Pechino
In risposta ai muri tariffari e ai blocchi agli investimenti eretti dall’Unione, la Cina ha dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di adattamento. Se acquistare aziende europee è diventato difficile e le importazioni sono soggette a dazi elevati, Pechino ha deciso di costruire le proprie fabbriche direttamente in Europa.
La strategia consiste in una profonda integrazione nel mercato locale, nella creazione di posti di lavoro e nella capacità di rendersi più resistenti a eventuali guerre commerciali, sul modello di quelle in corso tra Stati Uniti e Cina.
Le aziende cinesi cercano attivamente capacità produttive disponibili, spesso rilevando stabilimenti che i marchi europei stanno chiudendo, come è avvenuto nel caso della fabbrica Nissan di Barcellona, nella quale ha investito il gruppo Chery. Lo stesso produttore prevede di assemblare le proprie automobili anche a Sunderland, nel Regno Unito.
Il colosso automobilistico BYD, invece, ha puntato sulla costruzione di nuovi impianti da zero. Negli ultimi anni il gruppo ha completato la costruzione di un’enorme fabbrica in Ungheria, destinata a produrre centinaia di migliaia di auto elettriche all’anno, aggirando in questo modo i dazi europei.
Come ammettono apertamente i rappresentanti dei marchi cinesi, la loro priorità è ora localizzare la produzione il più vicino possibile ai mercati di sbocco, cercando contemporaneamente i Paesi con i costi energetici più bassi.
L’espansione cinese in Europa è entrata in una fase completamente nuova. Non è più il momento della prudente esplorazione del terreno o delle clamorose acquisizioni di marchi in difficoltà, salvati dal capitale asiatico.
La Cina sta diventando parte integrante del panorama economico europeo, costruendo fabbriche, dando lavoro a migliaia di persone e aggirando i dazi europei.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

