Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha confermato oggi, parlando al Congresso, la sua versione sui fatti di Ceuta, ossia che il governo non avesse ricevuto alcuna comunicazione relativa all’ingresso massiccio di oltre 70mila persone nell’enclave spagnola fra il 30 e il 31 luglio scorso.
“Abbiamo esaminato tutti i rapporti, tutti i messaggi, note verbali delle forze e corpi di sicurezza, anche del nostro Centro nazionale di intelligence, che sono stati trasmessi sia alle autorità politiche sia anche alla delegazione del governo della città autonoma di Ceuta in quei giorni e posso assicurarvi che nessuno andava oltre la descrizione dei dati, dell’avviso di routine e che nessuno ha previsto né la scala ne la probabilità di quanto alla fine si è prodotto”, ha ripetuto il premier.
Il primo ministro ha poi negato qualsiasi coinvolgimento del Marocco nella vicenda, ribadendo che “non ci sono evidenze solide” della complicità del Paese nordafricano, nonostante stia girando un documento dell’unità di intelligence del Commissariato generale per l’immigrazione (Cenif) spagnolo che parla, invece, di un’azione “pianificata ed eseguita da agenti delle forze di sicurezza marocchine”. Il documento, al vaglio degli inquirenti, è stato smentito dal Capo della polizia Pardo Piqueras.
“Se esistessero prove solide agiremmo di conseguenza. Questo governo non ha problema ad affrontare poteri stranieri quando la situazione lo richiede, ma con fatti provati, verificati”, ha detto Sánchez, riferendosi alle posizioni di forza assunte rispetto ai governi statunitensi e israeliani. Tuttavia, non sarebbe la prima volta che Rabat allenta i controlli alle frontiere, facendo passare migliaia di persone, per ottenere concessioni dalla Spagna. Nel 2021, quando Madrid aveva deciso di ricoverare in un ospedale spagnolo Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario – osteggiato dal Marocco -, quest’ultimo aveva risposto facendo entrare 8mila persone nell’enclave, mandando un chiaro segnale oltremare.
In riferimento alle misure da prendere verso coloro che hanno varcato la frontiera di Ceuta e adesso vi si trovano, Sánchez ha detto: “Non si può prendere un essere umano per un braccio e buttarlo dall’altro lato della frontiera come fosse un sacco di terra..la Spagna è una grande democrazia, siamo uno Stato sociale e democratico di diritto, pienamente integrato nell’Unione europea e anche nella comunità internazionale, (questo) ci obbliga a osservare una serie di leggi, di trattati internazionali. Lo facciamo per dovere ma lo facciamo anche per convinzione, per empatia, per dignità, perché pensiamo che servono per costruire un mondo migliore”. Il premier spagnolo ha mandato mandando una risposta netta all’opposizione che utilizza la crisi di Ceuta come elemento per attaccare ulteriormente un governo che è sempre più debole, anche a causa di casi di corruzione interna alla stretta cerchia del premier.
Le proteste nel Paese
Mentre il dibattito politico infiamma il Congresso, nelle principali piazze spagnole si è scatenata un’ondata di indignazione popolare contro la gestione della crisi migratoria da parte dell’esecutivo. Secondo i dati raccolti e diffusi dall’agenzia di stampa EuropaPress, centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in strada rispondendo, in molti casi, alla chiamata della Federazione Spagnola dei Comuni e delle Province (FEMP) e dei partiti d’opposizione.
A Madrid, la mobilitazione ha registrato i numeri più imponenti: tra i 50.000 partecipanti secondo il Governo, mentre 150.000 secondo le stime del Comune. Nella capitale, guidata dal sindaco José Luis Martínez Almeida del Partido Popular (PP), la manifestazione ha visto la presenza dei vertici del centrodestra e della destra spagnola, tra cui il leader del PP Alberto Núñez Feijóo, di Vox Santiago Abascal, e la presidente regionale Isabel Díaz Ayuso. Almeida ha letto un manifesto accorato a sostegno dei cittadini di Ceuta, chiedendo le dimissioni di Sánchez.
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Anche il sud della Penisola Iberica si è mobilitato in massa. A Siviglia, amministrata dal sindaco del PP José Luis Sanz, circa 40.000 persone si sono radunate per esprimere vicinanza alla città autonoma, con la partecipazione diretta del primo cittadino. A Malaga, un’altra roccaforte del PP guidata dal sindaco Francisco de la Torre, la cifra dei manifestanti ha raggiunto quota 50.000. Tra le autorità presenti figurava Carolina España, portavoce della Junta de Andalucía, che ha accusato il governo centralizzato di aver abbandonato l’enclave al proprio destino.
A Saragozza, circa 25.000 persone hanno riempito Piazza del Pilar. La sindaca Natalia Chueca (PP) ha espresso durissime critiche all’esecutivo durante la lettura del manifesto ufficiale, sottolineando che la pressione sui confini di Ceuta rappresenta un attacco all’intera nazione e richiedendo un fermo intervento delle istituzioni europee.
L’adesione è stata massiccia anche a Valencia, dove oltre 50.000 persone gremite in Plaza del Ayuntamiento – alla presenza della sindaca María José Catalá (PP) e del presidente del Consell Juanfran Pérez Llorca – hanno intonato cori nazionalisti e chiesto a gran voce le dimissioni del ministro dell’Interno Grande-Marlaska.
A Barcellona, città guidata dal sindaco Jaume Collboni del Partito Socialista Catalano (PSC), la piazza Sant Jaume ha visto radunarsi circa 1.500 persone. Nonostante la guida socialista della città, la protesta ha attirato esponenti locali del PP e di Vox, affiancati da gruppi di estrema destra come Núcleo Nacional, in un clima teso caratterizzato da pesanti slogan all’indirizzo del premier.
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La spaccatura nei Paesi Baschi e le contromanifestazioni
Nei Paesi Baschi, le proteste hanno messo in luce una profonda spaccatura sociale, con le piazze divise tra i raduni a sostegno di Ceuta e rumorose contromanifestazioni contro il fascismo e il razzismo.
A Bilbao, comune guidato dal sindaco Juan Mari Aburto del Partito Nazionalista Basco (EAJ-PNV), circa 3.000 persone vicine al PP e a Vox si sono riunite davanti al municipio. Tuttavia, secondo quanto riportato da EuropaPress, a pochi metri di distanza, quasi 2.000 contromanifestanti convocati da collettivi della sinistra abertzale e organizzazioni giovanili come Gazte Koordinadora Sozialista (GKS) sono scesi in piazza per denunciare quella che hanno definito una “caccia al migrante” strumentalizzata dall’estrema destra. Soltanto un imponente cordone di sicurezza delle forze di polizia ha evitato lo scontro fisico tra i due schieramenti.
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