Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presenterà martedì 4 agosto, in occasione del Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea convocato dopo la crisi migratoria di Ceuta, la proposta italiana per estendere a livello europeo il cosiddetto “modello Albania”: nuovi centri per il rimpatrio dei migranti irregolari da realizzare in Paesi terzi considerati sicuri e finanziati con risorse comunitarie. L’iniziativa era già stata anticipata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni a fine giugno, dopo l’approvazione definitiva del regolamento europeo sui rimpatri, e sarebbe ora sostenuta da una lettera indirizzata al Consiglio europeo e firmata da 21 Stati membri.
Secondo diverse fonti giornalistiche, esiste già una lista preliminare di Paesi sui quali si starebbe ragionando come possibili sedi delle nuove strutture: tra questi figurano Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Ruanda, Montenegro ed Etiopia. In particolare, l’Uganda avrebbe già attirato l’interesse di Germania, Austria e Paesi Bassi, mentre il Montenegro era stato in passato al centro di contatti con la Danimarca. Resta aperta la questione del finanziamento: da Bruxelles fanno sapere che la Commissione europea è “pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”, senza sbilanciarsi ulteriormente.
Nel corso della riunione di martedì l’Italia presenterà anche una seconda proposta, relativa all’applicazione rigorosa del programma “Gsp+”, il sistema di preferenze tariffarie generalizzate approvato quest’anno e operativo dal 1° gennaio 2027, che collega le agevolazioni commerciali concesse ai Paesi in via di sviluppo alla loro effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini presenti irregolarmente sul territorio dell’Unione.
Il regolamento europeo sui rimpatri e i “return hub”
La base giuridica della proposta italiana è il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato in via definitiva dal Parlamento europeo il 17 giugno 2026 con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, grazie a un’intesa tra il Partito popolare europeo e le forze di destra e centrodestra. Il testo introduce l’ordine di rimpatrio europeo, la possibilità di trattenere i migranti da rimpatriare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in presenza di nuove circostanze, e soprattutto la possibilità di trasferire i cittadini di Paesi terzi con decisione di rimpatrio, esclusi i minori non accompagnati, verso centri situati al di fuori dell’Unione, sulla base di accordi bilaterali tra singoli Stati membri e Paesi terzi che rispettino i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non respingimento. Meloni aveva salutato l’approvazione come un “successo per l’Italia”, definendola la generalizzazione a livello europeo del modello sperimentato con l’Albania.
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La crisi di Ceuta e la tensione tra Italia e Spagna
Il Consiglio straordinario di martedì è stato convocato dopo l’emergenza migratoria che ha investito Ceuta a partire dal 30 luglio, quando tra le 50 e le 60 mila persone hanno attraversato in poche ore il confine dal Marocco verso l’exclave spagnola, secondo le stime delle autorità locali. Il bilancio delle vittime tra i migranti annegati nel tentativo di raggiungere a nuoto la costa resta incerto e in evoluzione: le autorità spagnole hanno confermato il recupero di 67 corpi nelle acque dell’exclave, cui si sono aggiunti secondo fonti marocchine almeno altri 17 corpi ritrovati sul lato del Marocco, per un totale di almeno 84 vittime accertate; alcune fonti di sicurezza citate dall’agenzia Efe indicano cifre diverse, e il ministero dell’Interno spagnolo non ha confermato in modo definitivo il bilancio complessivo. Re Filippo VI di Spagna ha definito la vicenda motivo di “grande preoccupazione e indignazione”.
La crisi ha aperto una tensione diplomatica tra Roma e Madrid: il governo italiano ha disposto il ripristino dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, sospendendo di fatto l’applicazione dell’accordo di Schengen per la durata di un mese a partire dal 1° agosto, misura che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “necessaria” e prevista dai trattati. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha reagito inviando una lettera alle istituzioni europee in cui giudica “asimmetrica” la reazione di alcuni Paesi alla crisi e sollecita un vertice urgente dei ministri dell’Interno, ricordando che la Spagna, secondo i dati Frontex, registra un numero di ingressi irregolari nel periodo 2021-2026 pari a circa la metà di quello dell’Italia.
Il centro di Gjader in Albania, tra rilancio e ostacoli giudiziari
Parallelamente alla proposta europea, il governo italiano punta a rendere pienamente operativo entro la fine dell’anno il centro di Gjader, in Albania, perno del protocollo bilaterale italo-albanese sulla gestione dei migranti. Piantedosi ha dichiarato nelle scorse settimane di voler riportare la struttura “nella piena espansione della sua funzionalità” entro la fine del 2026, o anche prima qualora vengano superati gli ostacoli giudiziari ancora aperti. Il sito comprende tre strutture distinte: un centro per richiedenti asilo da 880 posti, un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) da 144 posti e un penitenziario da 20 posti; a Schengjin è stato inoltre realizzato un hotspot dove, secondo il progetto iniziale, sarebbero dovuti sbarcare i migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale dalle navi militari italiane. Le previsioni iniziali indicavano una capacità fino a 3 mila persone al mese, per un massimo di 36 mila l’anno, attraverso procedure accelerate di esame delle domande d’asilo: obiettivi che il piano non ha finora raggiunto. Dall’aprile del 2025 la struttura di Gjader è utilizzata esclusivamente come Cpr, dopo che i provvedimenti di trattenimento non sono stati convalidati dalla magistratura italiana, e vi sono transitati finora solo alcune centinaia di migranti.

