All’inizio della settimana si è insediato a Downing Street il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham, laburista deciso a fare della riduzione delle disuguaglianze uno dei pilastri del suo governo. Per riuscirci, uno dei primi fronti su cui intende intervenire è il sistema fiscale, ritenuto troppo favorevole ai grandi patrimoni. Proprio mentre il governo valuta una stretta sui multimilionari, un gruppo di ricchi britannici ha deciso di anticiparlo chiedendo pubblicamente di pagare più tasse.
L’appello arriva da 120 tra i cittadini più facoltosi del Regno Unito, riuniti nell’organizzazione “Patriotic Millionaires”. In una lettera aperta indirizzata al nuovo premier, sostengono che chi possiede immense ricchezze debba contribuire in misura maggiore al finanziamento dello Stato, definendo questa scelta non solo economicamente sostenibile, ma anche un dovere civico. Patriottico, appunto.
La loro presa di posizione coincide con la pubblicazione di uno studio degli economisti Gabriel Zucman, professore alla Paris School of Economics, e Ben Tippet, docente di economia e disuguaglianza della ricchezza al King’s College London. Analizzando i patrimoni di meno di mille tra le famiglie più ricche del Paese, i due ricercatori stimano che un’imposta minima del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di sterline consentirebbe di raccogliere circa 10 miliardi di sterline all’anno.
La misura avrebbe un campo di applicazione estremamente ristretto e colpirebbe esclusivamente i grandi patrimoni. Per renderla efficace, lo studio propone che l’HM Revenue & Customs (HMRC), l’Agenzia delle Entrate britannica, ricostruisca il patrimonio complessivo dei contribuenti interessati, includendo immobili, partecipazioni societarie, imprese private, fondi pensione, opere d’arte, terreni e perfino i beni conferiti a fondazioni benefiche controllate dagli stessi proprietari.
Gli economisti suggeriscono inoltre che chi decidesse di trasferire la residenza fiscale all’estero continui a essere soggetto all’imposta per dieci anni, limitando così il rischio di una fuga di capitali.
Si tratterebbe quindi di una “tassa patrimoniale” diversa da quelle storicamente discusse in Europa o già applicate in alcune metropoli. A Parigi, la giunta guidata da Anne Hidalgo prima e da Emmanuel Grégoire ora ha adottato una forte tassazione degli immobili dei più benestanti, allo stesso modo, a New York, l’amministrazione di Zohran Mamdani si è concentrata sulle imposte sulle seconde case.
Burnham non ha ancora assunto un impegno esplicito, ma ha lasciato intendere che una tassazione dei grandi patrimoni potrebbe trovare spazio nel piano decennale del suo governo. Al tempo stesso, diversi suoi collaboratori sembrano guardare con maggiore favore a un’altra riforma: l’allineamento dell’imposta sulle plusvalenze alle aliquote dell’imposta sul reddito, la cosiddetta capital gains tax.
Tuttavia, sono numerosi e importanti i membri dell’élite economica britannica a fare pressione affinché tale tassa dievnti realtà. Tra i firmatari della lettera diretta a Downing Street figurano Gary Lineker, ex calciatore della nazionale inglese e oggi tra i più noti commentatori sportivi del Paese, Richard Curtis, sceneggiatore di “Notting Hill” e “Love Actually”, Ian Gregg, ex amministratore delegato della catena Greggs, la scrittrice scozzese Val McDermid, il musicista Brian Eno e Gary Stevenson, ex trader finanziario diventato uno dei più conosciuti divulgatori sui temi delle disuguaglianze economiche.
È stato proprio Lineker a portare la questione al centro del dibattito pubblico, interpellando Burnham durante il suo podcast “The Rest is Football”, che conduce insieme agli ex colleghi Alan Shearer e Micah Richards.
“Credo davvero che abbiamo bisogno di un maggiore senso di equità e che le persone sentano che le cose vengono fatte nel modo giusto”, ha dichiarato Burnham. “Ma allo stesso tempo non voglio essere percepito come qualcuno che arriva con rancori e pregiudizi, demonizzando un gruppo della società”.
Alla cautela del premier hanno replicato gli stessi milionari. “Possiamo permettercelo”, scrivono nella lettera. “Non stiamo parlando di aumentare le tasse per chi si alza ogni mattina e lavora per guadagnarsi da vivere, ma per i più ricchi, il cui reddito deriva principalmente dalla ricchezza che possiedono”.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. La leader del Partito Conservatore (CUP | ECR) Kemi Badenoch ha liquidato la proposta con sarcasmo “Gary Lineker è assolutamente libero di pagare più tasse. Può semplicemente fare un assegno al Tesoro, nessuno glielo impedisce”, ha affermato. Una posizione condivisa da altri esponenti conservatori, secondo i quali chi desidera contribuire maggiormente alle finanze pubbliche può già farlo attraverso il sistema delle donazioni volontarie, senza introdurre nuove imposte.
Di segno opposto il giudizio dei sostenitori della riforma. La laburista Emma Reynolds (LP | S&D), Chief Secretary to the Treasury, ha accolto positivamente il fatto che “persone benestanti dicano di voler pagare di più”, pur precisando che eventuali modifiche al sistema fiscale saranno valutate nell’ambito della prossima legge di bilancio.
L’appello dei Patriotic Millionaires si conclude con un invito al governo a “promuovere una nuova redistribuzione della ricchezza e del potere, a partire dai patrimoni più elevati, per reinvestire nel bene più prezioso del Paese: le sue comunità”. Secondo un sondaggio commissionato dalla stessa organizzazione, la maggioranza dei milionari britannici sarebbe favorevole a un aumento della tassazione sui grandi patrimoni.
Per i promotori della campagna la questione va oltre il gettito fiscale. Ridurre le disuguaglianze significa rafforzare la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni.

