La guerra in Ucraina ha costretto Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria a un urgente e costoso processo di ammodernamento delle proprie forze armate. Gli equipaggiamenti di epoca sovietica, un tempo pilastro dei loro eserciti, non sono più in grado di rispondere alle esigenze dei conflitti contemporanei. Tuttavia, sostituire i sistemi d’arma si sta rivelando molto più semplice che affrontare le debolezze strutturali più profonde.

Il riarmo, infatti, non ha ancora garantito un’autentica autonomia strategica. Appaltatori stranieri, cronica carenza di personale e un’industria della difesa nazionale ancora fragile continuano a determinare ciò che questi Paesi possono realisticamente offrire alla NATO.

Per il Gruppo di Visegrád, la NATO rimane il sinonimo di una difesa credibile. Tuttavia, ciascun Paese affronta il nuovo contesto di sicurezza partendo da condizioni differenti, con diversi livelli di ambizione, investimento e volontà politica.

Sebbene i progressi siano visibili in tutta la regione, il conflitto in Ucraina ha evidenziato una verità fondamentale: gli arsenali, da soli, non costituiscono un sistema di difesa efficace. Le armi moderne devono essere accompagnate da soldati ben addestrati, una logistica affidabile, istituzioni competenti e dalla fiducia degli alleati.

Polonia: costruire un esercito potente tra progressi e squilibri

La Polonia ha intrapreso il programma di trasformazione più ambizioso della regione. La spesa per la difesa è aumentata di quasi cinque volte nell’arco di sei anni, avvicinandosi oggi al 5% del PIL.

Il processo di modernizzazione si basa in larga misura sull’acquisizione di armamenti dall’estero. Gli Stati Uniti forniscono caccia F-35, sistemi di difesa aerea Patriot e IBCS, lanciarazzi HIMARS ed elicotteri Apache. La Corea del Sud contribuisce con carri armati K2, obici K9, velivoli FA-50 e sistemi lanciarazzi Chunmoo. Questi accordi prevedono anche il trasferimento di tecnologia e la futura produzione sul territorio nazionale, spinti dall’urgenza di ricostituire gli arsenali svuotati dagli aiuti militari all’Ucraina.

Tuttavia, la firma di grandi contratti non si traduce automaticamente in una maggiore capacità operativa. L’integrazione dei nuovi sistemi, l’addestramento degli equipaggi, lo sviluppo delle capacità di manutenzione e la graduale sostituzione dei mezzi più datati richiedono anni di lavoro costante.

L’analista della sicurezza Mariusz Marszałkowski definisce questo processo una “modernizzazione a isole”, nella quale piattaforme di ultima generazione convivono con una marina trascurata e infrastrutture di supporto obsolete. L’industria nazionale della difesa, per lungo tempo abituata a ricevere pochi ordini, ha dovuto fare i conti con carenza di manodopera, capacità produttive limitate e prodotti ancora immaturi.

Anche l’instabilità politica rappresenta un ostacolo. Il gruppo statale Polish Armaments Group (PGZ) ha cambiato ben dodici amministratori delegati in tredici anni. Il tenente generale Jarosław Gromadziński ha proposto una “Costituzione per la Sicurezza”, svincolata dalle logiche partitiche, per proteggere i programmi di lungo periodo dalle alternanze elettorali e razionalizzare una struttura di comando oggi frammentata.

Secondo Marszałkowski, la Polonia sta costruendo l’esercito più forte della regione, ma saranno probabilmente necessari altri cinque anni prima che possa difendere in modo affidabile il proprio territorio facendo affidamento solo in misura limitata sul sostegno degli alleati.

Slovacchia: maggiore sicurezza, ma dipendenza crescente

La modernizzazione slovacca ha iniziato ad accelerare dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014, ma è diventata una priorità assoluta solo in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. La decisione di Bratislava di cedere a Kyiv i caccia MiG-29 e i sistemi antiaerei S-300 ha creato vuoti immediati, colmati dagli alleati attraverso missioni di sorveglianza aerea condotte da velivoli cechi, polacchi e ungheresi.

Il Paese sta ora acquistando caccia F-16 e elicotteri Black Hawk statunitensi, carri armati Leopard tedeschi, veicoli da combattimento CV90 svedesi e il sistema di difesa aerea israeliano Barak MX. Questi acquisti riducono la dipendenza dalla tecnologia russa, ma ne creano una nuova, di lungo periodo, nei confronti dei fornitori occidentali per manutenzione, pezzi di ricambio e allineamento politico.

La Slovacchia continua inoltre a non disporre di una solida difesa aerea e di autonome capacità di ricognizione satellitare, rimanendo quindi dipendente dalla NATO per capacità essenziali.

Per un Paese di appena 5,4 milioni di abitanti, un certo grado di interdipendenza è inevitabile. Il problema principale riguarda piuttosto la fiducia politica. Il governo di Robert Fico è stato criticato per le sue posizioni ambigue nei confronti della Russia e per la divulgazione di discussioni riservate, fattori che hanno talvolta emarginato la Slovacchia – insieme all’Ungheria – da iniziative regionali come il progetto della cosiddetta “drone wall”.

Sul piano industriale, invece, la Slovacchia ottiene risultati superiori alle sue dimensioni. Produce obici Zuzana 2, veicoli tattici, sistemi per lo sminamento, armi leggere e soprattutto munizioni d’artiglieria calibro 155 mm.

L’ex ambasciatore NATO Tomáš Valášek ha sottolineato la necessità di sviluppare una strategia completa contro i droni, che combini elicotteri, velivoli subsonici, sistemi anti-drone e reti di sensori. Se le tensioni politiche non comprometteranno la fiducia degli alleati, il riarmo slovacco potrà rafforzare l’interoperabilità e la resilienza grazie alla condivisione di logistica e addestramento.

Repubblica Ceca: grandi ambizioni frenate da fondamenta fragili

La Repubblica Ceca continua a confrontarsi con le conseguenze di un cronico sottofinanziamento della difesa. Nell’arco di oltre vent’anni, il Paese ha investito circa 600 miliardi di corone ceche (circa 24,8 miliardi di euro) in meno rispetto a quanto richiesto dagli impegni assunti in ambito NATO. Nel 2025 la spesa militare ha raggiunto appena l’1,85% del PIL, nonostante i ripetuti richiami delle stesse forze armate.

Le conseguenze sono diffuse: carenza di personale, limitate capacità di difesa aerea, insufficiente capacità di attacco di precisione a lungo raggio, scorte di munizioni ridotte, debole supporto al combattimento e infrastrutture inadeguate per ospitare truppe alleate.

La 7ª Brigata Meccanizzata, destinata a costituire il nucleo pesante dell’esercito, rimane incompleta nonostante sia stata dichiarata prioritaria oltre dieci anni fa. Le infrastrutture per l’addestramento hanno beneficiato di investimenti significativi, ma capacità e dotazioni restano insufficienti, rendendo necessarie soluzioni provvisorie come lo schieramento dei nuovi veicoli da combattimento al di fuori delle unità cui erano originariamente destinati.

Il reclutamento rappresenta probabilmente la sfida più difficile. L’esperto di difesa Zdeněk Petráš evidenzia la concorrenza del mercato del lavoro civile, il calo demografico e la crescente necessità di personale altamente qualificato dal punto di vista tecnico. Jan Ludvík osserva inoltre che la generazione cresciuta dopo l’abolizione della leva obbligatoria sta andando in pensione, mentre l’esercito necessita oggi di un numero di militari superiore rispetto al passato. Anche trattenere il personale più esperto si è rivelato complicato.

Nonostante queste difficoltà, la Repubblica Ceca beneficia della propria esperienza nella NATO, della partecipazione a operazioni internazionali e della ridotta dipendenza dai sistemi russi. Per svolgere efficacemente il proprio ruolo di hub logistico e di trasporto regionale, sarà però indispensabile accelerare la modernizzazione delle infrastrutture militari.

Ungheria: progressi industriali frenati dai rischi politici

Il programma di modernizzazione militare Zrínyi, avviato nel 2016, mira a sostituire i sistemi di origine sovietica sviluppando al contempo una capacità produttiva nazionale. Le collaborazioni con Rheinmetall, Airbus, Colt CZ e altri partner hanno portato alla creazione di impianti per la produzione dei veicoli da combattimento Lynx, di munizioni, armi leggere e componenti per elicotteri. Tra le principali acquisizioni figurano i carri Leopard 2A7HU, i caccia Gripen e i sistemi di difesa aerea NASAMS.

L’analista Tamás Csiki Varga sottolinea che i membri della NATO non devono necessariamente sviluppare in autonomia tutte le capacità militari; l’obiettivo è garantire una difesa collettiva efficace. Tuttavia, la produzione su licenza continua a dipendere da componenti importati e da partnership straniere durature. Le piccole e medie imprese ungheresi rimangono ancora coinvolte solo marginalmente e il pieno raggiungimento della capacità operativa richiederà probabilmente ancora diversi anni.

Anche in questo caso i fattori politici complicano il quadro. La fusione delle aziende statali della difesa nella holding N7 Defence Holding e la successiva vendita a un gruppo vicino a un alleato di Viktor Orbán hanno suscitato forti critiche.

Il nuovo governo guidato da Péter Magyar ha avviato la rescissione dei relativi contratti. Ripristinare la fiducia degli alleati, superare gli effetti delle epurazioni del personale degli anni precedenti, migliorare le retribuzioni e colmare le carenze di reclutamento nelle specializzazioni più richieste costituiscono oggi le priorità. L’Ungheria dovrà inoltre incrementare gli investimenti nei sistemi senza pilota, gestendo al contempo i rapporti difficili con l’Ucraina.

La guerra in Ucraina ha scosso profondamente le basi della difesa del Gruppo di Visegrád. Le armi moderne sono necessarie, ma non sufficienti. Il successo dipenderà dalla capacità di questi Paesi di sviluppare capitale umano, una base industriale solida, una logistica resiliente e una maggiore coesione politica, elementi indispensabili per schierare forze armate realmente efficaci. Solo allora la regione potrà superare una modernizzazione dettata dall’emergenza e acquisire un autentico peso strategico all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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