Il Senato si prepara al voto finale sul disegno di legge che riscrive la disciplina della caccia in Italia, dopo due settimane segnate da sedute fiume, mancati numeri legali e uno scontro istituzionale con la Commissione europea che il governo ha tenuto riservato per mesi.

Il provvedimento, identificato come ddl 1552, porta la prima firma del capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan ed è sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il testo, composto da venti articoli, riscrive la legge 157 del 1992, che da oltre trent’anni regola l’attività venatoria in Italia, e ne modifica l’impianto di fondo: i cacciatori passano dall’essere soggetti a un’attività regolata a “bioregolatori” della fauna selvatica, secondo una logica di “gestione attiva” che il governo definisce necessaria per affrontare i rischi legati alla sovrappopolazione di alcune specie, dagli incidenti stradali ai danni causati agli allevamenti dagli ungulati.

Nel merito, la riforma estende le specie cacciabili, includendo tra l’altro lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione urbano, e prevede che ulteriori specie possano essere aggiunte tramite decreto del presidente del Consiglio, senza più il parere obbligatorio dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il parere dell’istituto, da vincolante, diventerebbe meramente consultivo.

Il testo interviene anche sui calendari venatori, lasciando alle Regioni margini più ampi per superare il limite del 10 febbraio finora previsto come termine massimo della stagione di caccia, con la possibilità di prelievo anche durante le fasi di migrazione e nidificazione di alcune specie.

Sono inoltre previsti l’uso di visori notturni e silenziatori per la caccia di selezione agli ungulati, l’allargamento delle aree in cui è consentito sparare, comprese alcune spiagge e foreste, e una liberalizzazione dei richiami vivi, gli uccelli selvatici utilizzati come esca sonora negli appostamenti di caccia. Il provvedimento riorganizza infine gli Ambiti territoriali di caccia e rivede il sistema di incentivi per gli agricoltori, accompagnando le modifiche con un inasprimento delle sanzioni per il bracconaggio.

L’iter era cominciato a luglio 2025 nelle commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato, dopo un esame durato quasi un anno e centinaia di emendamenti presentati dalle opposizioni, quasi tutti respinti dalla maggioranza. Se approvato dal Senato, il testo dovrà passare alla Camera, dove la maggioranza di centrodestra può contare sui medesimi numeri.

Le tensioni in Aula e i rinvii

Il calendario del voto ha già subito diversi slittamenti. L’esame in Aula era iniziato il 17 giugno con l’illustrazione della relatrice, la senatrice di Fratelli d’Italia Francesca Tubetti, dopo che le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra erano state respinte. Nei due giorni successivi il Senato non è riuscito più volte a raggiungere il numero legale, costringendo la presidenza a sospendere i lavori. Il voto finale, originariamente previsto per il 18 giugno, è stato quindi rinviato al 23 giugno.

Le opposizioni hanno denunciato un clima di scontro acceso, con toni duri da parte della maggioranza anche nei confronti delle associazioni ambientaliste. Episodi minori, come la confusione di un relatore tra fauna “omeoterma” ed “omeopatica”, sono stati ripresi dalle associazioni come segnale della superficialità con cui si starebbe affrontando la materia.

Le critiche delle opposizioni

Le forze di opposizione, compatte nel contestare il provvedimento, hanno concentrato gli attacchi sia sul metodo che sul merito della riforma. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha definito il testo non una riforma ma un tentativo di smantellare gli equilibri della legge 157 a vantaggio della componente più estremista del mondo venatorio, sostenendo che il provvedimento si pone in contrasto con la scienza, con il diritto europeo e con il dovere costituzionale di tutela dell’ecosistema, e ha chiesto il ritiro immediato del testo.

Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha parlato di un passo indietro nella tutela della natura e della biodiversità. Posizioni analoghe sono arrivate da Alleanza Verdi e Sinistra, i cui esponenti Angelo Bonelli ed Eleonora Evi hanno definito la scelta della maggioranza ideologica, arretrata e pericolosa, sottolineando il rischio di nuove procedure d’infrazione e sanzioni europee per l’Italia.

Anche all’interno della maggioranza non sono mancate voci critiche. La deputata Michela Vittoria Brambilla si è espressa più volte contro l’impianto della riforma, mentre la senatrice Michaela Biancofiore ha scelto di non partecipare ai lavori d’Aula sul provvedimento, richiamando una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012 che equipara l’opposizione alla caccia a una convinzione di coscienza, non soggetta a discriminazioni. La senatrice si è detta contraria alla caccia in termini assoluti, pur riconoscendo che la normativa vigente, italiana ed europea, continua a considerarla un’attività lecita.

Le proteste delle associazioni ambientaliste

Il fronte ambientalista e animalista, che riunisce Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e Wwf Italia, ha condotto una mobilitazione costante per tutta la durata dell’iter parlamentare, ribattezzando il provvedimento “sparatutto”. Lo scorso febbraio le associazioni avevano consegnato in Senato circa 400mila firme raccolte contro il testo.

La presidente dell’Enpa, Annamaria Procacci, ha definito la riforma una dichiarazione di guerra alla natura e agli animali. Le associazioni sostengono che il provvedimento comporti la riduzione delle aree protette, l’aumento del numero di animali abbattibili, l’estensione dei periodi e dei luoghi in cui sarà possibile cacciare, e contestano la stessa premessa scientifica della riforma, ovvero l’idea che l’attività venatoria svolga una funzione di “bioregolazione” della fauna selvatica: secondo le associazioni il controllo della fauna è un’attività pubblica distinta dalla caccia, e le evidenze scientifiche non sosterrebbero la tesi del governo.

Le sigle ambientaliste hanno inoltre criticato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, dopo che il titolare del dicastero ha ammesso, rispondendo a un’interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, alcune criticità del testo rispetto agli obblighi internazionali ed europei dell’Italia, pur continuando a difendere il provvedimento nel suo complesso e a escludere il ritiro. Le associazioni hanno replicato in una nota congiunta sostenendo che il ministro conoscerebbe la portata reale dei problemi ma non li riconoscerebbe pienamente, e hanno chiesto ancora una volta il ritiro del ddl.

Le sigle ambientaliste hanno anche scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo un intervento a tutela della Costituzione e della legalità europea, sostenendo che procedere con l’approvazione significherebbe assumersi la responsabilità di varare una legge in contrasto con il diritto comunitario, con il rischio di sanzioni che finirebbero per gravare sui cittadini.

Per la giornata del voto, le associazioni hanno organizzato un sit-in di mobilitazione a Roma, in piazza della Rotonda, davanti al Pantheon, in concomitanza con la discussione in Aula, invitando cittadini ed esponenti politici a partecipare. Anche Papa Leone XIV è intervenuto sulla vicenda, rispondendo a una lettera della Lipu e definendo la questione di grande rilevanza sociale e morale.

Il nodo Unione europea

L’aspetto più delicato della vicenda riguarda una lettera della Commissione europea, inviata al governo italiano nel dicembre 2025 attraverso la Direzione generale Ambiente, che è rimasta riservata per mesi prima di essere rivelata dalle associazioni ambientaliste lo scorso maggio. Nel documento, Bruxelles segnala che diverse modifiche previste dal ddl rischiano di porsi in conflitto con la direttiva Habitat e con la direttiva Uccelli, le due norme cardine della politica europea di conservazione della biodiversità su cui si fonda la rete Natura 2000.

La Commissione contesta in particolare la possibilità di estendere l’attività venatoria oltre i limiti temporali attualmente previsti, segnalando che le modifiche proposte potrebbero non garantire l’esclusione delle specie protette dal prelievo durante i periodi di riproduzione, allevamento, svernamento o migrazione, come richiesto dalla normativa europea.

Bruxelles ha inoltre osservato che la trasformazione del parere dell’Ispra da vincolante a consultivo rischierebbe di compromettere il sistema di protezione previsto dalle direttive, mentre ha criticato la possibilità di adottare deroghe venatorie anche in contrasto con le valutazioni scientifiche dell’istituto.

La Commissione ha richiamato anche il divieto, previsto dalla normativa europea, di utilizzare mezzi di prelievo non selettivi, come i dispositivi elettronici per il tiro notturno, segnalando il rischio di grave disturbo alle popolazioni protette, e ha sollevato preoccupazioni sulla liberalizzazione dei richiami vivi, evidenziando il rischio di un aumento del bracconaggio e dei traffici illegali di uccelli selvatici.

Il governo non avrebbe fornito riscontro pubblico alla lettera né ne avrebbe tenuto conto nella prosecuzione dell’iter parlamentare. La vicenda è stata definita dalle opposizioni un caso politico a parte rispetto al merito della riforma: i parlamentari del Partito Democratico nelle commissioni Ambiente e Agricoltura hanno parlato di una scelta grave sia nel metodo, per aver tenuto un documento ufficiale europeo fuori dalla conoscenza delle opposizioni, sia nel merito, vista la portata dei rilievi mossi da Bruxelles.

Anche il Consiglio d’Europa avrebbe espresso preoccupazioni sul provvedimento, in relazione ai rischi per la fauna selvatica e per la sicurezza pubblica. Il rischio evocato da più parti, comprese le associazioni ambientaliste e alcune forze di opposizione, è quello dell’apertura di una nuova procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, con possibili sanzioni economiche.

Tra le voci che si sono espresse sul piano europeo figura anche quella di Waldrappteam Conservation and Research, associazione austriaca impegnata nel progetto di reintroduzione dell’ibis eremita, specie a rischio di estinzione: l’organizzazione ha segnalato che una quota significativa delle perdite della specie in Italia sarebbe attribuibile al bracconaggio, esprimendo preoccupazione per un possibile aggravamento della pressione venatoria sugli uccelli migratori.

La posizione del governo

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha difeso la riforma in più occasioni, anche durante l’assemblea nazionale della Confederazione italiana agricoltori, sostenendo che il provvedimento non intenda in alcun modo tutelare i bracconieri, ma persegua l’obiettivo opposto attraverso un inasprimento delle sanzioni, e rivendicando la necessità di aggiornare una normativa risalente al 1992 sulla base di un approccio fondato su evidenze scientifiche.

Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha invece mantenuto una posizione più articolata, non escludendo ulteriori correttivi al testo e dichiarandosi disponibile al confronto per migliorarlo, pur difendendo l’impianto complessivo della riforma e sostenendo che le modifiche valutate dall’esecutivo siano finalizzate a garantire la compatibilità del provvedimento con gli obblighi internazionali ed europei dell’Italia.

Dopo il voto del Senato, il testo dovrà essere esaminato dalla Camera, dove la maggioranza di centrodestra dispone di numeri analoghi a quelli di Palazzo Madama. Le associazioni ambientaliste hanno annunciato l’intenzione di proseguire la mobilitazione anche nella seconda lettura, mentre resta aperto il nodo della compatibilità del provvedimento con il diritto dell’Unione europea, che potrebbe tradursi in un contenzioso con Bruxelles indipendentemente dall’esito del percorso parlamentare italiano.

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