La distanza tra Balcani occidentali e Unione europea non si misura solo in chilometri di infrastrutture mancanti, ma anche nella velocità con cui la regione riesce a trasformare investimenti e politiche in risultati concreti. Due dinamiche parallele, emerse oggi da nuovi report e iniziative europee, raccontano da un lato la lentezza cronica nello sviluppo della rete dei trasporti, dall’altro l’accelerazione dei programmi di finanza verde per le piccole e medie imprese a est dell’Adriatico.
Secondo una relazione della Corte dei conti europea, i Paesi dei Balcani occidentali rischiano seriamente di non rispettare la scadenza del 2030 per completare l’integrazione nella rete transeuropea dei trasporti. Il quadro tracciato è quello di un sistema in affanno: ritardi medi di avvio di 17 mesi, cantieri che accumulano ulteriori slittamenti pluriennali e una governance frammentata che indebolisce il controllo sui risultati.
Al centro del problema c’è il Western Balkans Investment Framework (WBIF), il principale strumento con cui l’Unione europea finanzia le infrastrutture della regione. Dal 2015 a oggi la Commissione europea ha versato oltre 527 milioni di euro solo per il settore trasporti, in un sistema che dovrebbe fungere da leva per attrarre ulteriori investimenti. Ma, secondo gli auditor europei, la leva funziona solo a metà. In diversi casi i progetti sarebbero comunque partiti anche senza i contributi europei, mentre la supervisione dei lavori è spesso delegata a istituzioni finanziarie esterne con risultati disomogenei.
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Le criticità non sono solo amministrative. In alcuni casi i progetti risultano incompleti o incoerenti con gli obiettivi iniziali: linee ferroviarie che si interrompono ai confini, tunnel senza collegamenti stradali o infrastrutture che risultano in condizioni peggiori rispetto a prima dell’intervento. Un quadro che mette in discussione non solo l’efficienza della spesa, ma anche la capacità della regione di avvicinarsi agli standard infrastrutturali europei entro la fine del decennio.
Eppure, proprio mentre i grandi corridoi europei arrancano, un altro segmento del WBIF mostra una dinamica opposta: quello dedicato alla transizione verde delle imprese.
La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERD) ha infatti annunciato l’espansione del programma SME Go Green nei Balcani occidentali, sempre con il sostegno dell’Unione europea attraverso il WBIF. L’iniziativa, lanciata nel 2023, ha già prodotto risultati significativi e si prepara ora a una seconda fase più ampia e strutturata.
Durante l’Assemblea annuale e il Business Forum 2026 della BERD a Riga, la Commissione europea e la banca hanno confermato il rafforzamento del programma, che mobiliterà fino a 233 milioni di euro in linee di credito attraverso istituzioni finanziarie locali. A questi si aggiungono fino a 23,3 milioni di euro di incentivi diretti per le imprese e 5,6 milioni destinati all’assistenza tecnica.
Il meccanismo è semplice ma potente. Le banche locali erogano prestiti alle piccole e medie imprese, mentre l’Unione riduce il costo degli investimenti attraverso incentivi, rendendo più accessibili tecnologie per l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni e l’adattamento climatico. L’obiettivo non è solo ambientale, ma anche economico, si punta infatti a rafforzare la competitività di un tessuto produttivo dominato da imprese del genere.
La prima fase del programma, secondo la BERD, ha già mobilitato 110 milioni di euro e coinvolto 15 istituzioni finanziarie nella regione, sostenendo investimenti in modernizzazione industriale, risparmio energetico e resilienza climatica. Particolare attenzione viene riservata ai settori agroalimentare, alle energie rinnovabili e alle imprese guidate da donne, considerate leve strategiche della trasformazione economica regionale.
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Mentre le grandi infrastrutture faticano a decollare, dunque, la transizione verde sembra avanzare attraverso canali più flessibili e diffusi, capaci di raggiungere direttamente il tessuto produttivo.
Tuttavia, osservando il tema green nei Balcani occidentali, non si può ignorare la crescente ondata di proteste in Albania contro la concessione di aree naturali a rischio per la realizzazione di grandi progetti immobiliari. Non si tratta di una contrapposizione automatica, ma di una tensione strutturale.
Nei programmi europei, la transizione verde è definita soprattutto in termini di riduzione delle emissioni, efficienza energetica e modernizzazione dei sistemi produttivi e dei trasporti. In questo quadro, anche nuove infrastrutture possono essere considerate compatibili con gli obiettivi climatici se contribuiscono a rendere il sistema più efficiente o meno dipendente dai combustibili fossili, pur comportando consumo di suolo.
Il problema emerge quando tali progetti si concentrano in aree ecologicamente sensibili, come nel caso della costa e delle zone naturali in Albania, dove sviluppo infrastrutturale e turistico possono tradursi in perdita di habitat e territorio. Le istituzioni europee saranno chiamate a monitorare con maggiore attenzione questi processi, per evitare che, con altri fondi, un governo distrugga quanto crea con quelli dell’Unione.
Dati alla mano, il contrasto tra la dinamica infrastrutturale e quella green è evidente. Da una parte, progetti infrastrutturali complessi, esposti a ritardi strutturali e problemi di governance. Dall’altra, programmi finanziari più modulari, dove il sostegno europeo si traduce rapidamente in investimenti concreti e misurabili.
Entrambi, tuttavia, rientrano nella stessa strategia, avvicinare progressivamente i Balcani occidentali all’Unione europea. Ma i dati suggeriscono che la velocità di questo avvicinamento non è uniforme, sia tra i Paesi candidati, sia nell’adeguamento a livello europeo.

