Un’inchiesta giornalistica ha portato alla luce un sistema privatizzato e quasi monopolistico nella gestione dei visti per l’ingresso nell’Unione europea. Tutti i Paesi – ad eccezione della Spagna – hanno appaltato il servizio a VFS Global.

Al centro dell’indagine, durata un anno e coordinata dall’organizzazione Lighthouse Reports insieme a POLITICO e tredici media internazionali, c’è VFS Global, società con sede a Dubai e controllata al 75% dal fondo di private equity Blackstone. VFS Global è la più grande azienda al mondo nel settore dell’esternalizzazione dei visti, operativa in 167 paesi per conto di oltre settanta governi, tra cui quasi tutti gli Stati dell’area Schengen.

L’esternalizzazione riguarda le “scartoffie”, i governi, infatti, affidano a VFS la raccolta dei documenti, dei dati biometrici e dei pagamenti, lasciando alle ambasciate il compito di decidere sull’effettiva concessione del visto. VFS incassa una tariffa obbligatoria per i servizi di base. Ma è sui cosiddetti “servizi a valore aggiunto” che la società ha costruito la sua crescita. I dipendenti, infatti, sono spinti a vendere extra che includono notifiche via SMS, ritiro tramite corriere, accesso a salette premium, appuntamenti a domicilio con prezzi che arrivano fino a 3.500 euro.

Secondo dieci ex dipendenti e dipendenti in servizio intervistati da Lighthouse Reports, il problema non sta nell’esistenza di questi servizi, ma nei meccanismi con cui vengono proposti. Gli operatori percepiscono stipendi base bassi, integrati da bonus legati al raggiungimento di obiettivi mensili di vendita. Il risultato, stando alle testimonianze raccolte, è una pressione sistematica: servizi aggiunti in conto senza consenso, clienti convinti con insistenza, applicanti vulnerabili lasciati senza reali alternative.

Rohit Taneja, operatore nel centro di Delhi tra il 2016 e il 2017, ha descritto sessioni di formazione sul come persuadere i richiedenti a comprare extras: “La gente pensa che siamo dell’ambasciata e che quello che diciamo sia giusto – soprattutto chi si presenta per la prima volta. Quindi ottenevamo pochissimi rifiuti”.

Un funzionario ancora in servizio in Nigeria ha riferito che i bonus per la vendita di servizi aggiuntivi sui visti britannici potevano equivalere al doppio dello stipendio base mensile – circa 125 euro – dei lavoratori a contratto, che costituiscono la maggioranza del personale.

La dipendenza da VFS è totale

I bilanci consolidati depositati in Lussemburgo mostrano che tra il 2017 e il 2024 i profitti operativi di VFS sono passati da 36 a 161 milioni di franchi svizzeri, una crescita quattro volte superiore all’aumento del numero di pratiche trattate (salito solo del 15%). L’analisi di oltre duemila ricevute relative a domande di visto svedese provenienti da sedici Paesi, ottenute tramite richieste di accesso agli atti, rivela che i servizi aggiuntivi pesano in media per il 30% dei ricavi di VFS. In Kenya, dove ex dipendenti hanno dichiarato che i costi venivano spesso addebitati senza consenso, più di nove richiedenti su dieci risultavano aver pagato per notifiche SMS.

Eppure, nonostante queste evidenze, i governi europei che si affidano a VFS hanno raramente applicato sanzioni significative. I rapporti interni di monitoraggio ottenuti dall’inchiesta – prodotti da 22 Paesi Schengen – documentano violazioni ripetute: dati biometrici trasportati su chiavette non cifrate (Lussemburgo, 2022), mancata cancellazione dei dati entro i termini di legge (Norvegia, dal 2021 al 2024), pressioni sugli utenti affinché acquistino servizi premium quando quelli gratuiti risultano artificialmente esauriti (Lettonia, 2023). La Repubblica Ceca ha segnalato di aver sollevato le proprie preoccupazioni “ripetutamente”, con effetti solo temporanei.

Il problema è che VFS è diventata troppo grande per essere sostituita e i governi troppo dipendenti dall’impresa privata.

“Siamo in una posizione dominante in India, il che rende difficile talvolta garantire la qualità del servizio necessaria”, ha ammesso nel 2022 il ministero degli Esteri del Lussemburgo. La delegazione svizzera in India è stata ancora più esplicita: non c’è altra opzione se non lavorare con VFS, perché i consolati non sarebbero in grado di gestire da soli quel volume di domande.

La Commissione europea apre un’indagine

Informata dei risultati dell’inchiesta, la Commissione europea ha annunciato l’avvio di uno “studio approfondito” sull’esternalizzazione dei servizi visti, con l’obiettivo di individuare misure per prevenire abusi sistemici. È un segnale di attenzione, ma per i milioni di persone in Asia, Africa e Medio Oriente che ogni anno si trovano di fronte a questo sistema, il cambiamento appare ancora lontano.

Tra chi non intende aspettare c’è Joyce José, cittadina angolano-britannica che ha lanciato una petizione online contro quello che definisce un “muro digitale” privo di qualsiasi accountability. “Continueremo a spingere”, ha dichiarato, “perché chi si trova a dover fare i conti con VFS esige una riforma strutturale permanente, non soluzioni caso per caso”.

VFS ha risposto alle richieste di commento sostenendo di operare con una “politica a tolleranza zero verso qualsiasi coercizione” e che tutti i servizi aggiuntivi sono “chiaramente presentati come opzionali”. Ha definito le testimonianze dei dipendenti anonime e non verificabili, e ha attribuito la propria crescita a una “legittima trasformazione strutturale del modello di business”.

Leggi qui l’inchiesta di Lighthouse Reports

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