Il primo ministro polacco Donald Tusk riapre il dibattito sulla sicurezza del continente mettendo in discussione, nei fatti, la solidità delle garanzie transatlantiche. “La domanda più grande, la più importante, è se gli Stati Uniti siano pronti a essere leali come è scritto nei nostri trattati”, ha detto al Financial Times, avvertendo che un possibile attacco russo a un paese della NATO potrebbe arrivare “in mesi, non anni”.

Tusk evita di contestare apertamente l’articolo 5, ma ne mette in dubbio l’efficacia operativa. “Non voglio che venga interpretato come scetticismo sull’articolo 5”, ha precisato, “ma come il desiderio che le garanzie sulla carta diventino qualcosa di molto pratico”.

Per Varsavia, il nodo è tutto qui: la distanza tra impegni formali e capacità reale di risposta. “Per noi è fondamentale sapere che tutti prenderanno gli obblighi della Nato seriamente quanto la Polonia”, ha aggiunto, sottolineando come il problema non sia giuridico ma politico e logistico.

Le dichiarazioni riflettono anche le incertezze legate alla linea del presidente Donald Trump, le cui posizioni hanno alimentato dubbi sulla continuità dell’impegno americano in Europa.

Il precedente dei droni: “Alcuni hanno fatto finta di niente”

A rafforzare le preoccupazioni di Varsavia sono episodi concreti. Tusk ha ricordato la notte in cui circa 20 droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco nel 2025, definendola “una provocazione ben pianificata”.

“Non è stato facile convincere i nostri partner nella Nato che non si trattava di un incidente casuale”, ha spiegato. “Per alcuni dei nostri colleghi era molto più facile far finta che non fosse successo nulla”.

Solo in un secondo momento l’alleanza è intervenuta, abbattendo parte dei velivoli. Un passaggio che, secondo Tusk, solleva interrogativi sulla prontezza e sull’unità politica della risposta. “Voglio essere certo che, se succede qualcosa, la Russia sappia che la reazione sarà dura e inequivocabile”, ha insistito.

“Una vera alleanza europea”

Le parole del premier arrivano mentre i leader europei discutono a Cipro del rafforzamento della difesa comune, inclusa la possibile attivazione più concreta dell’articolo 42.7 del Trattato UE.

In questo contesto, Tusk spinge per un salto di qualità: “Quello che serve, se vogliamo avere una vera alleanza e non solo sulla carta, sono strumenti reali e potere reale in termini di difesa”.

Questo significa, ha spiegato, capacità operative, mobilità militare tra paesi e coordinamento concreto: “È un problema molto pratico, oggi”.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha già invitato a “dare vita” alla clausola di difesa europea, ma restano resistenze tra gli Stati membri, preoccupati di indebolire il ruolo della Nato.

Tra autonomia europea e ombrello americano

Tusk lega esplicitamente il rafforzamento della difesa europea a una missione politica più ampia. “La mia ossessione ora è reintegrare l’Europa”, ha detto. “Significa difesa comune e uno sforzo comune per proteggere i nostri confini orientali”.

Il possibile cambio di scenario in Ungheria, con l’uscita di scena di Viktor Orbán, potrebbe facilitare questo processo. “Sarebbe sicuramente un partner migliore quando si parla di difesa e di approccio alla Russia”, ha osservato Tusk.

Resta però il nodo centrale: il rapporto con Washington. “Voglio credere che l’articolo 5 sia ancora valido”, ha ammesso. “Ma a volte, certo, ho dei problemi”.

Una frase che riassume il momento europeo: tra la necessità di rafforzare la propria autonomia e il timore che l’impegno americano, pilastro della sicurezza dal secondo dopoguerra, non sia più scontato.

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