Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato giovedì di aver esteso di ulteriori 10 giorni la sospensione degli attacchi statunitensi pianificati contro impianti energetici e infrastrutture iraniane, spostando la scadenza al 6 aprile.
In un post su Truth Social, Trump ha dichiarato che i colloqui indiretti con l’Iran “stanno andando molto bene”, nonostante notizie contrarie riportate dai media, e che la proroga avviene su richiesta del governo iraniano. In precedenza aveva ordinato una sospensione di cinque giorni il 23 marzo.
“I colloqui sono in corso e… stanno andando molto bene”, ha affermato Trump, avvertendo però che un mancato accordo potrebbe rendere gli Stati Uniti “il peggior incubo” dell’Iran, includendo anche un possibile controllo statunitense sul petrolio iraniano.
La decisione offre un temporaneo sollievo al settore energetico iraniano nel contesto di una guerra iniziata quattro settimane fa tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha causato migliaia di morti, interrotto il traffico marittimo globale attraverso lo Stretto di Hormuz e fatto salire i prezzi del petrolio di circa il 40% – con il Brent recentemente oltre i 105 dollari al barile. L’Iran ha bloccato esportazioni chiave di carburante attraverso lo stretto, che gestisce circa il 20% del commercio globale di petrolio e GNL, aggravando le pressioni inflazionistiche a livello mondiale.
Il conflitto è degenerato il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran dopo il fallimento dei negoziati sul programma nucleare di Teheran. L’Iran ha risposto con attacchi missilistici contro Israele e operazioni contro alleati statunitensi nel Golfo. Recenti operazioni congiunte USA-Israele hanno colpito siti tra cui Bandar Abbas, Shiraz, Isfahan e Qom.
Le minacce di Trump prendono di mira in particolare centrali elettriche e infrastrutture energetiche più ampie, sollevando preoccupazioni per l’impatto sui civili in termini di elettricità, acqua e approvvigionamenti di carburante. L’Iran ha respinto una proposta statunitense in 15 punti, ritenuta sbilanciata a favore degli interessi americani e israeliani, chiedendo invece garanzie di sicurezza, compensazioni, il riconoscimento formale del proprio ruolo nello Stretto di Hormuz e l’inclusione del Libano in un eventuale cessate il fuoco. I colloqui indiretti proseguono tramite mediatori, in particolare Pakistan, con il supporto di Turchia ed Egitto.
La reazione russa e la centrale nucleare di Bushehr
Un elemento rilevante tra le infrastrutture energetiche a rischio è la Centrale nucleare di Bushehr, l’unico impianto nucleare operativo dell’Iran e il più importante in termini strategici. Costruita con un significativo contributo della compagnia nucleare statale russa Rosatom, che ha completato il primo reattore da 1.000 megawatt nel 2011 ed è coinvolta in ulteriori unità, Bushehr è diventata un punto critico.
La Russia ha reagito duramente ai presunti attacchi nelle vicinanze dell’impianto. Negli ultimi giorni, Mosca ha condannato diversi episodi, tra cui un attacco con proiettili il 24 marzo nelle immediate vicinanze del reattore operativo, definito dal ministero degli Esteri russo “estremamente oltraggioso, sconsiderato e irresponsabile”, accusando Stati Uniti e Israele di mettere a rischio un disastro nucleare.
Rosatom ha evacuato ulteriore personale: dopo un primo incidente, ha ritirato altri 163 lavoratori, lasciandone circa 300 sul posto. La costruzione di nuove unità resta sospesa. Funzionari russi, tra cui il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov e il direttore di Rosatom Alexei Likhachev, hanno parlato di “conseguenze irreparabili”, chiesto una zona di sicurezza attorno all’impianto e segnalato direttamente le loro preoccupazioni a Washington. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha espresso forte preoccupazione per il rischio di un grave incidente radiologico.
Il coinvolgimento della Russia aggiunge un ulteriore livello di complessità internazionale: come principale partner straniero nel programma nucleare civile iraniano, Mosca considera eventuali attacchi vicino a Bushehr una minaccia diretta non solo alla stabilità regionale, ma anche ai propri interessi strategici ed economici.
I mercati hanno reagito con nervosismo il 26 marzo, con forti cali degli indici azionari dovuti ai timori di un’interruzione prolungata.
Truppe sul terreno
Trump ha autorizzato il dispiegamento di ulteriori forze terrestri statunitensi nel teatro mediorientale, tra cui oltre 1.000 soldati della 82ª Divisione Aviotrasportata e migliaia di Marines a bordo di navi d’assalto anfibio.
Sebbene la Casa Bianca continui a sottolineare i colloqui indiretti e una possibile soluzione diplomatica, questo rafforzamento della presenza militare – volto a sostenere operazioni di emergenza, garantire la sicurezza di punti marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz o proteggere gli alleati regionali – rischia di trascinare le forze americane in una campagna terrestre più diretta e prolungata, con il pericolo di trasformare il conflitto, iniziato quattro settimane fa, in un impegno più lungo e costoso, simile a precedenti interventi statunitensi nella regione.
Questo sviluppo richiama diversi precedenti in cui il presidente Trump ha perseguito negoziati diplomatici con l’Iran per poi ricorrere ad azioni militari decisive quando i colloqui si sono arenati o non hanno soddisfatto le richieste statunitensi.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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