Una società di ristorazione, una socia diciottenne legata a una famiglia coinvolta in un’inchiesta antimafia, una serie di fotografie e una tempistica che coincide con una sentenza definitiva. È questo l’intreccio che ha trasformato la vicenda del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro in un caso politico nazionale, destinato ora a essere esaminato anche dalla Commissione parlamentare Antimafia.
La vicenda prende forma con la costituzione, il 16 dicembre 2024 a Biella, della società “Le 5 Forchette srl”, formalmente attiva nel settore della ristorazione. Tra i soci compare anche Delmastro, insieme ad altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia. Alla guida della società, come amministratrice unica, viene nominata Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne.
Non si tratta di un coinvolgimento marginale o occasionale. La partecipazione del sottosegretario è inserita in un assetto societario strutturato, con quote distribuite tra più soci e un’attività imprenditoriale concreta: la gestione del ristorante romano “Bisteccheria d’Italia”, aperto in via Tuscolana. Il locale diventa così il punto fisico attorno a cui ruota l’intera vicenda.
È questo elemento — la presenza diretta in una società insieme alla figlia di Caroccia — a distinguere il caso da una semplice frequentazione personale e a farne una questione politica.
Il legame con Mauro Caroccia e il contesto del clan Senese
Il nodo centrale riguarda proprio la figura di Mauro Caroccia, padre di Miriam. Caroccia è detenuto e sta scontando una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni, nell’ambito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma sul clan camorristico dei Senese, una delle organizzazioni criminali più radicate nel tessuto economico della Capitale.
Il collegamento tra la società e questo contesto non implica automaticamente responsabilità per gli altri soci, ma introduce un elemento di forte sensibilità politica. In particolare perché il settore della ristorazione è stato più volte indicato dagli inquirenti come uno degli ambiti attraverso cui vengono movimentati capitali e interessi riconducibili alla criminalità organizzata.
A complicare il quadro, negli ultimi giorni è emerso anche un nuovo filone investigativo della Procura di Roma che coinvolge la galassia societaria della famiglia Caroccia. Tra le società attenzionate figura anche “Le 5 Forchette”, con ipotesi di reato come riciclaggio e intestazione fittizia. Al momento, tuttavia, Delmastro non risulta indagato.
L’uscita dalla società e la tempistica
Uno degli aspetti più discussi riguarda la sequenza temporale degli eventi. Tra febbraio e marzo 2026, dopo che sono diventate definitive le condanne nel filone giudiziario che coinvolge Mauro Caroccia, Delmastro e altri soci escono progressivamente dalla società.
Il sottosegretario cede la propria quota — inizialmente trasferita a una società a lui riconducibile — fino a uscire completamente dalla compagine. Nel giro di poche settimane, la struttura societaria cambia radicalmente e la società finisce interamente nelle mani di Miriam Caroccia.
Per le opposizioni, questa coincidenza temporale non è neutra e suggerisce una presa di distanza tardiva. Per la maggioranza, al contrario, dimostra che Delmastro ha agito non appena ha avuto piena consapevolezza del contesto.
Le foto e le frequentazioni del ristorante
A rendere la vicenda più delicata sono le immagini pubblicate da diverse testate. Una fotografia del 2023 mostra Delmastro insieme a Mauro Caroccia, scattata prima dell’avvio della società. Altri scatti più recenti lo ritraggono nel ristorante di via Tuscolana tra gennaio e giugno 2026, anche in compagnia di figure istituzionali, tra cui la capo di gabinetto del ministero della Giustizia.
Questi elementi, pur non avendo rilievo penale, contribuiscono a delineare un quadro di frequentazioni che va oltre il semplice rapporto societario formale. È proprio su questo punto che si concentra la critica politica: non tanto l’esistenza di un illecito, quanto il livello di esposizione e prossimità a un contesto ritenuto problematico.
La versione del sottosegretario
Delmastro ha respinto con decisione ogni accusa, sostenendo di non essere a conoscenza del contesto familiare della socia al momento dell’ingresso nella società. La sua ricostruzione insiste su un punto: si trattava di una giovane imprenditrice incensurata e non indagata, e solo successivamente sarebbe emersa la sua identità familiare.
“Appena ho scoperto come stavano le cose, ho lasciato la società”, ha dichiarato, parlando di una scelta dettata da rigore etico. Il sottosegretario ha anche rivendicato il proprio impegno contro la mafia, ricordando di vivere sotto scorta e utilizzando toni molto duri nei confronti della criminalità organizzata.
La sua linea difensiva mira a separare nettamente due piani: quello personale, rivendicato come limpido, e quello familiare della socia, ritenuto non imputabile.
L’attacco delle opposizioni
Le opposizioni contestano proprio questa ricostruzione. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra parlano di una questione politica che va oltre l’assenza di indagini.
Il punto, secondo loro, è l’opportunità istituzionale: un sottosegretario alla Giustizia dovrebbe mantenere un livello di cautela più elevato, soprattutto rispetto a contesti che possono anche solo indirettamente richiamare ambienti criminali. Alcuni esponenti mettono in dubbio che una diciottenne potesse gestire autonomamente una società di quel tipo, ipotizzando un ruolo più ampio della famiglia.
Da qui le richieste: chiarimenti in Parlamento, intervento della Commissione Antimafia e, per alcune forze politiche, anche le dimissioni o la revoca dell’incarico.
La posizione del governo
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scelto una linea di difesa, pur senza negare del tutto il problema politico. Ha parlato di possibile “leggerezza”, ma ha escluso qualsiasi ipotesi di connivenza.
La distinzione è netta: da un lato un errore di valutazione, dall’altro l’assenza totale di elementi che possano configurare un rapporto con la criminalità organizzata. Il governo ribadisce che Delmastro non è indagato e che ha lasciato la società una volta chiarita la situazione.
Una posizione che punta a contenere il danno politico senza aprire una crisi interna.
Il passaggio in Antimafia
Il caso è ora destinato a un esame parlamentare. La Commissione Antimafia ascolterà il sottosegretario nei prossimi giorni, in un passaggio che segna il salto definitivo della vicenda da polemica politica a questione istituzionale.
L’attenzione sarà concentrata sui rapporti societari, sulla tempistica delle cessioni di quote e sul contesto più ampio in cui si inserisce la società.

