La guerra in Medio Oriente compie un salto ulteriore con i giacimenti di gas e petrolio che sono ormai un obiettivo dei raid aerei. Nella notte, l’Iran ha colpito con un missile balistico il sito di Ras Laffan, in Qatar, sede del più grande complesso mondiale per il gas naturale liquefatto, provocando secondo QatarEnergy “ingenti danni” e aprendo uno scenario che va ben oltre il piano militare. L’attacco iraniano è avvenuto in risposta al raid condotto da Israele contro il giacimento di South Pars, condiviso con il Qatar. L’attacco è stato condannato dai Paesi del Golfo che in questa crisi, iniziata il 28 febbraio, scorso sono stati i più colpiti.

I futures del gas naturale statunitense sono saliti insieme al petrolio durante le contrattazioni asiatiche di giovedì, dopo l’intensificarsi degli attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche nel Golfo. I future sull’Henry Hub sono saliti del 3,4% a 3,17 dollari per milione di BTU (British Thermal Unit). Il prezzo del petrolio Brent è aumentato del 4,7% a 112,43 dollari al barile.

Come osservato dal Financial Times, nella sua risposta agli attacchi, Teheran non ha scelto un bersaglio casuale. Colpire Ras Laffan significa colpire uno dei principali snodi delle forniture globali di GNL, in un momento in cui il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz risulta già quasi paralizzato e i produttori del Golfo sono stati costretti a ridurre la produzione.

Secondo il ministero della Difesa del Qatar, Teheran ha lanciato cinque missili balistici: quattro sarebbero stati intercettati, mentre uno ha raggiunto il gigantesco complesso industriale che ospita gli impianti di liquefazione di QatarEnergy, una raffineria di carburante e anche il progetto Pearl GTL di Shell, impianto da 18 miliardi di dollari che converte il gas in carburanti e materie prime chimiche. Le squadre di emergenza sono state dispiegate immediatamente per contenere gli incendi, ma il danno, se confermato nella portata indicata, rischia di avere conseguenze durature sull’equilibrio energetico internazionale.

Se la capacità dell’impianto fosse stata realmente compromessa, il mercato globale del gas potrebbe entrare in una fase di forte tensione e non solo per poche settimane.

Citato dal quotidiano britannico, Saul Kavonic, analista energetico di MST Financial, sostiene che l’effetto potrebbe tradursi in una “carenza globale di gas di lunga durata”, perché anche in caso di cessazione delle ostilità la riparazione delle infrastrutture richiederebbe mesi, se non anni.

Sulla stessa linea si colloca Tom Marzec-Manser di Wood Mackenzie, secondo cui eventuali danni alla capacità produttiva di Ras Laffan renderebbero ancora più fragile un equilibrio dell’offerta già fortemente deteriorato.

I mercati hanno reagito di conseguenza. Nelle prime contrattazioni europee, il Brent è salito del 4,6 per cento a 112,3 dollari al barile, mentre il prezzo del gas in Europa è balzato del 6 per cento a 54 euro per MWh. Il punto, tuttavia, è che i numeri di giornata potrebbero essere solo il primo segnale di una crisi più profonda. Con lo Stretto di Hormuz quasi bloccato dal fuoco iraniano e con gli attacchi che ormai investono direttamente gli impianti del Golfo, il rischio non è più solo quello di un picco speculativo, ma di un’interruzione prolungata di flussi essenziali per Asia, Europa e mercati globali.

Il Qatar è il secondo esportatore mondiale di GNL e un fornitore decisivo soprattutto per l’Asia, ma l’impatto della crisi si estende ben oltre Doha. Anche l’Arabia Saudita ha annunciato di aver intercettato droni e missili balistici nella provincia orientale ricca di petrolio e altri quattro vettori diretti verso Riyadh.

Danni sono stati registrati anche negli Emirati Arabi Uniti presso l’impianto di gas di Habshan e il giacimento petrolifero di Bab ad Abu Dhabi, a seguito di una caduta di detriti derivanti dalle intercettazioni missilistiche, mentre le operazioni a Habshan sono state sospese. Anche l’Iraq denuncia ormai la completa interruzione dei flussi di gas iraniano, con effetti diretti sulla produzione elettrica e sulla stabilità della rete nazionale.

Sul piano politico, l’attacco segna anche una rottura pesante nei rapporti tra Doha e Teheran. Il Qatar, che negli anni aveva mantenuto canali relativamente migliori con l’Iran rispetto ad altri Paesi del Golfo e aveva cercato più volte di svolgere una funzione di mediazione tra Teheran e Washington, ha definito il raid su Ras Laffan una “pericolosa escalation” e una “flagrante violazione della sovranità statale”. In serata, il ministero degli Esteri qatariota ha dichiarato persona non grata gli addetti militari e di sicurezza iraniani, ordinando loro di lasciare il Paese entro 24 ore.

In un messaggio su Truth Social, il presidente Donald Trump ha avvertito che gli Stati Uniti “faranno saltare in aria” South Pars se l’Iran attaccherà di nuovo gli impianti di GNL del Qatar. Tuttavia, non è ancora chiaro se gli Stati Uniti abbiano autorizzato o meno il raid israeliano sul giacimento di South Pars, alla base della risposta di Teheran.

Intanto, Shell, come altre major occidentali presenti a Ras Laffan insieme a QatarEnergy, ha fatto sapere di essere al lavoro per valutare il possibile impatto sugli impianti che gestisce o utilizza nel sito. ExxonMobil, TotalEnergies e altre compagnie internazionali hanno investito miliardi di dollari nel complesso qatariota.

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