Secondo un’inchiesta pubblicata ieri (25 ottobre) dal comitato editoriale del Wall Street Journal, fonti di tre Paesi confermano che esponenti dell’amministrazione Trump hanno sostenuto Viktor Orbán, ex primo ministro ungherese, come candidato alla carica di segretario generale delle Nazioni Unite, arrivando persino a elaborare l’idea di proporlo come candidato congiunto di Stati Uniti, Russia e Cina.
Il piano non ha ancora ricevuto una decisione definitiva. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha riconosciuto che l’idea “sembra folle a prima vista”, ma ha indicato che conversazioni precedenti avrebbero suggerito che Russia e Cina potrebbero essere favorevoli e che, generalmente, l’allineamento dei tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza su una candidatura dell’ONU tende a prevalere.
Lo stesso funzionario ha definito Orbán il “candidato ideale per i conservatori MAGA”, citando la sua opposizione all’immigrazione su larga scala, alle organizzazioni non governative liberali e a quelli che il funzionario ha descritto come centri di potere radicati nella magistratura e nei media ungheresi.
Orbán avrebbe mostrato interesse, ma sarebbe riluttante a candidarsi senza avere la certezza di poter vincere; un eventuale annuncio potrebbe essere rinviato a dopo le elezioni di metà mandato statunitensi. Secondo ricostruzioni secondarie dell’inchiesta, il funzionario avrebbe stimato che Orbán potrebbe ottenere «con relativa facilità» otto voti nel Consiglio di sicurezza, mentre dieci sarebbero potenzialmente alla sua portata.
Il processo di selezione è già in fase avanzata. L’attuale segretario generale António Guterres, portoghese e appartenente al Gruppo dell’Europa occidentale e altri Stati, conclude il suo secondo mandato il 31 dicembre 2026.
Secondo la Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza raccomanda un candidato con almeno nove voti su 15 e senza il veto di nessuno dei cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – dopodiché l’Assemblea generale procede alla nomina.
I sondaggi informali condotti fino a metà ottobre non hanno prodotto alcun candidato accettabile per tutti i membri permanenti. Una consuetudine informale di rotazione geografica – non codificata, ma osservata da tempo – indica l’America Latina e i Caraibi come l’area da cui dovrebbe provenire il prossimo candidato. L’ultima volta che la carica fu assegnata a questa regione fu con Javier Pérez de Cuéllar, il cui mandato terminò nel 1991.
L’Europa orientale, il gruppo regionale che comprende l’Ungheria, non ha mai espresso un segretario generale. Nel ciclo del 2016, molti Stati sostennero che fosse arrivato il turno dell’Europa orientale, ma il Consiglio scelse Guterres.
Una successione di candidati provenienti da Paesi europei – anche se appartenenti ai distinti gruppi dell’Europa occidentale e orientale – andrebbe quindi contro sia l’aspettativa prevalente di un candidato latinoamericano sia la più ampia consuetudine di evitare nomine consecutive provenienti dalla stessa grande area geografica.
La candidatura di Orbán incontra forti ostacoli
Il percorso di Orbán è caratterizzato da numerosi ostacoli. Anche con il sostegno di Stati Uniti, Russia e Cina, Francia o Regno Unito potrebbero bloccarlo attraverso il veto.
Nessuno dei due Paesi ha espresso pubblicamente una posizione sull’ipotesi, ma la Francia, membro permanente che ha sottolineato il ruolo del Segretario generale come garante dei principi della Carta, dello Stato di diritto e di una “voce morale”, è considerata ampiamente propensa a opporsi.
Il passato di Orbán come leader illiberale di lungo corso, caratterizzato dalla costruzione di rapporti con Mosca e Pechino, da ripetuti scontri con l’Unione europea e dall’adozione di politiche migratorie molto rigide, renderebbe politicamente difficile un eventuale assenso francese, sia sul piano interno sia all’interno dell’Unione europea.
Anche il Regno Unito deve affrontare pressioni analoghe. Orbán ha perso le elezioni ungheresi dell’aprile 2026 dopo 16 anni al potere; il nuovo governo ha annunciato l’intenzione di avviare indagini su presunti abusi commessi durante il suo mandato.
La scorsa settimana Orbán è stato fotografato a Parigi durante una vacanza in famiglia organizzata in concomitanza con il 70º anniversario della rivolta ungherese del 1956. Ha visitato il monumento del cimitero di Père-Lachaise dedicato a Imre Nagy e ad altre figure della rivolta del 1956 e, quando un giornalista ungherese gli si è avvicinato, gli ha detto di lasciarlo in pace, aggiungendo che avrebbe rilasciato dichiarazioni una volta rientrato a Budapest.
Sebbene un candidato entrato tardivamente nella corsa e sostenuto da tre membri permanenti potrebbe teoricamente sconvolgere l’attuale competizione – candidati già in testa, come la costaricana Rebeca Grynspan, hanno guidato i sondaggi informali senza però ottenere il consenso unanime dei membri permanenti – la combinazione dei rischi legati al veto, delle aspettative regionali favorevoli all’America Latina e del profilo fortemente polarizzante di Orbán rende improbabile una sua elezione in condizioni ordinarie.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

