La Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni di reclusione tre dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso al Cairo nel 2016. La sentenza, letta lunedì 28 settembre dalla giudice Paola Roja dopo oltre otto ore di camera di consiglio, ha riconosciuto il reato di sequestro di persona pluriaggravato ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. La Corte ha escluso le aggravanti contestate e ha fatto cadere l’accusa di omicidio, che riguardava il solo Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo.

I tre condannati sono stati dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e sottoposti a libertà vigilata per tre anni dopo l’espiazione della pena. La Corte ha inoltre disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei tre: 200mila euro a testa per i genitori di Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri, costituita parte civile. La sentenza è inappellabile e subito esecutiva, perché il processo si è svolto in assenza degli imputati e le norme sul procedimento in absentia non consentono a un condannato assente di presentare ricorso.

Il processo in assenza e il ruolo della Corte costituzionale

Nessuno dei quattro agenti ha mai partecipato a un’udienza. Sono formalmente “assenti”, non “irreperibili”: la legge italiana distingue le due condizioni, perché l’assenza presuppone che la persona sia rintracciabile ma scelga di non partecipare al processo, mentre l’Egitto non ha mai fornito alle autorità italiane gli indirizzi necessari per notificare loro gli atti. Il processo era iniziato nell’ottobre 2021 ed era stato sospeso nel luglio 2022, quando la Corte di cassazione ritenne insufficiente la sola notorietà del caso come prova che gli imputati fossero consapevoli del procedimento.

Il dibattimento ha potuto riprendere solo dopo una sentenza della Corte costituzionale del settembre 2023, che ha stabilito come si possa processare un imputato in sua assenza quando esista la prova che sia consapevole del procedimento e si stia volontariamente sottraendo alla giustizia, e ha equiparato le condotte contestate alla tortura commessa da funzionari pubblici di uno Stato, come definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite. Il processo è così ripartito il 20 febbraio 2024 davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma. Un’ulteriore eccezione della difesa sul diritto a un’assistenza tecnica effettiva ha portato a un secondo intervento della Consulta, che il 30 gennaio 2026 ha stabilito le garanzie procedurali da assicurare comunque agli imputati assenti.

Le reazioni della procura e della famiglia

Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta fin dalla scomparsa di Regeni, ha parlato di una “sentenza storica” che conferma la ricostruzione della Procura e attribuisce agli apparati di sicurezza egiziani la responsabilità del sequestro e delle torture subite da Regeni. Il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha detto di essere soddisfatto di aver potuto condurre un processo “davanti a una corte d’assise autonoma e indipendente” nonostante la collaborazione egiziana “non proficua”, e ha aggiunto che si dovranno attendere le motivazioni per avere il quadro completo del ragionamento della Corte, precisando comunque che “la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”.

L’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, ha detto che “la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta” e ha chiesto al governo italiano di reclamare il risarcimento del danno stabilito dall’Avvocatura dello Stato e di rompere i rapporti con l’Egitto. La famiglia, secondo quanto riportato, ha accolto la sentenza con dignità, senza mostrare emozioni in aula.

Le reazioni politiche e la posizione del governo

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che “non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone”, richiamando la separazione dei poteri e ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le opposizioni, tra cui Pd, M5s e Avs, hanno chiesto un’informativa urgente al ministro sui rapporti con l’Egitto e sull’attuazione della sentenza. Il segretario del Pd Elly Schlein ha parlato di una “sentenza storica” che “fa giurisprudenza” perché condanna tre uomini degli apparati di sicurezza egiziani, aggiungendo che “nessuno potrà più negare le responsabilità del regime egiziano”. Il leader del M5s Giuseppe Conte ha chiesto che il governo riferisca in Parlamento “con quale fermezza” intenda dare esecuzione alla sentenza nei rapporti con il Cairo.

Il leader di Avs Nicola Fratoianni ha invitato Tajani a tornare al Cairo per ottenere la consegna dei responsabili, mentre Matteo Renzi ha ricordato che governi di diverso orientamento, da Conte a Draghi fino a Meloni, hanno comunque ripreso i rapporti diplomatici con l’Egitto negli anni successivi all’omicidio. Anche Azione, con il deputato Benzoni, ha chiesto un’informativa urgente al ministro degli Esteri.

Dieci anni di depistaggi e i rapporti tra Italia ed Egitto

Giulio Regeni, dottorando all’università di Cambridge, scomparve al Cairo la sera del 25 gennaio 2016, dove svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. Il suo corpo fu trovato il 3 febbraio lungo la strada tra il Cairo e Alessandria, con segni di torture protratte per giorni: fratture multiple, denti rotti, bruciature di sigaretta, lesioni alla testa e alle piante dei piedi. L’autopsia stabilì che la morte era sopravvenuta per la frattura di una vertebra cervicale.

Le autorità egiziane tentarono diverse piste alternative, dall’incidente stradale a un presunto regolamento di conti tra trafficanti di droga, fino all’annuncio, nel marzo 2016, della morte di quattro presunti componenti di una banda criminale in uno scontro a fuoco con la polizia: nella casa di uno di loro furono trovati documenti di Regeni, rivelatisi in seguito collocati da altri. Il governo italiano richiamò l’ambasciatore a Roma nell’agosto 2017, per poi nominarne uno nuovo circa un anno dopo, in una fase di collaborazione giudicata migliore da parte della procura di Giza.

I rapporti tra i due Paesi sono stati progressivamente ripresi negli anni successivi: a inizio settembre il ministro Tajani ha firmato due accordi di cooperazione con l’omologo egiziano Badr Abdelatty, scrivendo su X che Italia ed Egitto “hanno rapporti politici solidi” da trasformare “sempre più in crescita e investimenti”. L’Egitto non ha commentato la sentenza del 28 settembre: la sua posizione, rimasta invariata da dieci anni, esclude qualsiasi coinvolgimento dei servizi segreti o degli apparati statali e nega la giurisdizione italiana su cittadini egiziani operanti nell’ambito delle istituzioni del Cairo.

Cosa resta da definire

La sentenza è di primo grado ma, per gli imputati assenti, immediatamente esecutiva e non impugnabile da parte loro. Resta però aperta la questione dell’esecuzione pratica della pena: i tre condannati si trovano in Egitto, che non ha mai collaborato alla loro identificazione né consegnato le informazioni necessarie a notificare gli atti, e non è chiaro se il Cairo darà seguito a un’eventuale richiesta di estradizione o di esecuzione della sentenza.

Il governo italiano dovrà inoltre decidere come procedere sul fronte del risarcimento riconosciuto alla presidenza del Consiglio e su quello, più politico, dei rapporti diplomatici con l’Egitto, su cui le opposizioni hanno chiesto un’informativa parlamentare a Tajani. Le motivazioni della sentenza, che chiariranno nel dettaglio il ragionamento della Corte sulla caduta dell’accusa di omicidio, non sono ancora state depositate.

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