I servizi segreti spagnoli ritengono probabile un aumento delle azioni ostili contro le città autonome di Ceuta e Melilla, pur escludendo un confronto militare aperto. Lo riporta un’informazione pubblicata lunedì 31 agosto dal quotidiano El País, a firma di Miguel González, basata su rapporti di intelligence a cui il giornale ha avuto accesso. La preoccupazione riguarda la cosiddetta “zona grigia”, uno scenario in cui la pressione su un altro Stato viene esercitata attraverso azioni che restano sotto la soglia della guerra aperta e la cui paternità può risultare difficile da dimostrare.

Lo stesso giorno, in un’intervista al programma Hoy por Hoy della Cadena SER, il presidente del governo spagnolo, Pedro Sánchez, ha collegato la campagna di disinformazione che ha alimentato l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta del 30 e 31 luglio a reti legate a Russia e Israele, oltre che a “un’internazionale di ultradestra che utilizza sempre la migrazione non solo per attaccare la Spagna, ma anche per attaccare e dividere l’Europa”. Il premier socialista  ha inoltre escluso un coinvolgimento del governo marocchino nella crisi.

Il rapporto dei servizi segreti: la “zona grigia” e la soglia del 60%

Secondo i documenti citati da El País, un’azione militare del Marocco nel breve o medio termine è considerata “molto poco probabile”, mentre un incremento delle azioni ostili sotto forma di attacchi informatici, campagne di disinformazione, sabotaggi contro infrastrutture e strumentalizzazione dei flussi migratori come leva di pressione politica viene definito “probabile”, con una stima di probabilità fino al 60%. Si tratta, sottolinea il quotidiano, di possibili forme di azione la cui attribuzione può risultare difficile da provare in modo certo.

Il concetto di “zona grigia” descrive uno spazio di confronto in cui non esiste una guerra dichiarata, ma nemmeno una condizione di piena sicurezza: una logica di pressione ibrida già osservata, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche spagnole riprese negli ultimi giorni, in altri contesti di frontiera in Europa. Alcune testate della regione, riprendendo gli stessi rapporti di intelligence, hanno indicato tra le minacce concrete individuate durante la crisi di luglio anche messaggi che invocavano attacchi informatici contro il ministero degli Esteri spagnolo.

La valutazione sull’ingresso di massa di luglio: pianificazione o strumentalizzazione

Sul fronte dell’ingresso massiccio dei giorni 30 e 31 luglio, i rapporti distinguono tra la sua pianificazione e il suo sfruttamento successivo. Le conclusioni provvisorie dell’intelligence, secondo El País, escludono che il nucleo di potere attorno al re Mohammed VI abbia organizzato l’arrivo di decine di migliaia di persone, ma ritengono che il Marocco abbia cercato di strumentalizzare la crisi per rafforzare le proprie rivendicazioni di sovranità su Ceuta e Melilla. L’informazione riportata da El País cifra in circa 72.000 le persone entrate, sulla base dei calcoli del ministero dell’Interno spagnolo citati dal quotidiano; una cifra che si discosta lievemente da quella indicata dallo stesso Sánchez nell’intervista alla Cadena SER, che ha parlato di circa 70.000 ingressi, e che risulta inferiore alle circa 80.000 persone talvolta citate in altre cronache di questi giorni sulla vicenda.

I documenti segnalano inoltre la passività delle forze di sicurezza marocchine durante le ore più critiche: l’assenza di una sorveglianza efficace per oltre 24 ore e le immagini di gendarmi che lasciavano passare veicoli farebbero pensare, secondo le fonti di intelligence citate dal giornale, a un coinvolgimento di “istanze superiori”, una valutazione che comunque non equivale ad attribuire loro l’organizzazione iniziale degli ingressi. Gli stessi rapporti riconoscono che il Marocco ha collaborato con le autorità spagnole sia prima della giornata critica sia dopo il periodo di permissività, quando si sono verificati i rientri volontari di gran parte di chi era entrato a Ceuta. A differenza della crisi del 2021, questa volta non ci sono state dichiarazioni ufficiali marocchine che collegassero esplicitamente gli eventi a una ritorsione diplomatica.

Tra gli elementi raccolti figura un allarme del Centro nazionale di intelligence (CNI) del 29 luglio su una convocazione diffusa sui social network per attraversare il confine il giorno successivo, lanciata da gruppi che contavano fino a 180.000 follower; a quella convocazione si sarebbe poi sommata la diffusione di video, in particolare su TikTok, che mostravano persone festeggiare l’ingresso a Ceuta senza ostacoli, con un effetto moltiplicatore sugli arrivi. Le forze di sicurezza marocchine avrebbero successivamente sventato una nuova convocazione prevista per il 15 agosto.

Sánchez indica Russia, Israele e “un’internazionale di ultradestra”

Nell’intervista alla Cadena SER, la prima di ampio respiro dopo le vacanze estive trascorse nel pieno dell’emergenza, Sánchez ha ribadito che all’origine della crisi vi sarebbe la “distorsione” e la diffusione sui social network di una lettura errata di una sentenza del Tribunal Supremo, la STS 814/2026, emessa il 29 giugno e resa pubblica l’8 luglio, che limita l’applicazione delle cosiddette “restituzioni a caldo” a chi tenta di raggiungere Ceuta e Melilla a nuoto. Il presidente ha collegato la diffusione di questa disinformazione a reti legate a Russia e Israele, oltre che a un'”internazionale di ultradestra” che a suo dire strumentalizza sistematicamente il tema migratorio contro la Spagna e contro l’Unione europea.

Sánchez ha escluso una partecipazione del Marocco alla crisi, sostenendo di non disporre di alcuna informazione proveniente dal CNI o dalle forze di sicurezza che indichi un coinvolgimento delle autorità marocchine, e ha rivendicato una “cooperazione istantanea” da parte di Rabat fin dal 30 luglio. Ha riconosciuto che nei giorni precedenti l’ingresso di massa si erano tenute riunioni tra le autorità di Ceuta e il governo centrale, ma ha precisato che nessuna informazione condivisa in quelle sedi anticipava la portata della crisi dei giorni 30 e 31 luglio, negando al contempo che vi sia contraddizione tra le versioni fornite in precedenza dalla ministra della Difesa, Margarita Robles, e dal ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, sui rapporti del CNI.

Sul piano dei numeri, Sánchez ha stimato in circa 5.000 le persone ancora presenti per le strade di Ceuta dopo l’ingresso di massa, di cui 1.200 minori, e ha annunciato che i posti nei centri di accoglienza saranno ampliati fino a 6.000. L’intervista arriva alla vigilia di una settimana di comparizioni istituzionali sulla crisi: giovedì Sánchez riferirà in Congresso sulle decisioni adottate dal governo, mentre lunedì stesso sono attese le comparizioni delle ministre per l’Uguaglianza, Ana Redondo, e per la Gioventù e l’Infanzia, Sira Rego. Le comparizioni giungono dopo un’ennesima notte di tensione a Ceuta, dove un gruppo di manifestanti si è radunato davanti alla delegazione del governo per chiedere le dimissioni del delegato Miguel Ángel Pérez Triano, al grido di “Ceuta non si vende”.

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