La Commissione europea dichiara non ammissibile la proposta di iniziativa dei cittadini europei (ICE) dei patrioti e nazionalisti europei, mentre registra quella sulla legislazione digitale. L’esecutivo europeo ha reso note il 22 luglio le conclusioni delle verifiche di ammissibilità su due proposte di ICE, lo strumento che permette a un milione di cittadini di almeno sette Stati membri di chiedere a Bruxelles di legiferare su una determinata materia.
La prima, intitolata “Stop Killing The Internet: No Digital ID & No Age Verification”, chiede alla Commissione di proporre una legislazione che garantisca che i sistemi di identità digitale e di verifica dell’età utilizzati per accedere ai servizi online nell’Unione restino volontari, rispettosi della privacy e non discriminatori. La Commissione l’ha giudicata giuridicamente ammissibile e registrata. Gli organizzatori avranno ora sei mesi di tempo per avviare la raccolta delle firme, che dovrà concludersi entro dodici mesi con almeno un milione di sottoscrizioni valide, distribuite in almeno sette Paesi membri.
La seconda iniziativa, il “Save Europe Act”, chiedeva invece alla Commissione di proporre un atto dell’Unione che istituisse una sospensione temporanea sui nuovi canali di immigrazione non occidentale, compresi i visti di studio e di ricongiungimento familiare, accompagnata da una riforma radicale del sistema UE di migrazione e asilo. Questa proposta, a differenza della prima, non ha superato l’esame di ammissibilità.
Una proposta contro i valori europei
L’iniziativa promossa dai movimenti di estrema destra europea e sostenuta da figure di spicco della destra internazionale come l’ex presidente ungherese Viktor Orbán, il leader spagnolo del partito di estrema destra Vox Santiago Abascal, il presidente di Reconquête Eric Zemmour, Roberto Vannacci, aveva un obiettivo preciso: mettere fine alla “Grande Sostituzione” attraverso la limitazione degli accessi e il regolamento dei flussi migratori su base etnica, culturale o di “civiltà” delle persone coinvolte, azzerando, di fatto, l’obbligo di una valutazione individuale caso per caso prevista dall’attuale quadro normativo europeo.
Una proposta che è stata giudicata inammissibile dalla Commissione europea che ha evidenziato, in una nota ufficiale, come i criteri su cui si sarebbe dovuta basare la moratoria richiesta dal “Save Europe Act” costituissero una chiara “discriminazione fondata sulla razza e sull’origine etnica”. Le richieste sono state, inoltre, giudicate “manifestamente contrario ai valori dell’Unione sanciti dall’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), dall’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali e dalla giurisprudenza consolidata”.
La Commissione ha ribadito che lo strumento dell’ICE non può trasformarsi in un veicolo per veicolare messaggi offensivi o caricaturali, né può travalicare le competenze attribuite all’esecutivo dai Trattati stessi.
Tuttavia, nonostante lo stop giunto da Bruxelles per difetto di ammissibilità, i promotori avevano già avviato una massiccia campagna di comunicazione raccogliendo oltre 586.000 sottoscrizioni sul sito dedicato all’iniziativa, a fronte del milione necessario per completare l’iter ufficiale. Tra i Paesi in cui si era registrata la maggiore adesione figuravano: i Paesi Bassi con 79.741 firme, la Germania con 73.320 firme e, al terzo posto, l’Italia con 46.886 firme.
La risposta dei promotori non si è fatta attendere. Eva Vlaardingerbroek, co-fondatrice dell’iniziativa insieme all’attivista austriaco Martin Sellner, ha espresso un duro attacco verso le istituzioni comunitarie tramite una serie di post pubblicati su X in cui ha definito la decisione della Commissione “un’oltraggiosa violazione dei diritti democratici dei popoli nativi d’Europa” e la motivazione del respingimento come “vaga, debole e rivelatrice della loro vera natura antidemocratica”.
In un altro post ha poi minacciato azioni legali, “non ci fermeremo qui, non ci arrenderemo” ed ha concluso che ci saranno “novità in arrivo presto”.

